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lunedì 28 febbraio 2011

SUPERSTIZIONE

SUPERSTIZIONE
Ciascuno di noi ha un lato superstizioso perché in ognuno di noi sopravvive quello strato più arcaico e meno difeso dalle razionalizzazioni della cultura avanti al mistero della vita che ci vive dentro.
Superstizione è un termine che ci porta immediatamente a contatto con il passato. La parola infatti nasce dal latino composto di "super" (sopra) e "stare" (stare).        
Stare sopra.
Donde "superstes" inteso come ciò che ancora sopravvive del passato.
Ancora: la parola ha a che fare con ciò che sopravvive di "non ancora regolato dalla cultura e dalle religioni superiori, ufficiali e dominanti. Da queste istituzioni la superstizione è ritenuta frutto di errore e d'ignoranza, di convinzioni e di istituzioni inferiori e sorpassate"
C'è da rilevare che il superstizioso vero non crede di essere tale: ovviamente per lui la credenza o pratica superstiziosa è cosa valida. E' solo dall'esterno, per chi osserva, che la cosa può mostrarsi o essere giudicata come superstizione.
Esistono superstizioni come credenze che hanno a che fare con situazioni da evitare: è superstizione credere che essere in 13 a tavola porti sfortuna, così come partire di venerdì 17 ecc.
Penso che tutte le credenze legate alla sfortuna da non evocare siano sempre connesse all'origine con qualche evento reale, quando non siano di origine religiosa. Per esempio un venerdì 17 di parecchi secoli fa, nel Trecento, è diventato un giorno di sfortuna perché è stato dato da Filippo il Bello e contemporaneamente in tutta la Francia l'ordine di uccidere tutti i Templari, Ordine di origine sacro-cavalleresco trasformatosi poi in una sorta di banca (per potersi appropriare dei loro beni ed estinguere drasticamente i debiti dello stato verso questo Ordine).
Il tredici a tavola porterebbe male perché nell'ultima cena il tredicesimo era Cristo che finì crocifisso.
Esistono superstizioni come credenza e pratica religiosa con valore di antidoto contro un accadimento negativo già avvenuto: gettarsi il sale dietro le spalle quando è caduto l'olio, la "sperlingueia" genovese: aggiungere acqua e olio per togliere il malocchio ai bambini versando il contenuto sulla testa.
 Nel Sud si utilizza la stessa pratica per togliere il malocchio: se l'acqua e l'olio si sciolgono in tante goccioline contro ogni aspettativa razionale, ciò vuol dir che il rituale ha funzionato, se acqua ed olio restano con macchie troppo grandi distinte l'una dall'altra allora il malocchio non è stato tolto.
Aspettarsi sette anni di guai se si rompe uno specchio. L'uso del sale e dell'olio riguarda la preziosità di questi elementi offerti per questo in dono ad un rito pagano e religioso ad un tempo. L'uso di versare un po' di sale alle spalle pare sia collegato al "non girarsi indietro" ed alla trasgressione di Sara che si voltò indietro e diventò di sale. (Da questa storia nasce il modo di dire "rimase di sale").
 L'olio che cade indica trascuratezza rispetto ad un elemento tanto prezioso quanto importante nei riti religiosi, magici, oltre che come alimento e come unguento. Lo specchio è la "riflessione" della nostra immagine, simbolicamente della nostra identità. Se esso si rompe è come si rompesse in noi la capacità di vederci. Paura dunque della morte, dello svanimento, della vita-ombra (attinenza alla credenza sulla natura irriflessibile dei vampiri e dei morti viventi).
Il numero sette è un numero speciale: basta ricordare quante volte esso viene citato nella Bibbia per confermarlo come tale. In essa il sette è la base del concetto "tanto", "troppo", "infinitamente".
Da un punto di vista 
antropologico superstizione ha a che fare con il religioso, con il timore della divinità, con il tentativo di imbonirsela.
Da un punto di vista psicologico, essa è la risposta funzionale e ancora esistente all'ansia esistenziale e al potere distruttivo di forze incontrollabili (un aspetto dell'inconscio, del numinoso). La superstizione cerca, con modalità "superate", di esorcizzare l'angoscia del proprio limite umano e della propria fragilità.
Da un punto di vista storicistico, come già detto, superstizione è sopravvivenza di cose superate. Per il nascente Cristianesimo ogni ritualismo giudaico facilmente assumeva carattere di superstizione da cui le polemiche, nel Nuovo Testamento per esempio, rispetto all'osservanza rigorosa del sabato; ancor più apparirà come superstizione tutta la precedente religione pagana, in particolare nel suo aspetto "idolatrico" legato al culto di templi ed immagini.
