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giovedì 21 luglio 2011

La libertà del mondo, la libertà del nostro credere, la libertà di vivere la fede, la libertà in Cristo.

  

   La libertà del mondo, la libertà del nostro credere, la libertà di vivere la fede, la libertà in Cristo.

Dobbiamo prendere atto che fino a qualche tempo fa, malgrado tutto, nel sentire comune erano presenti alcuni riferimenti di confronto costituiti da un complesso di norme istituzionali, valori etici, morali e religiosi da tutti accettate e ritenute imprescindibili; tradizioni, consuetudini, valori su cui la gente si misurava, a prescindere dall’opzione specifica di fede o di pratica  religiosa, a prescindere dell’appartenenza politica o socio culturale. 
   Esistevano limiti riconosciuti invalicabili da tutti e da tutti accettati riferiti all’azione umana e alle culture, stabiliti dai grandi fatti biologici, naturali, etici, limiti entro i quali tutti si doveva vivere, operare e misurarsi.
   Il fatto tipico e assolutamente nuovo di quest’ultimo periodo della nostra epoca, è che l’uomo di oggi ha la certezza che quasi tutto gli è possibile o gli sarà reso possibile, sia sul piano dei riconoscimenti della dignità specifica e dei diritti, sia sul piano tecnico-scientifico.
- Diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della società umana: diritto alla libertà individuale, diritto alla vita, diritto all'autodeterminazione, diritto al cibo ed al sostentamento, diritto ad un'esistenza dignitosa, diritto alla libertà religiosa, diritto ad un giusto processo, diritto all’istruzione; diritti posti alla base e costituenti dei principini fondamentali quali libertà, giustizia, dignità della persona.
- I progressi scientifici hanno reso tecnicamente possibile nuovi orizzonti, realizzando quanto sino a ieri insperato, si ha la certezza che i limiti sono o saranno a breve termine comunque superati e che ciò oggi è ritenuto impossibile, presto sarà reso possibile.

