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lunedì 20 febbraio 2012

"Educazione e figli" Il ruolo della famiglia cristiana nell’educazione


"Educazione e figli" Il ruolo della famiglia cristiana nell’educazione
Un’emergenza educativa ?

- Mezzo secolo fa i genitori non si ponevano, almeno in maniera esplicita, il problema educativo. La famiglia dava al figlio la propria impronta, che era più o meno in sintonia con il vivere sociale e con lo stile che le altre famiglie davano ai propri figli. Succedeva che qualche figlio andasse “fuori strada”, ma il progetto educativo, da quasi tutti implicitamente accettato, era preciso, omogeneo e pressante: i condizionamenti sociali e gli insegnamenti della Chiesa erano dei poderosi “guard-rail” che tenevano le persone entro un preciso modello di comporta-mento. Mettere al mondo un figlio era come inserirlo in un alveo ben definito che lo conteneva e lo accompagnava per tutta la vita.

- La grande svolta iniziata negli anni ’60 ha demolito progressivamente gli argini di questo alveo e i possibili percorsi di vita sono divenuti molteplici, affidati sempre più all’arbitrio del singolo. Molte famiglie si sono trovate sole e disorientate. Molti genitori oggi vivono sofferenze, ansie, disorientamento nel rapporto con i loro figli; sono rassegnati e spesso passivi di fronte alla deriva di molti dei loro figli, che seguono strade lontane da quelle percorse dai genitori; i genitori oggi hanno poca fiducia nella propria opera educativa, sono convinti che i loro figli prendono una piega diversa dalle loro attese per il forte potere che su di essi hanno i mezzi di comunicazione di massa (televisione, internet, stampa…), la scuola, i compagni, le mode… Spesso troviamo genitori che, pur non essendo d’accordo con le idee, gli atteggiamenti e le scelte dei loro figli, si salvano dalla disperazione dicendo: “oggi si usa così… oggi fanno tutti così… che cosa vuoi farci?”.

- Se diamo uno sguardo alle spalle di questi genitori disorientati nel rapporto con i loro figli, probabilmente scopriamo che, almeno per la maggior parte di essi, si era già interrotta la relazione educativa tra la loro generazione e quella che l’ha preceduta. La grande frattura del ’68 ha in qualche modo isolato una generazione privandola delle radici e impoverendola di quella ricchezza (naturalmente è sempre una ricchezza da purificare e da aggiornare) che ogni generazione di solito è in grado di trasmettere all’altra in forza dell’amore.

- Forse vale la pena tentare anche un altro ragionamento. La generazione del post-sessantotto ha rotto con i propri genitori e da questa rottura è derivata sofferenza sia per i padri e le madri che per i figli: per risparmiare questa sofferenza ai propri figli, la generazione del post-sessantotto ha cercato di realizzare un rapporto non conflittuale con i propri figli, un rapporto e così vogliamo dire alla pari (è la generazione dei genitori che vogliono essere “amici” dei loro figli).

- Questo genere di rapporto, incapace di gestire i conflitti, si è però anche impoverito di quella intenzionalità e di quella fermezza educativa che sono indispensabili in un dialogo educativo. Può essere forse una lettura semplicistica, ma, senza voler generalizzare troppo, ci dà qualche spiegazione dell’attuale impotenza di molti genitori in fatto di educazione. Insieme con la famiglia, sono andate in crisi tutte le altre “agenzie educative”. Non meno forte di quello dei genitori è il disorientamento degli insegnanti nel mondo della scuola e di tanti educatori: oggi si parla con sempre maggiore insistenza di una “emergenza educativa” che riguarda la famiglia, la scuola, le istituzioni ecclesiali, l’intera società.

- Lo ricordava qualche mese fa anche il Papa BenedettoXVI: “Oggi, in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, della crescente difficoltà che s’incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell’esistenza e di un retto comportamento, difficoltà che coinvolge sia la scuola sia la famiglia e si può dire ogni altro organismo che si prefigga scopi educativi... Così sia i genitori sia gli insegnanti sono facilmente tentati di abdicare ai propri compiti educativi e di non comprendere nemmeno più quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata”.

- Ad aggravare la situazione della famiglia nella sua dimensione educativa si aggiunge anche il fatto che il nostro tempo è segnato dalla fragilità delle famiglie sul piano relazionale e sul piano della “tenuta” ai valori

 fondamentali che dovrebbero sorreggerla, fragilità che determina spesso il fallimento del progetto di vita di molte famiglie. A questo si aggiunga che c’è un tentativo persistente della cultura radicale e dei mass-media di demolire il valore della famiglia mettendone in luce solo i fallimenti e la povertà. Bisogna dire che, nonostante questo, i giovani credono sempre più nella famiglia.

- Questo disorientamento d’altra parte ha messo in moto una ricerca di soluzioni e di risposte che hanno reso attuale il problema educativo:

·        chi educa le nuove generazioni?

·        A quali valori vanno educate?

·        Con quali risorse e con quali mezzi?

·        Quale futuro attende questa generazione?

- Il problema educativo ha investito sempre di più la vita sociale ed ecclesiale e l’attenzione si sta concentrando soprattutto sulla famiglia, chiamata per sua natura ad essere il primo e il fondamentale ambiente educativo per le nuove generazioni.


- Dobbiamo prendere atto che fino a qualche tempo fa, malgrado tutto, nel sentire comune erano presenti alcuni riferimenti di confronto costituiti da un complesso di norme istituzionali, valori etici, morali e religiosi da tutti accettate e ritenute imprescindibili; tradizioni, consuetudini, valori su cui la gente si misurava, a prescindere dall’opzione specifica di fede o di pratica  religiosa, a prescindere dell’appartenenza politica o socio culturale. 

- Esistevano limiti riconosciuti invalicabili da tutti e da tutti accettati riferiti all’azione umana e alle culture, stabiliti dai grandi fatti biologici, naturali, etici, limiti entro i quali tutti si doveva vivere, operare e misurarsi.

- Il fatto tipico e assolutamente nuovo di quest’ultimo periodo della nostra epoca è che l’uomo di oggi ha la certezza che quasi tutto gli è possibile o gli sarà (grazie ai progressi scientifici) tecnicamente possibile, che i limiti sono o saranno a breve termine comunque superati e che ciò oggi è ritenuto impossibile, presto sarà reso possibile.              

- L’uomo  comune avverte che sarà sempre più emancipato dal ritmo del giorno e della notte, dai ritmi e dai limiti dello spazio, grazie ai traguardi raggiunti dalle tecnologie, alle forme di trasporto velocissimo, all’immediatezza delle comunicazioni. L’uomo  comune avverte ed è convinto che la scienza possa proporre ogni giorno la fattiva possibilità di superare, manipolare le stesse leggi della genetica, della procreazione naturale, dell’eredità biologica. La maggioranza dell’umanità è indotta a credere che potrà, in un avvenire prossimo futuro, controllare, fare ed ottenere tutto ciò che vuole: sulla natura, sui modi di essere, sulla qualità e durata della vita umana. Queste certezze sono alimentate grazie ai progressi, solo per citarne alcune, della ricerca scientifica, delle cellule staminali, della clonazione, della chirurgia estetica, capace quest’ultima di annientare il passare del tempo, di rimodellare difetti ed esaltare l’aspetto secondo i propri canoni e gusti estetici. Queste continue conquiste, dall’uomo moderno, sono sperate, avvertite e vissute come i nuovi orizzonti del possibile; medicina, tecnica e meccanica sono viste e percepite come la realizzazione del fantascientifico che diventa possibile e realizzabile, si è sempre più convinti che grazie a queste scienze, nel prossimo futuro, i traguardi raggiunti saranno la realtà concreta, realizzabile e tangibile di una nuova era priva di limiti per il genere umano, privi del dolore e della morte, privi di un sentire religioso retaggio del passato.