In generale si può dire che la superstizione risponde ad esigenze che non trovano soddisfazione nell'ambito della religione dominante o della scienza dominante. La tendenza alla superstizione è tentativo di rispondere allo strapotere e all'arroganza di una intuita reale 
unilateralità della cultura ufficiale con valore di compensazione.
 La Chiesa combatte ogni forma di rituale extra-liturgico, di pratiche per fini illeciti e ogni rituale privato, compresa la magia che usa oggetti non benedetti come talismani. Tutto questo in contraddizione alla forzata accoglienza nella sua dottrina di pratiche troppo radicate nella coscienza popolare come quelle degli ex-voto, dei riti legati alla natura come certi riti campestri (processioni attorno al campo e riti per la pioggia), del denaro appeso al manto della Madonna in processione, ecc., troppo radicate, ripeto, per poter essere abolite autoritariamente dall'alto.
Da un punto di vista 
filosofico essa è pensiero immediato, nella sua configurazione di rappresentazione, opinione, credenza. Il pensiero nelle sue fasi più primitive ha bisogno di rappresentarsi a se stesso in immagini e gesti.
Possiamo facilmente constatare come a tutt'oggi sopravvivano superstizioni "animistiche" in cui l'universalità del pensiero vivente è colto ancora con immediatezza e con fanciullesca adesione a quella che viene avvertita come "Anima" del mondo. Un esempio è la credenza di geni, di spiriti, demonietti, fate, trolls che interverrebbero nelle nostre faccende spicciole e quotidiane ed ai quali occorrerebbe riservare un atteggiamento particolare; altri esempi sono quelli in cui domina l'orientamento magico (nelle fatture, nei riti di propiziazione per esempio, l'inaugurazione di una nuova casa, ecc., oppure l'attribuzione di particolari poteri a determinate persone: maghi, cartomanti, indovini, guaritori, ecc.).
Altre superstizioni, come quelle relative ai sogni, ai numeri speciali, a certe materie, emergono da filosofie e religioni alle quali in passato erano appartenute con diversa e più profonda elaborazione dei contenuti, partecipando di un tutto organico (Cabbala, Gnosi, Platonismo, Pitagorismo, ecc.).
Vi sono poi superstizioni di carattere "dottrinale" ovvero quelle che avevano una loro collocazione organica in una scienza di un certo tempo storico, per esempio certe credenze della medicina.
A questo proposito piace ricordare l'origine "superstiziosa" della scoperta dell'acido acetilsalicilico, ossia della moderna aspirina: pare che un medico tedesco di paese, sotto la spinta di dolori che i suoi pazienti denunciavano e contro cui, nessun rimedio a disposizione della farmacopea moderna poteva, prese in considerazione una pratica della vecchia nonna che curava acciacchi vari con un decotto a base di cenere di salice.
 Fu la geniale ed umile scoperta del principio attivo di cui si appropriò poi un certo benestante Sig. Bayer ed il resto è cosa ancora attuale.
Anche la penicillina fu in fondo un'appropriazione indebita di una pratica degli indigeni amazzonici: un medico in missione in quei paesi, si ferì gravemente alla gamba. Rischiava cancrena e amputazione finché un indigeno non gli cosparse la ferita col fango della foresta "galleggiante" (spesso sommersa dalle acque). Quel medico non solo guarì in pochi giorni, ma ebbe modo di scoprire il principio attivo presente in quel fango: la penicillina.
Tornando alle attuali superstizioni, esse si lascerebbero distinguere per classe (o gruppo) dei cacciatori, degli attori (mai il viola in palcoscenico), dei pastori, dei contadini, dei giocatori, degli studenti: mai sentirsi dire "auguri" per l'esame ma "in bocca al lupo!"
Si evoca umilmente il limite e la possibile sconfitta affinché le forze soccorritrici non si sentano offese se chiamate in causa per fini personalistici e affinché si mostri loro, forze divine, l'atteggiamento di sacro e reverenziale timore tale per cui il soccorso arrivi perché un rapporto di potere, anzi il rapporto di potere, quello tra uomo e dio, non è stato messo in discussione.
Ciascuno di noi ha un lato superstizioso perché in noi sopravvive quello strato più arcaico e meno difeso dalle razionalizzazioni della cultura avanti al mistero della vita.
Superstizione è "atteggiamento pre-scientifico"; sotto questo aspetto si può concludere abbastanza serenamente che tutti siamo in balìa di atteggiamenti superstiziosi: quanti di noi saprebbero costruire una lampadina elettrica, quanti di noi saprebbero costruirsi una televisione, una macchina, quanti sanno il perché tecnico della risposta che arriva dall'altro capo del filo telefonico quando si sia digitata una certa "cifra"?