   Di conseguenza, il fatto nuovo della storia umana è che mai come oggi si è accresciuto a dismisura il senso della libertà: libertà dai condizionamenti naturali e biologici, libertà dalle leggi e dalle consuetudini, libertà dai vincoli della natura e del tempo, libertà da Dio, dalle sue leggi, precetti e istituzioni. Mai l’uomo ha avuto tanta libertà, mai è stato più emancipato e disancorato da forme di riferimento che parevano ovvie, obbliganti, scontate, evidenti, invalicabili. Le norme, le regole, le tradizioni, le convenzioni di riferimento appaiono un valore relativo, non più un dato assoluto che non si tocca; esse valgono nella misura in cui, personalizzate, sono contrattabili in virtù di un utile, di un fine, del proprio sentire e piacere.              
  L’uomo comune avverte che sarà sempre più emancipato dal ritmo del giorno e della notte, dai ritmi e dai limiti dello spazio, grazie ai traguardi raggiunti dalle tecnologie, alle forme di trasporto velocissimo, all’immediatezza delle comunicazioni. L’uomo comune avverte ed è convinto che la scienza possa proporre ogni giorno la fattiva possibilità di superare, manipolare  a proprio uso e piacere, le stesse leggi della genetica, della procreazione naturale, dell’eredità biologica. La maggioranza dell’umanità è indotta a credere che potrà, in un avvenire prossimo futuro, controllare, fare ed ottenere tutto ciò che vuole: sulla natura, sui modi di essere, sulla qualità e durata della vita umana. Queste certezze sono alimentate grazie ai progressi, solo per citarne alcune, delle cellule staminali, della clonazione, della chirurgia estetica, capace quest’ultima di annientare il passare del tempo, di rimodellare difetti ed esaltare l’aspetto secondo i propri canoni e gusti estetici. Queste continue conquiste, dall’uomo moderno, sono sperate, avvertite e vissute come i nuovi orizzonti del possibile; medicina, tecnica e meccanica sono viste e percepite come la realizzazione del fantascientifico che diventa possibile e realizzabile, si è sempre più convinti che grazie a queste scienze, nel prossimo futuro, i traguardi raggiunti saranno la realtà concreta, realizzabile e tangibile di una nuova era priva di limiti per il genere umano, privi del dolore e della morte, privi di un sentire religioso retaggio del passato.
  Tutto è negoziabile e opinabile, tutto può essere scelto, tutto cade sotto l’interpretazione del soggettivo; sul mercato del denaro è possibile comprare di tutto, tutto diventa mercanzia e oggetto di scambio, sono in vendita anche la legalità, la dignità, la vita altrui, spingendosi in casi sempre meno estremi, al tentativo di giustificare con motivazioni deliranti traffici ignobili come quelli degli organi di bambini provenienti da paesi del terzo e quarto mondo, la cui sola colpa è la povertà e l’ignoranza cronica dell’ambiente in cui vivono loro e le loro famiglie.
Regole e canoni della “Finanza mondiale” diventano la legge fondante, lo scopo e la ragione su cui ci si deve orientare, sulla quale si modella il proprio agire e pensare, regole ed esigenze che nell’essere attuate sconvolgono, condizionano, plasmano nel bene e nel male il destino di interi stati, dell’intera umanità.
  A questa mentalità non sfugge nemmeno il concetto di sacro. La divinità che ad esso è legata è recepita in maniera personalizzata, adattata alle proprie esigenze, svilita al proprio credo e sentire, a forme interpretative spesso poste ai limiti della contraddizione e del folcloristico. Concetto di sacro che insindacabilmente confina entro certi limiti la nostra personale visione interpretativa, (un conto è Dio un’altra cosa sono gli affari), ne consegue una divinità appiattita alla nostra “immagine di Dio” (credo sì, ma non nella Chiesa e nel Dio che essa propone, credo sì, ma ho una mia visione della fede e di cosa si debba intendere per Dio). 
Taluni hanno consolidato la convinzione che anche la divinità ha dovuto cedere il passo e svanire nella concretezza inarrestabile e incontrovertibile delle scienze e del trionfo del “super io”. Anche il trascendente deve manifestarsi nelle forme della privata e soggettiva interpretazione dei filtri e canoni del comune e personale sentire ed agire e non a quanto proposto e da sempre insegnato dal Magistero della Chiesa. A questi modelli interpretativi devono adeguarsi tutti, anche i vertici della Chiesa, vertici che dovrebbero modificare ed aggiornare insegnamenti e fede alla luce non del credo da sempre proposto, ma ad un’incalzante e sempre più sentita esigenza di modernità, più realistica, più facilmente proponibile e percorribile, più gradita e compiacente ai più.  
  I dettami scaturiti della propria fede personalizzata sono sempre giustificati e secondari alle ragioni ed alle esigenze del momento, ne consegue che le ragioni dello spirito sono “secondarie” alle esigenze “primarie” materiali della persona, esse si devono adeguare o soccombere; il tangibile diviene la vera esigenza cui si deve far fronte, a cui si devono orientare ed investire i propri sforzi e le proprie capacità morali ed intellettive, “ognuno diviene giudice ed arbitro di se stesso e del proprio agire”, il senso e l’entità del peccato cadono sotto “la tua libera, personale ed insindacabile interpretazione”. In quest’ottica la divinità e il prossimo si configurano come destinatari di ciò che ti avanza; Dio è confinato nei limiti e negli spazi che noi gli concediamo. La vecchiaia, le malattie, il decadimento fisico, gli handicap psichici e fisici, sono classificati nella lista delle limitazioni alla libertà, all’efficientismo, al perfezionismo, allo stereotipo dell’uomo moderno, il quale deve essere sempre bello, snello, aitante, ricco, sempre giovane, vincente su tutto ed a qualunque costo. La logica del possesso porta ad una cultura dell’individualismo, dell’accaparramento ed all’egoismo sopra ogni valore e cosa, il possesso del denaro e la sua capitalizzazione impongono il primato dell’avere su quello dell’essere. Non vali per ciò che sei, ma per ciò che hai e per ciò che possedendo puoi ostentare. Tutto questo però si scontra, stride e spesso non coincide con una quotidianità fatta di una realtà spesso all’opposto delle proprie aspettative, generando così ansie ed illusioni che sfociano in una frenetica e logorante ricerca tesa a rendere possibile l’impossibile, al voler realizzare ciò che resterà solo una chimera vissuta da pochi anche se proposta a molti.