- Di conseguenza, il fatto nuovo della storia umana è che mai come oggi si è accresciuto a dismisura il senso della libertà: libertà dai condizionamenti naturali e biologici, libertà dalle leggi e dalle consuetudini, libertà

dai vincoli della natura e del tempo, libertà da Dio, dalle sue leggi, precetti e istituzioni. Mai l’uomo ha avuto tanta libertà, mai è stato più emancipato e disancorato da forme di riferimento che parevano ovvie, obbliganti, scontate, evidenti, invalicabili. Le norme, le regole, le tradizioni, le convenzioni di riferimento appaiono un valore relativo, non più un dato assoluto che non si tocca; esse valgono nella misura in cui sono contrattabili in virtù di un utile, di un fine. Tutto è negoziabile e opinabile, tutto può essere scelto, tutto cade sotto l’interpretazione del soggettivo; sul mercato del denaro è possibile comprare di tutto, tutto diventa mercanzia e oggetto di scambio, sono in vendita anche la legalità, la dignità, la vita altrui, spingendosi in casi sempre meno estremi al tentativo di giustificare con motivazioni deliranti, traffici ignobili come quelli degli organi di bambini provenienti da paesi del terzo e quarto mondo, la cui sola colpa è la povertà e l’ignoranza cronica dell’ambiente in cui vivono con le loro famiglie.

- Regole e canoni della “Finanza mondiale” diventano la legge fondante, lo scopo e la ragione su cui ci si deve orientare, sulla quale si modella il proprio agire e pensare, regole ed esigenze che nell’essere attuate sconvolgono, condizionano, plasmano nel bene e nel male il destino di interi stati, dell’intera umanità.

- A questa mentalità non sfugge nemmeno il concetto di sacro. La divinità che ad esso è legata è recepita in maniera personalizzata, adattata alle proprie esigenze, svilita al proprio credo e sentire, a forme interpretative spesso poste ai limiti della contraddizione e del folcloristico; concetto di sacro che confina entro certi limiti la nostra personale visione interpretativa,(un conto è Dio un’altra cosa sono gli affari), divinità appiattita alla nostra “immagine di Dio” (credo si, ma non nella Chiesa e nel Dio che essa propone, credo si, ma ho una mia visione delle fede e di cosa si debba intendere per Dio).  Per molti poi anche la divinità ha dovuto cedere il passo e svanire nella concretezza inarrestabile e incontrovertibile delle scienze e del trionfo del “super io”, anche il trascendente deve manifestarsi nelle forme della privata e soggettiva interpretazione, dei filtri e canoni del comune e personale sentire ed agire e non a quanto proposto e da sempre insegnato dal Magistero della Chiesa. A questi modelli interpretativi devono adeguarsi tutti, anche i vertici della Chiesa, vertici che dovrebbero modificare ed aggiornare insegnamenti e fede alla luce di un’esigenza di modernità più realistica e più facilmente proponibile e percorribile. 

- I dettami della propria fede personalizzata sono sempre giustificati e secondari alle ragioni ed alle esigenze del momento, ne consegue che le ragioni dello spirito sono “secondarie” alle esigenze “primarie” della carne, ad esse si devono adeguare o soccombere; il tangibile diviene la vera esigenza cui si deve far fronte, a cui si devono orientare ed investire i propri sforzi e le proprie capacità morali ed intellettive, “ognuno diviene giudice ed arbitro di se stesso e del proprio agire”, il senso e l’entità del peccato cadono sotto “la tua libera, personale ed insindacabile interpretazione”. In quest’ottica la divinità e il prossimo si configurano come destinatari di ciò che ti avanza; Dio è confinato nei limiti e negli spazi che noi gli concediamo.

- La vecchiaia, le malattie, gli handicap fisici e psichici, sono classificati nella lista delle limitazioni alla libertà, all’efficientismo, al perfezionismo, allo stereotipo dell’uomo moderno, il quale deve essere sempre bello, aitante, ricco, sempre giovane, vincente su tutto ed a qualunque costo. La logica del possesso porta ad una cultura dell’individualismo, dell’accaparramento ed all’egoismo sopra ogni valore e cosa, il possesso del denaro e la sua capitalizzazione impongono il primato dell’avere su quello dell’essere. Non vali per ciò che sei, ma per ciò che hai e per ciò che possedendo puoi ostentare.

- E’ sempre più diffuso il comune sentire che ritiene che credo e valori religiosi siano da rilegarsi nelle limitazioni del passato, classificandoli  come fonte ed ostacoli al libero pensiero, limitazioni alla propria crescita; pertanto l’uomo moderno deve liberarsi da retaggi e credenze che prima o poi saranno smentite dal progresso e dalla concretezza della conoscenza scientifica. Si rimuovono i crocifissi simboli muti ed ingombranti di un credo di cui spesso ci si vergogna, o di cui si è perso le ragioni; il tutto in nome di

un’integrazione che è e appare più come negazione reciproca che dei valori delle proprie origini e tradizioni, che dell’incapacità di pacatamente motivare le proprie idee e la propria cultura, della cecità di riconoscere nel diverso il completamento, l’arricchimento e non la  contrapposizione o impoverimento di ciò che tu sei o di ciò che lui è.     

- Si riafferma il concetto che l’uomo è stato il vero creatore della divinità, per esigenze legate a particolari momenti, culture e vicissitudini storiche, a movimenti di pensiero, ad una diffusa ignoranza; si arriva nuovamente ad affermare che Dio è stato creato dall’uomo “forte e scaltro”per sottomettere l’uomo “mite e ingenuo” (la religione classificata l’oppio dei popoli elargito dai potenti per i loro interessi e per sottomettere le masse ingenue ed ignoranti).

- Si afferma che la cosiddetta fede religiosa è una realtà che non ha retto quando sottoposta alla prova storica e scientifica, o al progressivo evolversi dal pensare del tempo presente, pertanto ha esaurito il suo scopo, smentita e confinata alla stregua della cartomanzia, degli oroscopi, delle pratiche esoteriche, figli anche quest’ultime di un retaggio duro a morire di ignoranza e pseudo-culture del passato.

- Altrimenti (l’esigenza religiosa ) viene vista come una realtà temporanea che finisce per investire quasi solamente i ragazzi o gli anziani: i primi per festeggiare eventi sempre più mondani e fine a se stessi come prima comunione, cresima e matrimonio, i secondi per esorcizzare la vecchiaia, l’incalzare del tempo, i malanni fisici, la morte e con essa l’incognita della realtà di ciò che ci attende al termine di questa esistenza biologica.   

- Dobbiamo però prendere atto che la stessa libertà vista, concepita dall’uomo dell’età presente, da quest’ultimo fortemente personificata, strenuamente pretesa e difesa al proprio vivere, sentire e valutare non è mai stata tanto facilmente manipolabile. I grandi strumenti del consenso sociale l’addormentano ( la libertà ), o la guidano mediante la tecnica applicata al controllo della vita di persone, mediante i mezzi informatici che permettono di seguire la gente in tutti gli atti più semplici anche dell’ambito e nella sfera dell’intimo, del privato. I mass-media sempre più assumono e sono riconosciuti come idonei ad essere ed incarnare il ruolo del sentire e di “giusta coscienza e giudizio di massa”. Tale controllo (che essi sono in grado di esercitare capillarmente) ci fa comprendere che la libertà a cui l’uomo è assunto non è mai stata così grande e insieme così fragile. Con questo crescere tumultuoso del senso prepotente della libertà e del lecito che affascina non solo i ragazzi, i giovani, la gente semplice, dei paesi e dei luoghi più remoti, ma tutti noi attraverso i messaggi che giungono dai mass media, messaggi sempre più tesi a spiegare e convincere alle ragioni di quanto viene da loro proposto, che la verità e la conoscenza in tutti i settori è solamente quella di cui ( i mass media) sono portatori.  

- Ma il luogo dove le tensioni della libertà e soprattutto, l’uscita dalle convenzioni si concentrano, è la famiglia.

- L’identità della coppia nel matrimonio, la famiglia nella sua costituzione, nella sua durata, nella sua fecondità, nella sua missione viene invasa dall’opinabilità generale che non la ritiene soggetta a regole e norme da noi considerate proprie della famiglia tradizionale. Il concetto stesso di famiglia è stravolto ed applicato a forme di unione particolari, improprie al suo naturale significato e scopo costitutivo. L’essere una sola carne nell’amarsi, nel rispettarsi sia nella buona che nella cattiva sorte, sembra confinarsi ed esaurirsi alla formula del rito, o nel periodo di breve termine che segue. La capacità e la volontà di superare con il reciproco impegno e coadiuvati dalla grazia sacramentale della propria unione, gli inevitabili ostacoli, le possibili incomprensioni, le difficoltà di ogni ordine e grado compreso quello economico, sono ben lontane dalla realtà che impone il primato e le esigenze dell’io su quelle del noi, dell’avere su quelle dell’essere, del donare su quella del pretendere, del condividere su quella del possedere: in quest’ottica l’amare significa solo compiacere se stessi.

