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mercoledì 8 dicembre 2010

'Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede'.

'Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede'.

Ho letto e sentito parecchie volte da parte di molti esponenti di un certo pensiero oggi di gran moda, affermazioni lusinghiere riguardo alla 'filosofia sociale cristiana', ma mi stupisco sempre del fatto che essi non colgano la contraddizione insita nel fare una distinzione tra l'umanità di Gesù (il Gesù storico di Corrado Augias e di altri non-credenti che si vogliono cimentare in analisi del fenomeno che va sotto il nome di Cristianesimo) e la divinità di Cristo. Se Gesù è semplicemente un uomo, allora è anche un pazzo, perché si è sempre proclamato figlio di Dio e Dio lui stesso, ed il suo messaggio non è altro che il vaneggiamento di un folle. Mi si potrebbe obiettare che la pazzia è sopraggiunta alla fine della sua predicazione, e che è stata questa a portarlo ad accettare la morte di croce: il messaggio del Vangelo (secondo loro) era già stato annunciato in tutta la sua grandezza, e gli apostoli che lo avevano seguito ed erano stati testimoni della sua predicazione e delle sue opere ce lo hanno trasmesso. In ogni caso si deve rilevare una grande incoerenza nel fatto che gli atei accettano come autentica la testimonianza dei Vangeli se riferita all'aspetto 'filosofico e sociologico', ma se si parla di miracoli e della divinità di Cristo, allora obiettano di testimonianze tardive, fantasiose e non prodotte da spettatori e protagonisti diretti.
Nei Vangeli si citano persone che erano ancora vive al tempo dell'inizio della predicazione della Buona Novella, e che avrebbero potuto smentire (loro o i loro figli) ciò che di essi veniva raccontato; si citano anche luoghi ed in alcuni casi addirittura l'ora in cui un fatto si era verificato o un discorso era stato pronunciato: si può ben dire che la storicità dei Vangeli non è meno valida dei racconti di Tito Livio ('ab urbe condita' sulla storia di Roma dalla nascita ad Augusto) o di Tacito ( gli 'annales' sulle vite degli imperatori romani del I secolo), dell'autobiografia di Cesare o degli scritti di tutti gli altri storici latini e greci di cui viene riconosciuta l'autenticità e su cui si basa la storia antica che conosciamo. Per quanto riguarda i reperti archeologici vale lo stesso discorso: ce ne sono in abbondanza tanto da convalidare per lo meno i dati storici, e di conseguenza anche tutto il resto.
Eccoci dunque al punto cruciale della questione: come dice San Paolo, 'se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede'.
Chi non crede nella resurrezione di Cristo dovrebbe chiedersi che cosa ha trasformato Pietro da quell'uomo impaurito che pochi giorni prima aveva rinnegato il suo Maestro, in un testimone dalla fede incrollabile e pronto ad affrontare la morte: lui ha visto la tomba vuota,  le bende, ed il sudario non per terra con le bende, ma arrotolato nel medesimo luogo (lo stesso punto cioè dove era prima quando avvolgeva il capo di Gesù). Se il corpo di Gesù fosse stato portato via, non si capisce perché i trafugatori (che certamente avevano interesse a compiere la loro opera in tutta fretta) avrebbero perso tempo per togliergli le bende, ed in ogni caso mai e poi mai avrebbero potuto lasciare arrotolato ed al suo posto, nella sua posizione originale, il fazzoletto che gli avvolgeva la testa per tenere chiusa la bocca (il sudario): questa circostanza ha scosso Pietro dal suo torpore, gli sono divenuti chiari gli insegnamenti di Gesù Cristo ed infine ha fatto si che egli credesse così fermamente da trasmettere la sua fede a tutti quelli che a suo tempo lo hanno seguito anche nel martirio, e poi a tutte le generazioni che si sono susseguite fino a oggi ed a quelle che verranno fino alla fine dei tempi. 
Solitamente la delusione per la morte di un profeta mette fine al fervore dei suoi seguaci che si ritirano tristi e sconsolati, come era appunto accaduto ai discepoli di Emmaus: suona normale il loro ragionamento « … noi speravamo che fosse lui a liberare Israele …  con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute…»; infatti sembrava che tutto fosse finito ed essi andavano via da Gerusalemme: la tristezza ed un opaco pragmatismo oscuravano il loro sguardo, tanto che camminavano insieme al Risorto senza riconoscerlo  « ma poi, riconosciutolo, si aprirono loro gli occhi … ed essi si dissero l'un l'altro: 'Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?'». Questo fatto ci incoraggia e ci aiuta a ricordare ed a credere che Dio non ci abbandona mai nelle nostre difficoltà e cammina a fianco a noi anche quando ci sentiamo soli e non lo riconosciamo, ascolta le nostre storie personali e ce ne fa capire il significato così che a ripensarci, quando il peggio è ormai passato, ci arde il cuore nel petto. Rincuorati da questa presenza e pronti  ad affrontare qualsiasi avversità, i due discepoli « … partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: 'Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone'.»
E' apparso dunque ai discepoli, che nonostante lo avessero avuto vicino per alcuni anni, ancora non avevano capito chi fosse veramente Gesù e le prime volte che si era manifestato a loro dopo la Resurrezione avevano addirittura avuto paura di Lui, credendo che fosse un fantasma.