   Nella sfera della religiosità, è sempre più diffuso il comune sentire che ritiene che credo e valori religiosi siano da rilegarsi nelle limitazioni del passato, classificandoli come fonte ed ostacoli al libero pensiero, limitazioni alla propria crescita; pertanto l’uomo moderno deve liberarsi da retaggi e credenze che prima o poi saranno smentite dal progresso e dalla concretezza della conoscenza scientifica. Si rimuovono i crocifissi simboli muti ed ingombranti di un credo di cui spesso ci si vergogna, o di cui si è perso le ragioni; il tutto in nome di un’integrazione che è e appare più come negazione reciproca che dei valori delle proprie origini e tradizioni, che dell’incapacità di pacatamente motivare le proprie idee e la propria cultura, della cecità di riconoscere nel diverso il completamento, l’arricchimento e non la contrapposizione o impoverimento di ciò che tu sei o di ciò che lui è.      
  Si riafferma il concetto che l’uomo è stato il vero creatore della divinità, per esigenze legate a particolari momenti, culture e vicissitudini storiche, a movimenti di pensiero, ad una diffusa ignoranza; si arriva nuovamente ad affermare che Dio è stato creato dall’uomo “ forte e scaltro” per sottomettere l’uomo “ mite e ingenuo” (la religione classificata l’oppio dei popoli elargito dai potenti per i loro interessi e per sottomettere le masse ingenue ed ignoranti).
 Si afferma che la cosiddetta fede religiosa è una realtà che non ha retto quando sottoposta alla prova storica e scientifica, o al progressivo evolversi del pensare del tempo presente, pertanto ha esaurito il suo scopo, smentita e confinata alla stregua della cartomanzia, degli oroscopi, delle pratiche esoteriche, figli anche quest’ultime di un retaggio duro a morire, di ignoranza e pseudo-culture del passato.
 Altrimenti (l’esigenza religiosa ) viene vista come una realtà temporanea che finisce per investire quasi solamente i ragazzi o gli anziani: i primi per festeggiare eventi sempre più mondani e fine a se stessi come prime comunioni, cresime e matrimoni, i secondi per esorcizzare la vecchiaia, l’incalzare del tempo, i malanni fisici, la morte e con essa l’incognita della realtà di ciò che ci attende al termine di questa esistenza biologica.   
 Dobbiamo però prendere atto che la stessa libertà vista, concepita dall’uomo dell’età presente, da quest’ultimo fortemente personificata, strenuamente pretesa e difesa al proprio vivere, sentire e valutare, non è mai stata tanto facilmente manipolabile.
  I grandi strumenti del consenso sociale l’addormentano ( la libertà ), o la guidano mediante la tecnica applicata al controllo della vita di persone, mediante i mezzi informatici che permettono di seguire la gente in tutti gli atti più semplici anche dell’ambito e nella sfera dell’intimo, del privato. I mass-media sempre più assumono e sono riconosciuti come idonei ad essere ed incarnare il ruolo del sentire e di “giusta coscienza e giudizio di massa”. Tale controllo (che essi sono in grado di esercitare capillarmente) ci fa comprendere che la libertà a cui l’uomo è assunto non è mai stata così grande e insieme così fragile. Con questo crescere tumultuoso del senso prepotente della libertà e del lecito che affascina non solo i ragazzi, i giovani, la gente semplice, dei paesi e dei luoghi più remoti, ma tutti noi attraverso i messaggi che giungono dai mass media, messaggi sempre più tesi a spiegare e convincere alle ragioni di quanto viene da loro proposto, che la verità e la conoscenza in tutti i settori è solamente quella di cui loro, ( i mass media) sono portatori.  
  Ma il luogo dove le tensioni della libertà e soprattutto, l’uscita dalle convenzioni si concentrano, è la famiglia.
  L’identità della coppia nel matrimonio, la famiglia nella sua costituzione, nella sua durata, nella sua fecondità, nella sua missione viene invasa dall’opinabilità generale che non la ritiene soggetta a regole e norme da noi considerate proprie della famiglia tradizionale. Il concetto stesso di famiglia è stravolto ed applicato a forme di unione particolari, improprie al suo naturale significato e scopo costitutivo. L’essere una sola carne nell’amarsi, nel rispettarsi sia nella buona che nella cattiva sorte, sembra confinarsi ed esaurirsi alla formula del rito, o nel periodo di breve termine che segue. La capacità e la volontà di superare con il reciproco impegno e coadiuvati dalla “grazia sacramentale” della propria unione, gli inevitabili ostacoli, le possibili incomprensioni, le difficoltà di ogni ordine e grado compreso quello economico, sono ben lontane dalla realtà che impone il primato e le esigenze dell’io su quelle del noi, dell’avere su quelle dell’essere, del donare su quella del pretendere, del condividere su quella del possedere: in quest’ottica l’amare significa solo compiacere soddisfando solamente se stessi.
   Anche la figura dei “nonni” non è indenne a questi mutamenti, a volte essa si svilisce perdendo la sua naturale ricchezza di esperienza del vissuto, di realtà ed esperienza storica famigliare; sempre più si impone come figura di collaboratori economici a supporto del / al bilancio famigliare, bilancio che comunque deve comprendere scelte divenute “primarie” come il lavoro di entrambi i coniugi per permettere le molteplici attività sportive, ricreative, comportamentali ed estetiche; sempre più il nucleo famigliare finisce per riscoprirsi come “estranei nella propria casa” perché uniti solo nei ritagli concessi dal lavoro, dallo sport, dallo svago, dalla televisione, da internet. In un’ era che si caratterizza sempre più per la facilità delle comunicazioni il “mutismo” tra le mura domestiche, la mancanza di argomentazioni, la mancanza di tempo e di dialogo da dedicarsi reciprocamente, sono sempre più realtà del momento.