- Anche la figura dei “nonni” non è indenne a questi mutamenti, a volte essa si svilisce perdendo la sua naturale ricchezza di esperienza del vissuto, di realtà ed esperienza storica famigliare; sempre più si impone come figura di collaboratori economici a supporto del / al bilancio famigliare, bilancio che comunque deve comprendere scelte divenute “primarie” come il lavoro di entrambi i coniugi per permettere le molteplici attività sportive, ricreative, comportamentali ed estetiche; sempre più il nucleo famigliare finisce per riscoprirsi come “estranei nella propria casa” perché uniti solo nei ritagli concessi dal lavoro, dallo sport, dallo svago, dalla televisione, da internet. In un’ era che si caratterizza sempre più dalla facilità delle comunicazioni il “mutismo” tra le mura domestiche, la mancanza di argomentazioni, la mancanza di tempo e di dialogo da dedicarsi reciprocamente, sono sempre più realtà del momento.

“Famiglia, credi in ciò che sei!”

- L’educazione è un diritto e un obbligo che appartiene ai genitori in forza della decisione di generare: “Il compito dell'educazione affonda le radici nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare all'opera creatrice di Dio: generando nell'amore e per amore una nuova persona, che in sé ha la vocazione alla crescita ed allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana”. Mettere al mondo un figlio, che non ha chiesto di esistere, è in qualche modo fare un patto con lui per dimostrargli che la vita è un bene che vale la pena di essere vissuto.

- Nel contesto sociale e culturale che abbiamo descritto sopra, il primo problema è di restituire alla famiglia fiducia in se stessa e nelle proprie possibilità di educare. L’esortazione del Papa Giovanni Paolo II “Famiglia, credi in ciò che sei” non vale soltanto per la ricchezza antropologica e teologica che la famiglia porta in se stessa come bene supremo della persona e della società; vale anche per il potenziale educativo che la famiglia per sua natura contiene.

- Dobbiamo credere fortemente che anche oggi la famiglia lascia un segno determinante nella vita dei propri figli. La relazione educativa della famiglia gode di una grande risorsa di partenza, quasi come di un “patrimonio naturale” che accompagna la genitorialità, che è l’amore che un papà o una mamma ha per il proprio figlio. Nel campo educativo non c’è mai nessuna situazione “disperata”: partendo dall’amore paterno e materno (anche in situazioni che definiamo “irregolari”) e dal desiderio di ricercare il bene per il proprio figlio, è sempre possibile ritrovare, anche a prezzo di grandi cambiamenti, la capacità di essere un buon educatore.

Mezzi e risorse per educare in famiglia

- Quali sono i mezzi principali che la famiglia anche oggi ha a disposizione per lasciare il segno nei propri figli?

Naturalmente qui, prima di entrare nell’ambito dell’educazione alla fede, parliamo della relazione educativa in genere, che comprende tutto l’arco dei valori a cui educare.

La relazione affettiva.

- Non c’è dubbio che la principale ricchezza che ogni famiglia ha a disposizione ( anche le famiglie che vivono in situazione problematica ), è la relazione affettiva che deriva dalla comune appartenenza di sangue e dalla vicinanza quotidiana. L’amore ha una forza persuasiva che va al di là della capacità di motivare e di convincere; esso suscita un desiderio di imitazione e un bisogno di identificazione che abbraccia tanto i modi di vivere che i valori sui quali si imposta la vita. Di questa grande forza persuasiva spesso non si rendono abbastanza conto nemmeno gli stessi genitori, i quali ritengono che, nonostante gli sforzi da loro compiuti con generosa dedizione per trasmettere ai figli certi valori, essi siano portati ad assumere le logiche di comportamento prevalentemente dall’ambiente esterno: dai compagni, dagli amici e dai mass-media. Questa sfiducia dei genitori si genera e si consolida soprattutto nel momento dell’adolescenza, quando il figlio comincia a prendere le distanze dai genitori per affermare la sua autonomia e seguire la sua strada.

Una comunicazione significativa.

- Una risorsa importante per l’educazione in famiglia è data da una comunicazione significativa ed efficace.  Per “comunicazione”, non  va soltanto attribuito all’uso della parola, perché la comunicazione si avvale di una grande ricchezza di mezzi, a seconda dei momenti e dei contenuti della relazione interpersonale:

saper ascoltare per mettersi in sintonia,

ascoltare “con il cuore”, per capire ciò che c’è nell’altra persona,

dire le parole giuste, quelle che contano, al momento giusto…

Oggi purtroppo per molti genitori manca il tempo o mancano le capacità di stare insieme con i loro figli per “ascoltarli” con il cuore: rispetto ai figli piccoli, per esempio, l’ascolto si esercita giocando insieme e cogliendo le loro curiosità e le loro interrogazioni.

 La comunicazione simbolica.

- Fa parte del patrimonio educativo della famiglia l’attenzione a vivere insieme con i figli alcuni momenti significativi della storia e della vita ordinaria della famiglia, sottolineandoli con gesti che diventano simbolici perché esprimono, nella semplicità del segno, la ricchezza di sentimenti e di contenuti: i compleanni, gli anniversari di alcune tappe della vita familiare, (il matrimonio dei genitori, il battesimo dei figli, le ricorrenze di lutti familiari, ecc.).

La testimonianza.

- Un’altra grande risorsa che la famiglia ha a disposizione per educare è la forza della testimonianza della vita, che vale ben più delle parole e delle raccomandazioni. È diverso il messaggio che passa quando i genitori cercano di accumulare ricchezza materiale senza limiti e senza scrupoli, vivono per il divertimento e spendono per cose inutili, i loro discorsi vertono sempre su cose vuote e inconsistenti, si disinteressano del disagio e della sofferenza altrui, o quando invece, la loro vita è impegnata in un lavoro onesto, in relazioni significative, in un’attenzione costante alle esigenze e alle necessità degli altri, testimoniano una fede semplice senza grandi discorsi ma con coerenza.

L’esperienza di un amore che va al di là delle mura domestiche.

- Nella formazione dei figli è importante trasmettere i valori fondamentali della vita non solo con l’insegnamento e la testimonianza personale, ma anche proponendo di coinvolgersi in esperienze dirette: l’attenzione ai poveri, ai malati, a chi è nel bisogno e a chi vive difficoltà particolari, praticare piccoli gesti di “carità” e di “vicinanza”, proporre queste esperienze con gradualità pedagogica non spetta soltanto agli animatori della catechesi o della pastorale giovanile, ma compete anzitutto ai genitori, che possono suscitare una sensibilità e una disponibilità iniziale coinvolgendo i figli in qualche loro iniziativa o gesto di attenzione verso i fratelli della comunità.

La preghiera fatta insieme.

- Anche il pregare insieme può essere una potente risorsa educativa: è un’occasione particolarmente efficace per comunicare i sentimenti, i valori e uno stile di vita proprio della famiglia.

- La preghiera è esperienza di incontro con Dio, ma è anche momento di intensa comunicazione “orizzontale” tra coloro che pregano e di assunzione di una realtà più ampia che sta intorno alla famiglia; è un momento di “intimità” in cui si sperimenta una comunione particolare che viene dall’Alto e che ci rende più vicini tra di noi; è un momento di responsabilità nei confronti delle situazioni di bisogno che si presentano a Dio.

Il profilo dei genitori come educatori

- Genitori efficaci non sono i genitori perfetti, ma i genitori che sanno porsi umilmente e coraggiosamente in atteggiamento di scoperta e di conversione. Delineiamo alcune caratteristiche del buon genitore.

Riconosce la “trascendenza” del figlio.