 Siamo in un mondo sempre più tecnico, con un sapere sempre più specializzato che arricchisce il nostro inconscio (per chi lo coglie, junghianamente, come inconscio collettivo anche in evoluzione), ma con una coscienza che annega nell'ancestrale magia donde derivano atteggiamenti e comportamenti magici-superstiziosi nei singoli momenti in cui interagiamo con la nostra vita tecnologica.
E' questa la 
"superstizione" di ritorno. Siamo sempre più in ritardo perenne e "fuori - tempo" rispetto alle costanti crescite ad accelerazione esponenziale dei cambiamenti scientifici e tecnologici. Sempre in perenne rincorsa a cogliere l'essenza della vita odierna per non rimanerne fuori ma poiché il ritardo si accumula, per noi comuni mortali non resta che arrenderci alla nostra forma "superstite" e per necessità ontologica siamo "superstiziosi in forma moderna".
In un prossimo futuro molte nostre attuali credenze saranno motivo di "potenziale superstizione".
Spesso la superstizione ha a che fa con la magia e con l'effetto placebo: si dice che la pratica ha funzionato.
E' un terreno sfruttabile anche in psicoterapia: è l'aspetto sciamanico della psicoterapia e della psicoanalisi; può avere a che fare con il cosiddetto 
imbroglio terapeutico.
Un chiaro esempio è incarnato da Alejandro Jodoroswky il quale, oltre ad essere sceneggiatore di fumetti, ottimo regista (El Topo, La Montagna Sacra, Santo Sangre) è ed ama autodefinirsi "psicomago".
Da vera persona geniale, Jodoroswky, figlio di terre cilene in cui la mentalità popolare è intrisa di credenze magiche e superstiziose, si avvale di questo modo indigeno di pensare a malattia e a guarigione (spiriti maligni, santeria, esorcismi, ecc.) per indurre guarigione e benessere attraverso l'uso consapevole delle pratiche popolari piuttosto che calando dall'alto un linguaggio straniero, razionale ed incomprensibile, dunque votato alla inefficacia.
La sua consapevolezza gli permette di avvalersi del linguaggio e dei rituali popolari del posto che egli conosce bene partendo dal presupposto che qualsiasimedium può essere efficace purché il vero bisogno venga ascoltato dal "terapeuta" o "uomo-medicina". Ed egli stesso si sente in più autentico contatto con i suoi interlocutori pazienti abbandonando la sicumera di certa psicoanalisi.
Potremmo inoltre affermare che esiste una superstizione 
attivizzante, dunque affermativa, ed una superstizione fatalizzante e passivizzante, dunque negativa.
Farsi fare il rito delle pietre vaticinanti, delle carte, ecc. è curiosità che spinge a fare, a chiedere per esempio come sarà il futuro.Non vestirsi di viola sul palcoscenico, non passare sotto le scale, deviare strada se la nostra viene attraversata dal gatto nero, ecc., sono superstizioni passivizzanti che costringono a "non fare" questo o quello.
Distinguerei dunque tra rituali magici-superstiziosi che servono per ottenere qualcosa e la vera superstizione (sempre negativa) perché associata al tabù, al non poter fare oppure associata all'evitamento di un evento (che non accada la tal cosa, la tal altra).
Entrambi possono essere strumentalizzati a scopi commerciali e qui il discorso si estenderebbe fino a comprendere un sacco di oggetti, di uso personale e non, che finiscono per noi con l'assumere un valore magico e superstizioso e su queste nostre subliminari debolezze buona parte del sistema produttivo ci marcia.
Il sistema produttivo tende sempre a favorire la sopravvivenza, o la riesumazione, in noi e negli altri, di una psiche più primitiva e "buzzurra" di quanto spesso in realtà essa, di suo, non sia. Così siamo tutti più manovrabili.
Spesso siamo superstiziosi nei confronti del pensiero: certe cose bisogna tenerle distanti dalla coscienza, non vanno pensate perché, se pensate, sono evocate, e se evocate arrivano!
Qui c'è da considerare la solita grande convivenza tra lati contrari di una sola grande forza: la 
parola.
Si può percepire, così, a livello superstizioso il suo potere: ciò che non vogliamo che capiti non deve nemmeno essere pronunciato pena l'evocazione di misteriose forze del male (non devo pensare che possa succedere qualcosa a un amato perché se no è più facile che questa cosa accada, non devo sentirmi troppo felice perché si svegliano gli dei, si risveglia la loro antica invidia verso noi umani, ecc.)
Ma è pur vero che questo potere appartiene davvero al pensiero: anche il pensiero immediato di una persona a mio parere superstiziosa sa di se stesso come arma potente (non a caso Dio e Verbo sono uniti). Sa che pensare, evocare, provocare sono verbi sovrapponibili e quanto più si crede al Puro pensiero (e ricordando l'origine religiosa della superstizione possiamo capire che il superstizioso intende inconsciamente il potere del Puro Pensiero), tanto più basta solo "pensare affinché il pensato accada":