- Questa situazione è vissuta da molti di noi con atteggiamenti molto diversi.
- Il primo è un atteggiamento sconsolato: stiamo andando verso la catastrofe, l’uomo non ha più regole. Soprattutto gli anziani manifestano un profondo disagio, un senso quasi di paura e di rabbia, una voglia di reagire oppure di nascondere la testa, rifugiandosi nel passato, molti temono che si arrivi inevitabilmente al peggio e non sanno come bloccare il male crescente e inarrestabilmente dilagante.
 - Il secondo è l’atteggiamento di chi pensa di essere ancora in tempo a rimediare: urge però ribadire con fermezza e intransigenza le regole del vivere, rivalutarle, dal momento che la gente sbanda perché non le conosce; urge ribadire e richiamare continuamente la perduta integrità etica e morale, urge riesumare spettri e spauracchi di ogni genere, urge sostituirsi ed agire supplendo l’altrui capire, volere e decidere; spesso lo sforzo si concentra nel sottolineare in maniera catastrofica pericoli crescenti e innegabili. Un comune modo di reagire, a questo secondo atteggiamento è quando pretendiamo di aiutare la gente inculcando in essi che occorrono regole ferree, che l’arbitrarietà selvaggia induce allo sfacelo della vita, ad evasioni di ogni tipo, alle più pericolose perversioni d’ immoralità etiche e sessuali, sino all’autodistruzione, anche all’omicidio, al suicidio, al dilagare delle droghe e del male.  Per contro passiamo all’assoluto lassismo ed indifferenza, ad una coscienza " rilassata " in nome della quale si giudica di poco conto e quindi permesso, veniale, ciò che invece è grave, ciò che è proibito, senza regole, senza freni o inibizioni di ogni tipo; tutto è e deve essere permesso e lecito in virtù dell’imperare del disinteresse assoluto di ciò che non ti riguarda o ti coinvolge direttamente in prima persona, tutto è sottoposto ad un atteggiamento di una” progredita apertura mentale”, tutto cade sotto un apparente “buonismo” del vivere e lasciar vivere, non esiste più la “conoscenza” del peccato come colpa volontariamente commessa.
In entrambi i casi la libertà è percepita non come presa responsabile del proprio essere ed agire nel rapportarsi con se stesso e con l’altro, ma come fonte inarrestabile di catastrofi progressive, tanto da parlare di eccesso di libertà, abuso da arginarsi con una “libertà misurata, pilotata”, addomesticata, concessa si, ma con limiti ed in dosi ben precise, concessa da “nuovi ed autoritari paladini” che ne sapranno misurare e valutare natura, dosi ed effetti. 
 - Un terzo atteggiamento (che dovrebbe distinguere ogni singolo credente e porsi nel propositivo/positivo) è caratterizzato dalla ricerca del momento opportuno del tempo di Dio, dell’opportunità evangelica offerta dalla situazione globale odierna. Questo atteggiamento parte dall’intuizione che mai come oggi c’è stata così ampia possibilità di capire il senso del messaggio evangelico, di cogliere che la libertà nell’uomo è imitazione di Dio, il quale (Dio) liberamente ha scelto di amare la sua creatura, capire la libertà come dono di Dio, il quale ci ha creati liberi e che, attraverso una libertà tesa alla responsabilità, l’uomo può ed è capace di superare i pericoli di un arbitrio sfrenato, non con il ritorno al passato e la ripresa dei limiti naturali e tradizionali, non con più o meno dosate limitazioni o privazioni, ma radicati nell’oggi con tutte le sue reali innovazioni, riscoprendo la vocazione del vero senso dell’essere figli di Dio, vivificati e resi diversi dallo Spirito, liberi e chiamati alla pienezza per libera e consapevole scelta proprio mediante la presa di coscienza di tale libertà in Cristo, con Cristo e per Cristo a gloria e immagine della Trinità.  
  L’atteggiamento da riscoprire è l’atteggiamento di chi nella libertà sa riscoprire ed imitare il rapporto sponsale del vero amore di Dio (con il singolo e con l’umanità); rapporto e atteggiamento di continua chiamata ad un’unione ed una libera scelta nella fedeltà, chiamata di Dio che lascia sempre liberi di aderire o rifiutare, di essere fedele o di non esserlo, chiamata di Dio che ogni volta invita con nuove proposte, ogni volta con inviti dimentichi delle precedenti infedeltà, ogni volta riproponendosi con un maggiore e rinnovato slancio e fervore.   
   Noi dovremmo imparare a vivere ed esprimere la libertà con quell’Amore vero che solo in Cristo ti rende capace di sperimentare “l’Amore” che primariamente si dona, che tutto crede, tutto scusa, tutto sopporta; quell’Amore che sempre ricerca ed antepone il bene dell’altro, che edifica sempre e non demolisce mai, che ti rende veramente libero perché sei tu che liberamente impari e decidi di Amare. 
San Paolo viveva e proclamava certamente questo terzo atteggiamento.“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi, state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.” Gal. 5,1
  Per lui (Paolo), se l’uomo vuole vivere nella libertà, deve convertirsi al Signore, cioè a Gesù il Risorto, per lui (Paolo) la libertà è solo Cristo; chi riconosce che Gesù è il Signore entra nello spazio della libertà cristiana, che ha la sua fonte interiore nel dono dello Spirito, tanto da rimproverare ai Galati “ 3Siete così privi d'intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne?” La libertà è primariamente e gratuitamente un dono di Dio, realizzato da Gesù Cristo, divenuto con la risurrezione Spirito datore di vita (1Cor 15,45). Questa libertà non viene da noi, dalle nostre opere; non è un diritto o la capacità di disporre di sé senza alcun condizionamento. La libertà è e resta l’appartenenza a Cristo; l’uomo che aderisce a Gesù il Risorto, viene liberato dal peccato, dalla morte e dalla legge, libero nel senso vero della libertà.