 - Molti genitori oggi sono ansiosi e possessivi nei confronti dei figli. La possessività nasce dalla convinzione che il figlio mi appartiene come una proprietà ed è destinato a far parte per sempre della mia vita. L’ansia nasce dalla presunzione di essere io l’unico decisivo plasmatore della sua vita: allora lo circondo di affetto e di attenzioni soffocanti perché la sua crescita risponda alle mie attese su di lui.

- Sono atteggiamenti che alla lunga generano insicurezza, sensi di colpa e ribellione nei confronti dei genitori che hanno impedito al figlio di crescere. È importante invece che i genitori riconoscano la “trascendenza” del figlio: egli non è un prodotto nostro, ma viene da lontano, ci è stato affidato da Dio perché lo aiutiamo a crescere e a trovare la “sua” strada.

- L’atteggiamento giusto dei genitori è di stupore e di meraviglia di fronte a un figlio donato e affidato con fiducia dal Padre della Vita, di obbedienza nei confronti di quell’iniziativa arcana che sta al principio della vita umana.

Conosce la meta e la strada da percorrere.

 - I genitori non devono presentarsi ai figli con la presunzione di chi sa tutto e impone la strada da seguire; d’altra parte i genitori sono adulti che hanno (o dovrebbero avere) maturato alcune scelte fondamentali e hanno acquisito alcuni punti sicuri di riferimento: sanno cos’è il bene e sanno indicare una via per rag-giungerlo.

- È molto diffuso oggi tra i genitori l’atteggiamento, falsamente “democratico”, di mettersi alla pari dei figli, da amici; è segno di insicurezza e vuoto di contenuti educativi da proporre.

Sente la responsabilità di formarsi.

- I genitori sono chiamati a una grande responsabilità: che non deve tradursi in ansia, deve semmai essere di stimolo a crescere nella capacità educativa e a mettere mano a una formazione per la quale oggi non mancano occasioni e iniziative.

- La comunità cristiana dovrebbe accompagnare con maggiore cura i genitori nella loro difficile missione educativa.

Attende i frutti con ottimismo e pazienza.

- Un rimedio all’ansia di molti genitori sono le virtù dell’ottimismo e della pazienza, bene sintetizzati nella parabola di Marco 4,26-296: il genitore, come il contadino, dopo aver seminato con cura, va a dormire tranquillo e attende con pazienza la stagione dei frutti: “egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera“. I genitori saggi sanno che è un Altro che fa crescere e affidano nella preghiera i loro figli a Colui che li ha chiamati con un gesto di grande fiducia ad essere “cooperatori e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla”.

Sa mettersi in disparte con gioia.

- Infine i genitori dimostrano la loro sapienza educativa quando, dopo aver accompagnato i figli verso la loro autonomia, sfumando gradualmente il peso della loro presenza, sanno mettersi in disparte, contenti di vedere che essi sono in grado di percorrere da soli la loro strada.

- Obiettivo della cura dei genitori infatti non è quello di legare a sé i propri figli per la vita, ma quello di aiutarli a crescere verso il loro futuro, a costruire relazioni nuove rispondendo a una loro vocazione specifica che li potrebbe portare anche lontano dalla propria famiglia di origine.

- Può essere un modello e un aiuto per i genitori a questo riguardo la testimonianza di Giovanni il Battista. Ai discepoli che gli chiedevano se era lui il Messia promesso, Giovanni risponde: “Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui … Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire”.

- Quando i genitori non  sanno mettersi in disparte rispetto ai figli già adulti, sono causa di problemi enormi nei figli: specialmente quando questi stanno impostando la loro giovane famiglia.

Dedica tempo e risorse alla propria relazione di coppia.

- Va anche detto che i genitori, per essere dei buoni educatori, non devono trascurare la propria relazione di coppia. È frequente infatti che due sposi, dal momento in cui diventano genitori, orientino tutte le proprie risorse e attenzioni sul figlio: la “sindrome da nido vuoto” è alla base di molti fallimenti di coppie tra i 20 e i 30 anni di matrimonio. È importante allora che i genitori dedichino tempo e risorse anche a se stessi, coltivino la propria intimità e relazione, altrimenti rischiano di impoverirsi e di non essere più in grado di comunicare nulla ai figli se non povertà, tensioni e frustrazioni.


·       Educare i figli alla fede: un impegno che nasce da due Sacramenti

- Non possiamo nasconderci che oggi la sfiducia nella famiglia (dovuta anche alle sue fragilità, come abbiamo detto sopra) porta spesso anche nei nostri ambienti ecclesiali la convinzione che la parrocchia deva educare alla fede “nonostante la famiglia”o “in supplenza alla famiglia”.

- Di fronte a questa convinzione “va ricordato che la famiglia è il luogo privilegiato dell’esperienza dell’amore, nonché dell’esperienza e della trasmissione della fede”.

- Se da una parte la pastorale familiare deve ricordare continuamente alle comunità cristiane di non accettare troppo facilmente la delega in bianco dei genitori ma piuttosto di formare e sostenere le famiglie in questa loro responsabilità primaria, dall’altra parte essa deve darsi da fare perché i genitori cristiani siano sempre più consapevoli che educare alla fede consegue direttamente alla loro scelta del matrimonio cristiano e del battesimo dei figli: “Trasmettere la fede ai figli, con l’aiuto di altre persone e istituzioni come la parrocchia, la scuola o le associazioni cattoliche, è una responsabilità che i genitori non possono dimenticare, trascurare o delegare totalmente”.

- Uno degli impegni essenziali che gli sposi esprimo nel momento del matrimonio riguarda la responsabilità del generare e dell’educare: “Ci impegniamo ad accogliere i figli che Dio vorrà donarci e a educarli secondo la Parola di Cristo e l’insegnamento della Chiesa”.

- Quando i genitori presentano un figlio perché riceva il Battesimo, accogliendoli all’ingresso della chiesa, il celebrante rivolge loro un ammonimento solenne: “Chiedendo il Battesimo per il vostro figlio, voi vi impegnate a educarlo nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?”. I genitori naturalmente e consapevolmente rispondono: “sì”.

- Anzitutto è importante preparare gli sposi e i genitori prima del Matrimonio e prima del Battesimo perché siano in grado di pronunciare con libertà e responsabilità questi impegni, ma poi è importante, lungo il tempo della formazione permanente, richiamare in alcuni momenti gli impegni assunti.

Genitori e catechisti, insieme per educare alla fede

- Una volta  affermato che è compito primario della famiglia educare alla fede, va però anche detto che la famiglia in questo compito non è autosufficiente: c’è bisogno del contesto di una famiglia più grande, la comunità cristiana, che diventa anch’essa, come la famiglia, “grembo generante ed educante” per il cristiano.

- Le due realtà, la famiglia e la comunità cristiana, non sono in alternativa.

- È un errore delegare in bianco l’educazione cristiana dei figli alla parrocchia (“non è possibile accettare un’assenza dei genitori nel cammino dei figli” ), come è un errore limitare alla famiglia l’ambiente che educa alla fede. È indispensabile l’apporto della famiglia come è indispensabile l’accompagnamento dei catechisti e l’esperienza comunitaria nella espressione della fede e dell’impegno cristiano.

- Educare alla fede in famiglia non richiede, come invece avviene per la catechesi parrocchiale, programmi e orari; in famiglia si educa non tanto comunicando verbalmente dei contenuti, ma “vivendo” in un certo modo, stando attenti a valorizzare tutte le esperienze che si susseguono nella vita familiare,  nella comunità ecclesiale, per interpretarle nella luce della fede e per cogliere gli spunti per dilatare l’orizzonte della visione cristiana della vita.

- Alcune attenzioni devono essere costanti nei genitori cui sta a cuore il cammino di fede dei figli “cogliere le occasioni della vita quotidiana”

per parlare di Dio,

per comunicare la sua Parola,

per interpretare gli eventi e per orientare il cammino della vita.

- Quest’ultimi, per quanto dolorosi e problematici (come ad es. la morte di una persona cara), sono preziosi per trasmettere una visione della vita attraverso l’interpretazione della fede: sottrarre ai bambini queste occasioni significa farli trovare impreparati davanti a inevitabili traumi che la vita riserverà più avanti.