Per quelli che rifiutano di  la fede: ' Cristo è apparso ai suoi amici, che avrebbero tutto l'interesse a farci credere alla resurrezione di Gesù anche se non fosse vero: non sono credibili!' Invece è apparso anche al più crudele dei suoi nemici, a quel Paolo di Tarso che perseguitava i seguaci di questa nuova religione: egli credette, e fu in seguito il più fervente, convinto e capace tra tutti gli annunciatori della Buona Novella.
Che non sia cosa semplice per chi non ha vissuto da vicino i fatti accaduti (anzi, abbiamo visto che è stato difficile anche per loro) accettare la resurrezione è facilmente riscontrabile già da subito, e San Paolo ne fa esperienza diretta quando cerca di parlare di Gesù risorto, agli ateniesi…Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta»(Atti 17,32): essi veneravano (oltre ai tanti dei dell'Olimpo) anche un dio sconosciuto, perché avevano paura della “vendetta” di un essere potente di cui avessero eventualmente trascurato di prendere in considerazione le qualità, a patto che si inserisse nel contesto del loro 'sistema' che rispetto agli altri stati vicini era molto avanzato culturalmente e sul piano delle istituzioni sociali e dei centri di aggregazione. Ma la nuova religione era ancora superiore alla loro cultura, perché si basava tra l'altro (oltre che sull'insegnamento diretto di Gesù) sul precetto sabbatico ereditato dagli ebrei (non sono venuto per abolire la legge, ma per completarla) che prevedeva oltre al riposo settimanale dal lavoro, anche un riposo settennale della terra dal suo sfruttamento e la liberazione di schiavi e prigionieri dopo sette anni di servizio: questo istituto si opponeva allo sfruttamento delle classi più povere ed il suo accoglimento doveva portare nei secoli successivi al tracollo economico dell'impero romano, così come ancora più tardi l'abolizione della schiavitù ha messo in crisi l'economia degli stati confederati del sud che hanno lottato contro i nordisti durante la guerra di secessione Americana.

La Pasqua, la Resurrezione, sono il segno che la vita vince la morte, anzi che l'Amore vince la morte: è morto, anzi “E' Risorto!” dice San Pietro, volendo sottolineare che è cosa della massima importanza (anzi la sola cosa che conti veramente) annunziare il fatto che Gesù è risorto, piuttosto che soffermarsi sulla passione e sulla croce.
Il Natale dove facciamo memoria dell’entrata nella storia di chi tutto può ma che per amore tutti e tutto rispetta.
Dio non è l'Assoluto che sta al di fuori del mondo, che lo domina e lo guida senza esserne coinvolto, è invece l'Emmanuele, il Dio-con-noi che condivide la sorte dell'uomo e partecipa al suo destino; Cristo crocifisso è una prova della solidarietà di Dio con l'uomo sofferente.
Dopo averlo crocifisso, gli ebrei gli chiedevano di scendere dalla croce ed avrebbe potuto farlo, ma il fatto che abbia accettato di rimanere fino alla fine gridando addirittura Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ci rivela la Sua condivisione delle nostre sofferenze e delle nostre debolezze. Il miracolo non sarebbe stato se fosse sceso, ma lo è stato per il fatto che è rimasto: se fosse sceso, che cosa avrebbe potuto dire a tutti i crocifissi della storia che non possono scendere, a tutti coloro che gridano e non hanno risposta, a tutti coloro che confidano in Dio e non sono liberati? È rimasto a condividere, ha cancellato la distanza e nello stesso tempo ci ha insegnato a confidare nonostante tutto. Se è il figlio di Dio lo liberi ora, gridavano sul Golgota: la differenza tra chi crede e chi è scettico sta in questo 'ora'. Vorremmo imporre a Dio l'ora della liberazione, della fine di tutti i mali e delle sofferenze: il figlio di Dio è modello a tutti i giusti sconfitti e lascia a Lui decidere l'ora, ma sa che lo libererà, e questa fede nel Padre lo ha portato alla vittoria sulla morte.

m.z.

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