                                                                                                                                          m.z.

domenica 10 luglio 2011

La crisi delle imprese edili nella prov. di Imperia.

La crisi delle imprese edili nella prov. di Imperia.


Si legge da più parti della grave crisi che attanaglia il settore edile. E’ innegabile e nessuno si sognerebbe di affermare il contrario, ma è altrettanto innegabile che le problematiche tanto sbandierate, se veramente vogliamo essere sinceri, non corrispondono alla reale situazione in provincia ( basti analizzare i dati pubblicati sul sito della Cassa Edile). E ‘ in crisi un settore degli edili che ha privilegiato e orientato la sua attività di intervento unicamente con le amministrazioni pubbliche, è in crisi un settore edile che ha sempre e solo fondato la sua attività di intervento con l’acquisizione di appalti e bandi comunali, è in crisi una piccolissima parte di imprese (spesso anche appartenenti al settore dell’artigianato, ma che hanno svolto solamente la loro attività in sub-appalti legate  unicamente alle imprese edili di cui sopra).  Certo la crisi c’è ed è sotto gli occhi di tutti e tutti, anche le imprese, ( soprattutto quelle del restante settore dell’artigianato ) hanno e ricordano di aver vissuto tempi migliori, anche il semplice cittadino, la casalinga, il pensionato, la mitica signora Maria si rende conto della situazione di disagio in cui è costretta a convivere quotidianamente nonostante i proclami dei nostri governati “ tutto và bene, la crisi è alle spalle, noi non siamo la Grecia, ecc.”. Di chi è la colpa? Della globalizzazione, dell’essere in Europa, del governo, degli speculatori internazionali? Non essendo un esperto in materia ma un semplice cittadino, lascio queste valutazioni e risposte a chi di dovere. Ma ritornando al comparto degli edili. Forse è in crisi quel settore che nei corridoi o dal barbiere o nei bar veniva propriamente o impropriamente definito dei soliti noti? Quel settore che per anni ha sempre dominato la piazza? Quel settore dei soliti noti e affini che a turno si aggiudicavano i vari appalti? Difficile da smentire che sui vari cartelli posti nei cantieri edili pubblici i nominativi dei vari assegnatari erano e sono sempre gli stessi. Difficile spiegare come mai oltre a loro ( i soliti noti), rarissimamente altre imprese edili  siano in grado di aggiudicarsi un appalto da un’amministrazione comunale anche solo per caso.
Vi è poi un altro comparto edile, un comparto che ha sempre e solo lavorato investendo e rischiando per lavorare del suo, rivolgendosi ad una clientela non pubblica dove ogni accesso gli era precluso, ma a quella clientela cosiddetta privata che è molto più esigente delle amministrazione pubbliche, quella clientela che se non esegui correttamente il lavoro che ti è stato commissionato non ti paga e pretende prima di pagarti che il lavoro commissionato  le sia rifatto a regola d’arte ( pensate se fosse successo così anche per marciapiedi di via Martiri, per il primo tratto di corso Matteotti, per le facciate dell’ istituto Pascoli, per l’auditorium Franco Alfano, e quanto e quanti altri nomi si potrebbero aggiungere a questo elenco ( si farebbe prima certamente a elencare i lavori definibili “ben fatti” per le nostre amministrazioni pubbliche).
Ma ritornando alle nostre imprese, quelle che non vivono su appalti con il settore pubblico, spesso piccole ma efficienti, spesso dimenticate ( sia nei tempi di vacche grasse, che in quelli di vacche magre) abituate a fare da sé, spesso in grado di riciclarsi ampliando l’offerta e la varietà dei servizi resi, spesso qualitativamente al top della professionalità, ( mentre venivano ultimati i marciapiedi di via Martiri un passante commentava “ se le piastrelle fossero state messe dall’aiuto manovale del mio muratore il risultato finale sarebbe stato senz’altro migliore”; abituate, queste piccole imprese a non piangere in attesa che l’amministrazione o qualche “santo protettore” le risolva i problemi ( magari a danno e scatipo dei cittadini?) ma, queste piccole imprese, abituate a rimboccarsi le maniche, a sentirsi negare dalle banche qualsiasi aiuto finanziario, anche loro sono in crisi, anche loro hanno bisogno di aiuti concreti, anche loro ( il 75% ed oltre delle imprese operanti sul nostro territorio) vorrebbero che qualcuno si occupasse dei loro problemi.
Speriamo che ciò avvenga, speriamo che una volta tanto non siano presi in esame solo i problemi dei “soliti noti”, speriamo che Confindustria e Confartigianato sempre solerti a promuovere campagne di sensibilizzazione per i “poveri soliti noti di cui sopra”, magari una volta soltanto si interessino anche dei problemi della stragrande maggioranza degli edili in provincia.

sabato 9 luglio 2011

(Leggenda del Re infelice)

(Leggenda del Re infelice)

C'era un re
che aveva
due castelli
uno d'argento
uno d'oro
ma per lui
non il cuore
di un amico
mai un amore né felicità.

Un castello
lo donò
e cento e cento amici trovò
l'altro poi
gli portò
mille amori
ma non trovo
la felicità.

Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà...


Recitativo testo

(Due invocazioni e un atto d'accusa)

Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati
che di gloria toccaste gli apogei
noi che invochiam pietà siamo i drogati.

Dell'inumano varcando il confine
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambito sogno mette fine:
che la pietà non vi sia di vergogna.

Banchieri, pizzicagnoli, notai,
coi ventri obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai
noi che invochiam pietà fummo traviate.

Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca.

Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.

Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?

Uomini cui pietà non convien sempre
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.

Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce.

domenica 12 giugno 2011

Ave Maria

E te ne vai, Maria, fra l'altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.


Sai che fra un'ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.


Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.


Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Preghiera di gennaio

Lascia che sia fiorito 
Signore, il suo sentiero 
quando a te la sua anima 
e al mondo la sua pelle 
dovrà riconsegnare 
quando verrà al tuo cielo 
là dove in pieno giorno 
risplendono le stelle. 
Quando attraverserà 
l'ultimo vecchio ponte 
ai suicidi dirà 
baciandoli alla fronte 
venite in Paradiso 
là dove vado anch'io 
perché non c'è l'inferno 
nel mondo del buon Dio. 
Fate che giunga a Voi 
con le sue ossa stanche 
seguito da migliaia 
di quelle facce bianche 
fate che a voi ritorni 
fra i morti per oltraggio 
che al cielo ed alla terra 
mostrarono il coraggio. 
Signori benpensanti 
spero non vi dispiaccia 
se in cielo, in mezzo ai Santi 
Dio, fra le sue braccia 
soffocherà il singhiozzo 
di quelle labbra smorte 
che all'odio e all'ignoranza 
preferirono la morte. 
Dio di misericordia 
il tuo bel Paradiso 
lo hai fatto soprattutto 
per chi non ha sorriso 
per quelli che han vissuto 
con la coscienza pura 
l'inferno esiste solo 
per chi ne ha paura. 
Meglio di lui nessuno 
mai ti potrà indicare 
gli errori di noi tutti 
che puoi e vuoi salvare. 
Ascolta la sua voce 
che ormai canta nel vento 
Dio di misericordia 
vedrai, sarai contento. 
Dio di misericordia 
vedrai, sarai contento. 


Recitativo

Uomini senza fallo, semidei 
che vivete in castelli inargentati
 
che di gloria toccaste gli apogei
 
noi che invochiam pietà siamo i drogati.
 

Dell'inumano varcando il confine
 
conoscemmo anzitempo la carogna
 
che ad ogni ambito sogno mette fine:
 
che la pietà non vi sia di vergogna.
 

Banchieri, pizzicagnoli, notai,
 
coi ventri obesi e le mani sudate
 
coi cuori a forma di salvadanai
 
noi che invochiam pietà fummo traviate.
 

Navigammo su fragili vascelli
 
per affrontar del mondo la burrasca
 
ed avevamo gli occhi troppo belli:
 
che la pietà non vi rimanga in tasca.
 