“valorizzare i segni “

ü  che richiamano la presenza di Dio e la comunicazione con lui nella preghiera:

ü  un’icona o immagine sacra,

ü  un cero, un simbolo sacro,

ü  uno spazio particolare... rifuggendo dall’uso esclusivo di parole e di concetti astratti;

“narrare”le opere di Dio

nella storia della salvezza come raccontare, suscitando gratitudine, gli interventi di Dio nella storia della famiglia e nella vita quotidiana (abbiamo molto da imparare dalla tradizione ebraica: basti pensare al contesto catechetico della celebrazione della Pasqua!); il Catechismo dei bambini ribadisce l’efficacia pedagogica della narrazione della storia sacra ai bambini.

“pregare insieme in famiglia”

la preghiera comune in famiglia diventa un momento prezioso di educazione alla fede; soprattutto al inizio giornata ed alla sera, essa rende abituale l’osservare con interesse l’intreccio degli eventi e lo scorrere delle persone davanti a noi come parte della nostra storia e della nostra famiglia,  aiuta a riconoscere l’agire di Dio che opera per il nostro bene anche quando noi non ce ne accorgiamo.

- La preghiera familiare, per educare al senso della vita e per non perdere il riferimento all’esperienza quotidiana, deve avere due caratteristiche, sottolineate anche  nella “Familiaris Consortio” . “È una pre-ghiera fatta in comune, marito e moglie insieme, genitori e figli insieme” ed è “impastata di quotidiano”  

- L’apporto della catechesi è però determinante perché la fede non viva soltanto l’esperienza dell’intimità della famiglia, ma sia capace di suscitare il senso di una fraternità più grande che ha origine dall’Eucaristia, dove è il Signore che ci riunisce al di là dei legami di sangue e al di là dei sentimenti per costruire una comunità che annuncia, celebra e testimonia la vita nuova del Risorto.

- La catechesi, rispetto all’intervento della famiglia, ha un carattere più sistematico che mira a dare un quadro completo di riferimento dei contenuti della fede, ma nello stesso tempo introduce all’esperienza di quella famiglia più grande che è la comunità cristiana.

- Le molte esperienze di catechesi familiare nelle quali vengono coinvolti anche i genitori in un cammino di fede adulta in parallelo con la catechesi dei loro figli, e di una più accurata formazione dei genitori che chiedono il battesimo per i loro figli, dimostrano che lì dove c’è questo intreccio armonico tra il coinvolgimento della famiglia e l’accompagnamento dei catechisti, il cammino di fede diventa più sostanziale, interessa insieme tutta la famiglia e l’insieme della comunità cristiana.

 Ridare fiducia ai genitori e formarli

- Occorre ridare ai genitori fiducia in se stessi e nelle proprie possibilità educative.

- Certo, che l’amore da solo non basta, o meglio:

ü  l’amore è il migliore canale di trasmissione, ma se i genitori hanno il vuoto in se stessi, l’amore trasmetterà il vuoto;

ü  se i genitori riempiono la propria vita di ideali negativi e frustranti, non potranno che incidere negativamente nella vita dei propri figli.


Allora il primo problema sarà quello di aiutare gli adulti a riconoscere e a scegliere valori autentici;

il secondo problema sarà di aiutarli a capire che oggi è necessaria anche una competenza, frutto di un cammino di formazione.

- Non basta l’amore, occorre l’umiltà di riconoscere che essere genitori oggi è un mestiere difficile ma possibile e che per essere all’altezza della missione bisogna spendere tempo e risorse per formarsi, soprattutto nel confronto con altri genitori, valorizzando le occasioni che possono venire da vari ambienti.

- Per ridare fiducia ai genitori, è quanto mai opportuno l’incoraggiamento paterno che il Card. Carlo Maria Martini ha rivolto ai genitori in una splendida lettera poco prima di lasciare il suo servizio pastorale a Milano:

“La vostra vocazione a educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato.

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto.

Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità.

Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d’animo, non c’è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio”.


sabato 21 gennaio 2012

“Quasi sempre gli uomini giudicano i loro simili dai loro errori, dalle loro debolezze, dai loro limiti.”

Premessa:


“Quasi sempre gli uomini giudicano i loro simili dai loro errori, dalle loro debolezze, dai loro limiti.”


 Dio direbbe: chi ha tante debolezze è colui che ha tanto bisogno di me, del mio amore, di essere amato in maniera particolare, intensa, unica, irripetibile, speciale e senza preclusione alcuna.


 Ammetto che in molti casi anch’ io per primo dubito e non riesco realmente a comprendere ed a ritenere giusto quanto scritto di seguito; ma nonostante i miei dubbi sono fermamente convinto che Dio accoglierà tutti, buoni e cattivi, tutti gli uomini suoi figli, chiunque essi siano, qualunque debolezza li abbia sfigurati, nel suo paradiso liberandoli, “se essi lo vorranno”, per sempre dalla schiavitù e della zavorra del peccato.


Questa Speranza per me si fonda nella certezza che presto o tardi tutti e per tutti intendo ogni essere apparso su questa terra, saremo redenti, questo sono certo che avverrà non per i meriti che ognuno potrà vantare e per azioni per quanto nobili compiute, ma per la cocciuta testardaggine di Dio che ama talmente l’uomo, tutti gli uomini nessuno escluso, ed ognuno di un amore unico, irripetibile ed incondizionato.


 Certo Dio è amore ed amore nell’espressione più pura, libera ed incontaminata che possiamo immaginare, per questo penso che in qualche modo noi dovremo essere purificati per entrare in sintonia perfetta con questa realtà così pura per condividerla.


D’altra parte mi rendo conto che è difficile pensare a Hitler, a Stalin, ad un qualsiasi assassino, a chi ha abusato di bambini e pensare che Dio li possa amare e desiderare intensamente di salvarli e dopo averli liberati dalle loro zavorre, “se essi vorranno”, averli con sé nell’eternità perché suoi figli, perché destinatari anche loro del suo amore.


Onestamente a me viene da pensare che gente simile sia più logico annientarli da subito dando loro la giusta punizione e il giusto e meritato castigo.


Questo è e sempre sarà il modo di pensare razionale e logico degli uomini; ma forse nell’altro mondo, come accenna in un suo libro il cardinal C.M. Martini, forse ed ancora nel suo schema d’amore infinito, Dio anche per loro ha in serbo nuove possibilità, Dio tenterà ancora di recuperarli, Dio tenderà ancora loro la mano. (pensiamo all’illogicità secondo i nostri canoni descritta nella parabola evangelica del Padre Buono o Figliol Prodigo, comunque la si voglia chiamare.)


Una volta sprecate tutte le possibilità in questa vita, quell’infinità realtà d’Amore che è Dio può ancora escogitare qualcosa, ne sono certo che é una possibilità estrema che deve restare possibile, come sono certo che solo Dio ha la risposta e nello stesso tempo, la ferma ed instancabile volontà di renderla possibile. (c.f. Conversazioni notturne a Gerusalemme - C.M. Martini)


Ma unite alle citazioni del Cardinal Martini vorrei aggiungere un semplice esempio che spesso mi ricorda mia madre: “ una madre è come una mano, se per un qualsiasi motivo perde un dito si lamenterà sempre di avere un dito in meno e pregherà sempre Dio che in qualche modo lo possa ancora riavere.” ( Uno dei suoi sei figli ebbe un incidente quando aveva undici anni, ad oggi mia madre che ne ha 86, non si è ancora rassegnata ed abitua alla sua assenza.) Pensa a Dio, creatore di tutti i viventi se si potrà mai rassegnare alla perdita anche di una sola creatura, per quanto questa abbia sbagliato sarà sempre una sua creatura. A questa speranza (certezza nella teologia Paolina) si oppone un solo limite: la volontà della creatura di coscientemente e volontariamente negare l’aiuto di Dio. 

Certo il male e l’ingiustizia sono sotto gli occhi di tutti, il peccato e quanto da esso ne consegue è sempre più prepotentemente e sfacciatamente la logica di vivere di molti, certo lo stato di peccato è inimicizia con Dio, certo esiste l’inferno, (solo che nessuno sa se vi è mai andato qualcuno).


Certo è che, se rifletti bene, l’inferno sarebbe la vera sconfitta ed il suo affollamento sarebbe ammettere il limite e l’inefficacia posta in atto della Redenzione e dell’amore di Dio. Redenzione pensata come atto gratuito di amore, redenzione voluta con la fermezza dell’amore ancora prima che il peccato deviasse l’umanità, redenzione voluta non per appagare l’ira della divinità offesa ma per dimostrarne la smisurata grandezza dell’amore di Dio verso la sua creatura, redenzione che lascia libero l’uomo nella scelta o nel rifiuto, redenzione voluta anche a costo di permettere che la logica del male e dell’incomprensione degli uomini portasse al sacrificio del suo unico Figlio, “..quando eravamo peccatori Cristo Gesù mori per la nostra salvezza” Rom,5.6. – 1° lettera di Pietro.


Semplificando il concetto espresso, si può dire che: Egli, infinita realtà di Amore, non manda nessuno all'Inferno, perché lungo la strada dell'Inferno ha posto una barriera, la Croce di Cristo.


Quanto vero amore traspare da chi sa per primo accettare senza imporre, rispettando la libertà di scelta dell’agire e di pensiero dell’altro. 


Come appare chiaro che i tempi e la logica di Dio sono fondati sul saper aspettare che l’altro liberamente, consapevolmente comprenda la verità e ad essa si converta per sua libera scelta.    


Quando penso ai tossicodipendenti, agli handicappati d’ogni genere e natura, agli schiavi e schiave del sesso, alle vittime di qualsiasi violenza o malattia, ai diseredati perenni del terzo e del quarto mondo, a coloro che dalla vita hanno solo miseria e sofferenze, penso che l’inferno sia reale e purtroppo già presente tra noi.


Quando penso che le risposte in termini d’azioni che essi, ( mi riferisco a quei poveri disgraziati a vario titolo di cui è pieno il mondo), possono esprimere e sono essi stessi espressioni conseguenti al male ed al degrado di cui é impregnata la loro esistenza, penso che l’inferno sia già presente tra noi; solo così posso concepire la realtà dell’inferno. 


Ma penso e questo mi rincuora, che Dio è Amore, che per amore ci ha creato, che a Dio ci si arriva amando, che l’amore è l’elemento costitutivo di Dio, che Dio lo si può conoscere solo amando, che Dio, vinta la morte, asciugherà ogni nostra lacrima, perché è questo che Dio ci ha insegnato come sua primaria volontà: ”Amatevi come io per primo, gratuitamente ed incondizionatamente vi ho veramente amato, per questo vi ho creato per amare e per essere amati.” Un amore dato incondizionatamente e non in risposta e proporzionato a meriti o azioni fatte.


  San Paolo ci fa sapere che l’Amore, quello con la A maiuscola tutto scusa, tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, e anche se fossimo dei super uomini dotati di una fede che ci fornisce immensi poteri tanto da spostare le montagne, ma non avessimo nel farlo l’amore come forza dell’agire (sempre quello con la A maiuscola), “vana” sarebbe la nostra fede.(1 Cor. 13)


 Non finirò mai di stupirmi leggendo nella parabola evangelica il Padre buono che accoglie il figlio scapestrato, figlio che quel Padre ogni giorno attendeva, amandolo come primo gesto di incontro, senza giudicare, senza rimproverare, solo amando e comprendendo chi si era allontanato dall’amore sbagliando perché accecato ed attratto dall’opposto dell’amore, come spesso capita anche a noi; e l’apparente fatica che fa, sempre quel Padre buono, a condividere l’atteggiamento del fratello maggiore tanto ligio quanto privo della capacità di comprendere, perdonare di condividere e quindi di amare senza porre condizioni preliminari, o al compenso dato ai vari operai chiamati nelle diverse ore della giornata a lavorare nella vigna (Lc.15,11-32)


“Chi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv 8,1-11) o in altri termini: chi non ha niente da farsi perdonare non perdoni né se stesso né tantomeno gli altri. 


Perché in una parabola il padrone della vigna, a fine giornata, ricompensa tutti con lo stesso salario e ritiene la sua azione giusta. A noi verrebbe da obbiettare e recriminare: una diversa retribuzione in base alla fatica, ai meriti ed alle ore di lavoro svolto. (Mt.20,1-16)


Perché ?


“Forse perché dobbiamo vivere e comprendere il vero messaggio “avete udito cosa vi fu detto “occhio per occhio, ma Io vi dico amate i vostri nemici” (Mt. 5,43-48)


Perché solo con l’amore potremmo farli diventare amici, perché solo con l’amore potremmo redimerli, perché solo l’amore potrà far cambiare il loro cuore e renderli una creatura nuova capace di rispondere con azioni d’amore, perché solo l’amore sa tenere conto non solo di quello che dà, ma innanzi tutto di quello che riceve , scrutando il buono il bello a volte nascosto senza fare proporzioni, compensazioni o confronti tra ciò che dà e ciò che riceve; da senza chiedere in cambio. (“Gratis”. In greco, “gratis” – “grazia”, si dice “chàris”, da qui viene la parola latina “caritas”: carità).


Forse perché il figlio di Dio sulla croce non chiede giustizia, ma sembra ulteriormente invitare il Padre, a perdonare i suoi aguzzini perché non sapevano quello che facevano. (Lc 23,34)                             


   Non chiede giustizia, Gesù ma dona amore.


“Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo regno” (Lc.23, 42) quante volte mi sono ritrovato a meditare su questo fatto evangelico, tutte le volte ho dovuto ammettere che io avrei posto delle condizioni, avrei chiesto delle garanzie, avrei messo mille limiti e distinguo a chi osava azzardare una simile richiesta perché innanzitutto era un ladro, un peccatore, uno che meritava almeno la giusta punizione per le azioni e gli errori commessi.


Ma la risposta di Gesù è una risposta immediata di amore incondizionato: “in verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso”. (Lc.23, 43)


Oggi da subito, parola data ad un ladro condannato a morte per le sue azioni e per sua stessa ammissione di colpa, non ad un pio ed integerrimo benpensante.


Era già esaltante l’annuncio che troviamo leggendo alcuni passi del vecchio e del nuovo testamento dove si afferma “un atto di bontà cancella una moltitudine di peccati” (1 Pt. 4, 8- Mt 26, 28 - Gc.5,19-20)  o nel salmo 96 di Davide “ Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.”


Ma con Cristo la prospettiva si spinge e va oltre ogni aspettativa,”10Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? ". 11Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanche io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più". Gv. 8,1-11


Un atto di pentimento “sincero” spalanca le porte della grazia immettendoti da subito nella gioia e nella beatitudine del Regno di Dio, tra le braccia di quel Padre che aspettava ogni giorno il ritorno del figlio, non per rinfacciargli gli errori e il patrimonio dilapidato, ma per fare festa per averlo riavuto con sé.


 “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siamo stati salvati.” (Efesini 2, 4 - 5.)


 Forse la logica che dobbiamo apprendere e condividere è la logica del donare gratuitamente, per il solo gusto e scopo di amare, senza chiedere niente in cambio, senza porre delle condizioni preliminari, senza preventivamente stabilire chi ne riteniamo degno.


  Forse il nostro essere cristiani dovrebbe primariamente seguire la logica di Cristo che non condanna ma chiama a correzione l’uomo nel suo agire, affinché sia consapevolmente indotto a capire l’errore per evitarlo, crescendo e convertendosi alla logica del bene.


  Forse dovremmo capire che Il Figlio  di Dio fin dall'inizio è colui che riceve la missione da parte del Padre di trasformare questo ambiguo nesso originario nella legge dell'amore perché da sempre è destinato a far si che noi comprendiamo il vero senso di libertà, una libertà “adulta”che sceglie il bene, il bello, il vero; una libertà che coincida sempre con l'amore.   


Dio chiama incessantemente a conversione tutti gli uomini e nel farlo fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti perché tutti sono suoi figli. "Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per coloro che con disprezzo vi usano, e vi perseguitano, così che possiate essere figli del Padre vostro che è nei cieli, perché egli fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e manda pioggia sui giusti e sugli ingiusti" (Mt., 5:44-45).  