Giudici eletti, uomini di legge
 
noi che danziam nei vostri sogni ancora
 
siamo l'umano desolato gregge
 
di chi morì con il nodo alla gola.
 

Quanti innocenti all'orrenda agonia
 
votaste decidendone la sorte
 
e quanto giusta pensate che sia
 
una sentenza che decreta morte?
 

Uomini cui pietà non convien sempre
 
male accettando il destino comune,
 
andate, nelle sere di novembre,
 
a spiar delle stelle al fioco lume,
 
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
 
muover le tombe e metterle vicine
 
come fossero tessere giganti
 
di un domino che non avrà mai fine.
 

Uomini, poiché all'ultimo minuto
 
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
 
per non aver pietà giammai avuto
 
e non diventi rantolo il respiro:
 
sappiate che la morte vi sorveglia
 
gioir nei prati o fra i muri di calce,
 
come crescere il gran guarda il villano
 
finché non sia maturo per la falce.

 

domenica 5 giugno 2011

Ripensando……


Ripensando……

     Venerdì 27 maggio la nostra comunità ha festeggiato l’anniversario dei 50 anni di ordinazione sacerdotale del nostro parroco. A mio modesto giudizio era tutto perfetto e sento di dover dire un grazie particolare a Giovanna, Miro, Alessandra e quanti con loro, hanno collaborato perché la festa assumesse la gioia di un evento vissuto in famiglia. Una liturgia che ha comunicato nei gesti, nei segni e nelle parole, tutto il grazie che la comunità parrocchiale ha voluto esprimere a chi ha saputo, attraverso il proprio ministero, guidarla, formarla condividendo con essa il proprio cammino di fede.   

     Il giorno successivo ho sentito il bisogno di tornare a San Rocco ed a chiesa vuota, sono rimasto seduto lasciando scorrere i ricordi.
Mi è venuto subito alla mente un evento che per la nostra parrocchia ha avuto una notevole rilevanza; mi riferisco all’incendio che ha segnato gravemente la chiesa di San Rocco. Ricordo l’apprensione per la struttura in cemento armato enormemente sollecitata dall’eccessivo calore, che preoccupava i vari tecnici intervenuti, ricordo i primi caotici e confusi aiuti dei parrocchiani che hanno però permesso di celebrare puntualmente alle 18 la santa messa tra fedeli sgomenti, collaboratori sporchi di fuliggine e il don che non si capiva bene se fosse più preoccupato o incredulo per l’accaduto.
Ricordo le parole di Sua Eccellenza Angelo Verardo nell’omelia domenicale, il quale rivolto verso don Colombi e gesticolando come sua consuetudine, tuonava: “Guarda di non farti venire un infarto per così poco altrimenti ti…………”

     Ma al di là dei ricordi vorrei esternare un dubbio che ho sempre avuto e che penso abbia un minimo di fondamento; “ penso che in fondo, in fondo “, don Colombi alla fine sia stato grato a quell’evento. Si, “grato” perché l’incendio lo costringeva a restaurare, riprogettandolo, rivoluzionando e personalizzando tutto il presbiterio; grato perché il nuovo presbiterio avrebbe espresso anche nella struttura e nelle forme, la sua idea di parrocchia, realtà ecclesiale che abbraccia tutte la famiglie “chiese domestiche”.
Un abbraccio che è sintetizzato e che a prima vista è impossibile non notare entrando in San Rocco osservando il fondo del presbiterio, la cui parete concava e volutamente bianca, sembra invitare e coinvolgere chi progressivamente si avvicina all’altare.

      Ma se si presta un attimo di attenzione, salta subito all’occhio come tutto sia stato collocato, pensato e realizzato per ricreare quel senso di familiarità, di accoglienza, festosità, che ha sempre caratterizzato l’azione pastorale del nostro parroco.

- Il battistero luogo dell’inizio della vita in Cristo, posto sulla destra, in cui l’acqua è sempre movimentata da una piccola goccia che cade dall’alto e da dove, una cupola trasparente, lascia filtrare la luce solare che ne ravviva la struttura massiccia e al tempo stesso snella, solenne ma inconsueta sia nello stile, sia nella forma, richiamo alle parole della scrittura. “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. (Genesi 1,2)
Lo Spirito e l'acqua sono le più antiche presenze della Bibbia. Nel libro della Genesi il primo movimento della vita è il movimento dello Spirito sulle acque. Da allora sempre lo Spirito e l'acqua sono legati al sorgere della vita, della purificazione, della “sete” dell’uomo per Dio. Per questo sono presenti nel Battesimo di Gesù e nel nostro Battesimo: come vita che rinasce, come purificazione che rigenera, ricrea e sconvolge. Quella stessa voce che nel battesimo del Signore riecheggiò sul fiume Giordano è scesa sul nostro Battesimo e ci ha dichiarati figli, i quali non da carne né da volere d'uomo, ma da Dio, sono stati generati ( Gv 1,13). «Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» ( Giov. 3, 1-8). «Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor. 5, 17).Così il battesimo non è solo un rito esteriore di accoglienza in un’organizzazione umana, in esso Dio è prova della sua misericordia, della sua volontà salvifica, dell’amore che ha per ognuno di noi, così il battesimo è l’ingresso di una creatura nuova nella comunità dei figli di Dio, la quale è chiamata a far festa, a compartecipare, a sentire proprio il nuovo nato.
 