Condividere (dividere con) E’ bello leggere negli atti degli apostoli che i primi cristiani condividevano anche le necessità materiali, realtà oggi resa impercorribile da tanti fattori o forse dal nostro poco coraggio di percorrere questa strada; ma la comunione e la condivisione tra la chiesa peregrinante e la chiesa celeste vanno oltre le necessità corporali e spaziano nella realtà spirituale, unendo il poco di uno, con il molto dell’altro ed il tutto unito all’immenso di Cristo. “egli ci ha salvati non per mezzo di opere giuste che noi abbiamo fatto, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha copiosamente sparso su di noi, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Salvatore,……(Tito 3, 4-6)


  Forse questo è il messaggio e la logica che il padrone della vigna vuole trasmetterci e che noi dobbiamo sforzarci di capire.  (Mt, 20. 1-16)


Parole dure, dure e difficili da accettare, da capire, dure da mettere in pratica; ma l’unico mezzo reale per amare come siamo amati, l’unico modo per tentare di imitare Dio e comprenderlo, non con le labbra, ma con il cuore, non con la nostra mentalità, ma con la sua, non perché alla fine della nostra esistenza terrena riceveremo un premio, ma perché essere capaci d’amare “è il premio al quale dobbiamo aspirare” ed inizia già qui, inizia comprendendo l’importanza d’essere amore ed amare nella libertà e nel rispetto reciproco dei figli di Dio.  


“Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi, uno Spirito nuovo”.( Ez. 18,30b.31)


Ma gli uomini ed io per primo, spesso hanno bisogno di dare dei meriti o dei castighi, di assolvere se stessi e condannare le debolezze degli altri; è facile sentirsi santi, é più difficile sentire e vedere la santità negli altri, é facile giudicare, è difficile scusare e comprendere senza giudicare, è facile puntare il dito esaurendo il tutto e poi assolvendosi con la preghiera, demandando a Dio quello che dovremmo fare noi.


“Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non ascoltatori soltanto, illudendo così voi stessi”.( Gc. 1, 22 seg.) 


E’ comodo oltremodo condannare all’inferno i cattivi ponendo l’accento sulle evidenti loro colpe, é difficile capire perché a loro sia mancato quell’amore che gli avrebbe impedito di sbagliare, di non essere cattivi, di potere essere anche loro annoverati nelle file dei buoni e quindi, nella schiera di quelli abilitati a giudicare, a ritenersi giusti.


E’ comodo dividere tutto in bianco e nero, giusto e sbagliato, vero o falso; ma a me (lo ha  fatto capire mia figlia), tra il bianco e il nero esistono un’infinità di gradazioni di grigio.


Ritengo che per molte persone  (anche tra noi cristiani) non ha importanza che ci sia il paradiso, l’importante che ci sia l’inferno; non ha importanza che Dio sia misericordioso, ma a loro dire che sia giusto.


Ma che cos’è la giustizia di Dio: una mera conta delle azioni divise per meriti, colpe e gravità con la conseguente donazione di un premio o di un castigo proporzionato al totale raggiunto o la capacità di vedere, capire oltre le azioni commesse, scrutando nel cuore quei veri sentimenti spesso inespressi, spesso soffocati dalle circostanze, dall’ambiente in cui vivi e sei nato, dallo stato sociale e culturale, dall’irruenza dell’età giovanile, dalle mille difficoltà che da soli non si è mai in grado di affrontare, dai condizionamenti esterni imposti da chi ha il potere di decidere e modificare le sorti dei suoi simili; o dalla semplice ignoranza frutto del non conoscere perché mai nessuno si è preso la briga di istruirti e di farti conoscere; o perché sin da piccolo, ti è stato imposto di fare qualcosa che i piccoli non dovrebbero fare, o perché sin da piccolo, hai ricevuto tutto tranne quello di cui avevi veramente bisogno… un po’ di comprensione e di amore. Ricordati padre di tutti i defunti di cui Tu solo hai conosciuto la vera fede (così recita una formula di una preghiera eucaristica)


   Non è per fare bel buonismo a tutti i costi, ma non sempre si è quello che si vorrebbe essere, quasi sempre si è ciò che la società, la cultura, l’ignoranza, l’ambito famigliare e mille altri condizionamenti esterni ti hanno obbligato e tu hai passivamente accettato di essere.


E’ facile spostare le montagne quando la forza, l’esuberanza, la prestanza fisica te lo permettono, è difficile fare anche solo un passo quando l’insicurezza, la malattia, la paura, l’incapacità fisica o psichica o la solitudine, l’emerginazione te lo impediscono; a volte pare che tutta l’amarezza cui da voce il salmista nel salmo 88 sembri essere l’unica preghiera da rivolgere a Dio. “Sono sazio o Dio di sventure la mia vita è sull’orlo della morte,… non chiudere l’orecchio al mio pianto.. …Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell’ombra della morte…si consumano i miei occhi nel patire”   


Dobbiamo rassegnarci, è inutile reagire o modificare quanto sopra?


Ma il nostro Dio va oltre le azioni, oltre le apparenze, oltre la logica del tangibile, dell’immediato e dell’apparente; Dio scruta i cuori ed in essi vede le azioni e le volontà inespresse, i voleri sentiti, desiderati, sperati, ma resi impossibili per le incapacità di chi nella solitudine, nella povertà, nelle tante debolezze che la propria natura esprime e che spesso ti porta ad esprimere nell’esatto contrario di ciò che si vorrebbe, soffocando i veri sentimenti che renderebbero libero il tuo agire da ogni peso e da ogni paura.


“Se non ritornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli “ (Mt. 18,3)


Cosa voleva dire Gesù?


Cosa hanno i bambini che a noi adulti manca o non abbiamo più ?


Forse la capacità del fidarsi ?


Forse la capacità di lasciare parlare il proprio cuore ed ascoltarlo?


Forse la semplicità di chi sa far trasparire i propri sentimenti?


Forse la libertà di esprimerli senza vergognarsene?


Veritas vos liberabit (Giovanni 8.32)


Vivete liberi gridava con altrettanta forza San Paolo ai Galati, liberi dai condizionamenti imposti, liberi dai luoghi comuni, liberi anche dalle leggi degli uomini frutto spesso del proprio interesse e non del bene comune, liberi da ogni genere di schiavitù, liberi dall’oscurantismo dell’ignoranza, liberi dalla solitudine.


Ma la libertà per lui era solo Cristo, e da Cristo aveva appreso la libertà di esprimere il meglio di sé stesso amando e donandosi al suo prossimo rompendo la logica del mondo.


Amando coloro che non lo amavano per diversificarsi dai pagani i quali  amavano si, ma solo i loro amici, sapendo  cercare negli altri il bisogno d’amore che ha ogni essere vivente, sapendo capire e facendo emergere il bisogno di Dio anche in coloro a quali Dio era sconosciuto, sapendo vedere il fratello anche in chi appariva come il nemico.


 “A chi ti percuote sulla guancia sinistra porgi anche la destra, a chi ti chiede il mantello dona anche la tunica.”  (Lc. 23,33-34) “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 1-2).


 E’ facile notare come l’amore per Dio sia per primo ”capire”, per primo donare senza chiedere, senza giudicare, anteponendo a tutto la gratuità dell’amore, anteponendo in primis l’amore ad ogni azione, ad ogni risposta, verso ogni persona.


Non ci sono meriti, non ci sono classifiche, non ci sono vanti, ma c’è la logica di Cristo in comunione con il Padre che per mezzo dello Spirito che dona se stesso per la salvezza del mondo, per chiamare tutti gli uomini a far parte di quell’unica famiglia per la quale ha concepito da sempre la gioia eterna, per la quale, fattosi carne nella persona del Figlio, ha donato la propria vita; c’è quella realtà e quella logica d’amore Trinitario tanto semplice quanto immenso, tanto puro quanto gratuito.  


Mi fermo, ma rimando a completamento di quanto finora detto e tentato di esporre, la lettura del libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme” del cardinale  “C. M. Martini e   padre Georg Sporschill “


Nella prefazione c’è anche la presentazione di chi sono e dove e con chi vivono, oppure a scoprire qui tra noi altri testimoni del proprio credo che in silenzio, senza far rumore, nella diversità dei ruoli che si sono scelti vivono nella quotidianità, essendo tramiti, pur con i lori evidenti e naturali limiti, di quell’amore del quale Dio vuole permeare il mondo e  scopriremo che costoro sono facilmente riconoscibili perché oltre ai loro problemi si fanno carico in prima persona, senza demandare, anche dei problemi degli altri.


  “Ama come vorresti essere amato”  (Mt. 5, 43-45)


Perché?


Perché quello che noto ogni volta e trovo semplicemente sconvolgente, è che ai “Santi”di tutti i tempi compreso quelli che vivono la loro fede oggi tra noi, a loro non servono paroloni o vani ragionamenti; a loro spesso basta una conversazione di poche parole, una stretta di mano ma fatta con il cuore per disorientare l’altro e trasmettere l’amore in cui credono e con il quale vivono normalmente il loro quotidiano essere cristiani, non evocano punizioni o scenari apocalittici e nemmeno le fiamme dell’inferno, parlano e concretizzazani il linguaggio dell’Amore.


Perché?


Perché queste persone nella normalità della loro giornata, tentano e vivono l’esperienza di vita con i suoi alti e i suoi bassi, ma con lo sguardo volto a Cristo, anche quando cadono, soprattutto, quando sbagliano. ( quando sono debole è allora che sono forte)


Spesso costoro condividendo il loro “naturale essere” con chi incontrano o con le persone con cui vivono, caratterizzando il loro agire con la volontà d’amare e farsi carico del proprio prossimo, a volte spinti da una fede dichiarata in Cristo, a volte spinti dal sentimento dell’amore che Cristo ha infuso nei loro cuori.


Perché?


Perché hanno imparato a rendere il loro agire preghiera e lode di ringraziamento, supplica per essere donazione e aiuto per gli altri; Il loro tormento non è cosa mangeremo, come ci vestiremo, ma come possiamo aiutare il nostro prossimo.


Perché?


Perché il loro cuore ritornato bambino sa gioire del poco, sa condividere con l’altro, ha bisogno di non restare mai solo, di incontrare e dipendere dall’altro in cui non notano solo le differenze, ma percepiscono le affinità, non vedono nell’altro ciò che divide, ma le mille possibili convergenze che accomunano.


Perché? 


Perché a volte la loro scelta è stata di dedicarsi completamente a Cristo anche a costo della rinuncia ad una famiglia propria, consapevoli di trovarne in Cristo una diversa sì nei canoni comuni, ma altrettanto bella, attraente e degna di essere amata a tutti i costi e per la quale vale la pena dedicare completamente la propria vita.


“Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio, infatti, avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?   (Mc. 8, 34-9,1) O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” Mt., 16. 24 e seg.   


Perché  a ben pensarci, bisogna essere folli per tentare di seguire Gesù e rifiutare la logica che spesso c’impone il mondo.


 Bisognerà però ammettere in tutta sincerità che è bella questa follia, perché ti cambia totalmente l’ottica con cui vivi la tua vita, l’approccio con le inevitabili problematiche e sofferenze che la vita puntualmente ti riserva, il confronto e l’agire che puoi avere con il tuo prossimo simpatico o antipatico che esso sia.


Perché questa follia ti avrà insegnato prima ad amare e poi a giudicare, consapevole che nessuno è perfetto, ma tutti sono bisognosi di amore.


Perché?


Perché più liberamente “ci faremo conoscere” da Cristo e più liberamente lo conosceremo, più liberamente impareremo a scoprire la sconvolgente forza della Sua follia. 


“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito" Gv. 3,8


Quanto coraggio deve ancora assumere il popolo di Dio, quanto abbandono deve saper dare alla volontà di Dio, quanto cammino dobbiamo ancora fare per incarnare il Credo in Cristo diversificandolo da una semplice pratica religiosa per porlo come esperienza di donazione.


 Eppure solo così potremmo dare risposte a chi chiede incessantemente perché.


   Perché dei terremoti delle catastrofi che mietono vittime innocenti?


   Perché dei mali incurabili che mietono vecchi e bambini, padri, madri, figli innocenti?


   Perché la nascita di creature menomate nell’aspetto fisico o mentale?  


Perché dei grandi latifondisti del sud America spesso dotati di chiesette personali, templi nei quali non possono entrare e lodare Dio i poveri che vegetano e muoiono di fame nelle favelas ed ai quali, sin da subito, è negato ogni elementare diritto? 


Perché dei dittatori d’ogni tempo che a vario titolo e colore politico opprimono intere nazioni?


Perché le guerre, le carestie, insensatezza umana, le ingiustizie, la corruzione, il degrado di cui sovrabbonda da sempre il nostro mondo?


Perché alcuni hanno i granai in cui spesso quanto in essi hanno accumulato sovrabbonda e marcisce inutilizzato e molti muoiono di fame non avendo nemmeno il minimo per il quotidiano sostentamento?


O per affrontare e capire il perché di temi altrettanto importanti quanto irrisolti, ma profondamente attuali e sentiti ed ai quali serve dare una risposta chiara e non egoistica, ma soprattutto trasparente, percorribile e permeata d’amore che primariamente tutto scusa, tutto sopporta, tutto crede, capace però di indurti a capire ciò che non conosci e non comprendi, capace di farti vedere l’errore, capace di non penalizzare l’errante, capace di farti riflettere.


Oppure temi come la sessualità dei giovani, la contraccezione, l’assunzione di una paternità-maternità responsabile, i rapporti pre-matrimoniali, la negazione del sacramento dell’Eucaristia alle coppie dei divorziati, il riconoscimento delle coppie di fatto e quante tristi, pietose e penose voci potremmo ancora aggiungere a questa lista? 


Forse dovremmo imparare ad ascoltare quello Spirito “che soffia dove vuole”, ma che non è mai un vento violento, ma solo una brezza lieve che solo chi è attento sa percepire; che non è mai vento di rottura, ma di crescita comune, che non travolge e non t’impone mai nulla.


Quello Spirito capace di farti preoccupare ed assumere il passo di tutti i componenti del popolo di Dio; del giovane che dovrà aspettare ed aiutare l’anziano per proseguire, dell’anziano che dovrà imitare la vivacità del giovane, sempre però camminando insieme, sempre attenti al passo ed all’affanno dell’altro, sempre rimanendo in cammino come Popolo che senza strappi, che senza fughe in avanti, che senza arresti immotivati, vuole arrivare camminando insieme ed in Cristo alla meta.


Forse dovremmo capire che la famiglia di Dio è composta da ogni individuo che nasce, cresce su questo pianeta e per questo e in quanto tale, ha titolo per essere chiamato “figlio di Dio” e per il quale Cristo ha offerto la propria vita.


Forse dovremmo capire che la libertà è e resta il più alto dono che chiunque possa fare e ricevere, ma anche il più difficile da incarnare, da rispettare, da preservare e condividere. 


Forse dovremmo completare l’invito dell’apostolo Paolo ai Galati “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.”


Voi infatti fratelli, siete stati chiamati a libertà, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo il vostro egoismo, ma mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri.


Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. “ ( Galati 5, 1 - seg.)


Se come sta scritto: ” …un atto di bontà cancella una moltitudine di peccati “ (1 Pt 4, 8). “Perché a te o mio Dio, non sono graditi ne sacrifici ne olocausti, ma un cuore contrito a te o Signore solo questo é gradito ”(Sal. 50) ed ancora“ il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.”( Lc.6,35) dovremmo capire e rielaborare il nostro rapportarci e vivere la nostra fede, o in altri termini, il nostro essere sempre chiamati a celebrare il vivere in Cristo, perdonando senza giudicare, accogliendo la diversità del nostro prossimo sapendo che con la stessa misura con cui giudicheremo saremo giudicati. (Lc. 6,36-38) 


Come è facile pregando chiedere di imparare ad amare il proprio prossimo con l’aiuto di Dio, ma mi fu fatto notare molto tempo fa da un caro amico, che per amare il mio prossimo bisogna imparare ad amarlo come lo ama Dio, accogliendolo ed amandolo per primo, accettandolo, volendolo trasformare ed adattare al nostro capire e sentire con la sola forza del rispetto nella libertà di scelta in Cristo e nello Spirito che sa compiere e scegliere il vero Amare di Dio Padre.


    m.z.