- L’altare, composto a prima vista in un unico blocco, ma che è l’unione da sette parti marmoree tra esse coese, richiamo ai sette sacramenti, strumenti unici per la vita del cristiano, il quale da essi trae forza e momenti certi della presenza di Cristo che si fa incontro con ognuno di noi. I sacramenti della Nuova Legge, mezzi fondamentali, voluti come aiuto, veicoli d’amore, istituiti da Cristo e che toccano tutte le tappe e tutti i momenti importanti della vita del cristiano, segni e mezzi che costantemente ricordano e che grazie ad essi, la vita di fede nasce, cresce, riceve la guarigione, festeggia la riconciliazione, il dono della missione sponsale o sacerdotale, celebra lo spezzare e il condividere con tutti il pane.         
Questi sette “segni” voluti fortemente in piena vista nel ripresentare l’altare nel nuovo presbiterio, che in esso caratterizzano e sintetizzano lo slogan di una pastorale moltitudinaria tesa a creare una comunità di fratelli che vivono, testimoniano e celebrano il loro essere chiesa in Cristo, per mezzo dello Spirito uniti in un solo io, nel camminare costantemente tutti uniti verso il Padre. 

- La cantoria collocata a semicerchio nel presbiterio, che spesso durante le funzioni si confonde e si mescola con i ministranti, con il celebrante, lo spazio per l’animatore liturgico che nella sua semplicità vuole essere il prolungamento e l’unione dell’assemblea nell’animare le liturgie, l’ambone che volutamente sembra non contenere il lezionario, quasi ad indicare e ricordare che ciò che è primario sono le sacre scritture in esso contenute, lo scranno del celebrante che si allarga sia a destra che a sinistra con quelli dei ministranti divenendone un tutt’uno.

- Il tutto completato dalla statua della Madonna, collocata a lato del presbiterio e che come sempre richiama la presenza discreta, ininterrotta ma fondamentale di Maria nella vita e nella missione della Chiesa, scultura che sembra voler invitare i fedeli a non aver paura di prendere in braccio, ad accogliere quel bambino da Lei offerto, venuto per la riconciliazione e la redenzione del mondo.

    Termino ripensando a quell’in fondo, in fondo, sopra accennato, ma che per me è una certezza; anche nella struttura il don ha voluto lasciarci una “nuova immagine di parrocchia” accogliente, espressiva, non statica ma viva e l’incendio ne è stato l’aiuto imprevisto. 

m.z.









sabato 14 maggio 2011

- Progetto pastorale N.I.P. “nuova immagine di parrocchia.






- Progetto pastorale N.I.P. “nuova immagine di parrocchia “.

Se vogliamo maggiormente sottolineare una delle stranezze del nostro tempo, è la velocità con cui l’oggi diventa subito domani, l’incredibile accelerazione con cui alcune novità tecnologiche diventano obsolete in brevissimo tempo.
Non hai ancora acquistato l’i-pood ed imparato ad usarlo, che già il mercato propone i-pood 2 di ultima generazione.
Questa introduzione mi è servita per giustificare la mia nostalgia ad un tempo in cui la riflessione era maggiormente lenta e preponderante nell’agire comune, tempo in cui era fondamentale capire chi fossi, da dove venivi e quale era la tua meta; riflessione fondamentale per capire quale fosse stato il tuo percorso, la tua crescita, l’evolversi della tua personalità. Non che questo oggi non accada, ma è innegabile che oggi il tutto avviene ad una velocità eccessiva, che a volte da per scontate e per acquisite troppe cose e che spesso mi sconcerta e disorienta.

La mia esperienza di collaborazione all’interno della parrocchia di San Rocco risale pressappoco agli inizi degli anni 70, quando un gruppetto di ragazzi e due sacerdoti (don Colombi e don Giuseppe) si radunava in una saletta presso l’istituto Sede Sapientiae riflettendo, commentando il vangelo della domenica successiva, progettando come coinvolgere altri parrocchiani o dei servizi a cui rendersi disponibili in parrocchia.
Per chi conosce bene il nostro parroco “don Contardo Colombi” sa bene come una delle sue maggiori “ansie” sia sempre stata il come coinvolgere il maggior numero di persone nelle attività parrocchiali: ansia che a volte è stata confusa con un’apparente insoddisfazione o mancato apprezzamento del risultato raggiunto e in una continua richiesta in nuovi traguardi; ansia che in lui traspare ancor oggi (basti leggere l’ultima lettera ai parrocchiani) dove in sintesi la preoccupazione è e rimane sempre la stessa “ come faccio Signore a raggiungere tutte le anime che mi hai affidato?”

Penso che sia stata proprio “quest’ansia” a farlo decidere negli anni 80 ad adottare un metodo pastorale che lo aiutasse a coinvolgere in modo organico, programmato, ma capillare, tutti i suoi parrocchiani. Un metodo che sapesse rispettare i tempi di crescita e di risposta di tutti, ma che progressivamente fosse anche in grado di coinvolgere tutti, rendendo possibile l’obbiettivo di chiedere a tutti un impegno nel fare “qualcosa”; evitando come spesso invece accade, che il molto sia chiesto e fatto da pochi. Il desiderio di un metodo in cui il poco di molti diviene la risposta comune alle esigenze di tutti, che rende tutti partecipi delle scelte e dell’agire perché scaturite dalle esigenze reali, immediate, primarie della realtà in cui siamo immersi, con la quale ogni giorni siamo chiamati a confrontarci, scontrarci, e a dover dare una risposta che sia credibile come persone ma sopratutto come cristiani.
La nostra vocazione al cristianesimo è opera di Dio, vocazione che dobbiamo riconoscere con stupore e riconoscenza ritenendola inspiegabile nella scelta. La spiegazione della vocazione a cui Dio chiama è a prescindere e non è mai nei meriti umani, o nelle nostre pie intenzioni, preghiere ed azioni, ma nella sola generosità e nella misericordia straordinaria di Dio che ci dona un cuore e uno spirito nuovo.(Ez 36, 25-26)
La vocazione non è mai basata sulla nostra dignità precedente o futura: occorre piuttosto dire che la vocazione ci conferisce gratuitamente la nostra dignità. L’elezione di Dio è gratuita e precede ogni azione umana, è manifestazione della grazia e della misericordia di Dio e non ricompensa dei nostri sforzi, siamo tutti investiti del nostro ministero “per la misericordia di Dio” (2Cor. 4,1). Dio si è degnato di mettersi in relazione con noi e di metterci in relazione personale con Lui, per questo non possiamo mai perderci d’animo ( 2Cor. 4,1). Ogni vocazione è un’azione del Padre che mette la persona chiamata in rapporto profondo col Figlio suo. Si tratta di venir chiamati a conoscere il cuore del Figlio di Dio fatto uomo. Dio non chiama per assegnare in primo luogo una funzione, chiama alla salvezza: la sua chiamata è anzitutto una grazia intima e personale e dona la conoscenza intima di Gesù, Figlio di Dio fatto uomo perché ogni uomo, per mezzo dello Spirito, riscopra con Cristo la vera dignità dell’uomo. Solo così ogni cristiano impara a vedere se stesso nel Cristo che si fa incontro con il fratello.
Il progetto N.I.P. (nuova immagine di parrocchia), presuppone alla sua base che tutti, nessuno escluso, imparino ad ascoltare quello Spirito “che soffia dove e su chi vuole”; Spirito che non è mai un vento violento ma solo una brezza lieve, una brezza tanto lieve che solo chi è attento sa percepire, una brezza che non è mai tendente alla rottura, ma solo alla crescita comune, all’incontro, che non travolge e non t’impone mai nulla, lasciandoti il tempo di capire e liberamente fare la tua scelta.
Un progetto ( il N.I.P.) tendente a farti riscoprire che nello Spirito tutti sono capaci di farsi carico, di assumere, di preoccuparsi del passo di tutti i componenti del popolo di Dio; del giovane che dovrà aspettare ed aiutare l’anziano per proseguire, dell’anziano che dovrà imitare e riscoprire la vivacità del giovane, sempre però camminando insieme, sempre attenti al passo ed all’affanno dell’altro, sempre rimanendo in cammino come Popolo che senza strappi, senza fughe in avanti, senza arresti immotivati, senza protagonismi, vuole arrivare camminando insieme ed in Cristo alla meta.

Un progetto che fatte proprie tutte le spinte innovative del Concilio Vaticano II°, riafferma come in Cristo si è chiamati senza distinzione ad essere al servizio gli uni degli altri nella diversità dei ruoli, dei carismi, delle realtà di vita, riproponendo la capacità essenziale di essere Chiesa Domestica; Chiesa che invita gli sposi cristiani a raccogliere il confronto e il dialogo con altre famiglie del proprio caseggiato, del quartiere, realizzando il nucleo primario dell’evangelizzazione, annunciando la catechesi cristiana nelle sue prime forme e nel luogo più appropriato.

Forse l’invito che questo progetto propone con maggior risalto e che dovremmo ieri, oggi e sempre capire, é che la famiglia di Dio è composta da ogni individuo che nasce, cresce su questo pianeta e per questo e in quanto tale, ha titolo per essere chiamato “figlio di Dio” e per il quale Cristo ha offerto la propria vita.
Siamo sempre chiamati a scegliere fra una vita solitaria di schiavitù e di egoismo e una vita di libertà nello Spirito che ci permette liberamente di amare. Chi vuole fondare il proprio valore personale sui suoi meriti, sul proprio operato, sulle sue attività e decisioni, rimane più o meno consapevole e solo, nella sua superbia: con tutti i suoi sforzi nutre il proprio orgoglio, anche compiendo atti in apparenza generosi, buoni, giusti. (1 Cor. 13. 1 e seg).

La logica che dobbiamo apprendere e condividere, e che il progetto N.I.P. si sforza di farci riconoscere, è la logica del donare gratuitamente per il solo gusto e scopo di amare, senza chiedere niente in cambio, senza porre delle condizioni preliminari, senza preventivamente stabilire chi noi ne riteniamo degno. Dio chiama incessantemente a conversione tutti, tutti gli uomini e nel farlo fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti perché tutti sono suoi figli.
Dio scruta i cuori ed in essi vede le azioni e le volontà inespresse, i voleri sentiti, desiderati, sperati, ma resi a volte impossibili per le incapacità di chi nella solitudine, nella povertà, nell’affanno per il quotidiano, nelle tante debolezze che la propria natura esprime, non riesce a realizzare.

Il volersi confrontare e camminare insieme nella fede con altre persone nelle proprie case, è la base per realizzare, è la concretizzazione della struttura della “Chiesa Domestica”, che sfocia nella realtà più ampia della parrocchia, eleggendo quest’ultima come Famiglia di famiglie.

Auguri ”don” per i tuoi 50 anni di sacerdozio, per il cammino fatto insieme, per la tua amicizia. Ricorderò sempre con piacere il viaggio verso Rocca di Papa, gli incontri e le riunioni per me a volte troppo impegnative, riunioni fatte per incominciare a scoprire il progetto di una Chiesa che vuole deverticizzare la propria struttura per meglio far comprendere a tutti il significato di cammino in comunione, riunioni ed incontri conclusosi sempre con tanta allegria, con gli occhi pieni di gioia e sognanti di una speranza possibile perché fondata nell’ansia della fede, fede che sa renderti capace di capire che l’io si completa unicamente incontrando e divenendo il noi.

m.z.