"accade dunque ciò che noi pensiamo!"

Questo è un secondo modo di riconoscere più riflessivamente, più consapevolmente, che la fede,
dunque il miracolo che può derivarne, la pratica magico-religiosa, la paura di pensare "cose cattive" nel mondo o in noi (o volerle anche realizzare come nella magia nera) ecc., sono tutte derivazioni di quell'unica realtà che vive dentro di noi ed in tutto l'universo: la materia è pensiero, è parola.
Il pensiero è sangue vivo. Non appartiene dunque al mondo della superstizione l'orrore della male-dizione (dire male, pensare male, fare Verbo negativo) e la bontà della bene-dizione (dire bene, pensare bene, fare Verbo affermativo.)
Si può concludere che, affermata la necessità di liberarsi dalla superstizione possibile per non essere in balìa dei fantasmi del passato e per far evolvere il nostro spirito, resta il fatto che tutto ciò che è inteso come mezzo per bene-dire fa il bene perché tende all'unione e all'armonia; viceversa, tutto ciò che è mezzo (ad ogni livello) inteso per male-dire, fa il male perché alimenta frantumazione e contrapposizione.
Ciascuno di noi va soggetto ad entrambi i modi di pensare ma ciascuno di noi, riflettendo sulle conseguenze reali, concrete che il suo pensiero induce (meglio:le conseguenze non sono altro che manifestazione del pensiero negativo, male-detto o bene-detto), può impegnarsi coscientemente per l'uno o l'altro lato, alimentando in sé una palestra di mal-pensare o di ben-pensare.
                                                                                                           Ada Cortese 






Superstizione

L'origine della superstizione


Se qualcuno volesse mettere in fila (e mi pare che qualcuno l'abbia fatto) tutte le superstizioni presenti nelle differenti culture umane, l'elenco sarebbe lunghissimo. Ogni cosa, essere o evento, per l'irrazionale della nostra mente, può portare fortuna, sfortuna oppure addirittura avere più specifici, positivi o negativi, effetti. Il canto della civetta, il gatto nero che attraversa la strada, lo specchio rotto, il passare sotto una scala, lo spargere sale... scrivo così, a ruota libera, e si tratta, fin qui, di superstizioni tradizionali, semplici e circoscritte. La superstizione, però, può divenire addirittura uno stile di vita perché, per certe persone, può influenzare ogni scelta, ogni comportamento. Inoltre, può proliferare. Ciascun essere umano, in tema di superstizioni, può dimostrarsi un creativo. Ciascuno può, spontaneamente, crearne delle nuove e personali (un indumento che "porta bene") da aggiungere alle superstizioni antiche e tradizionali, e dunque generalizzate e generiche come il fare le corna o il dire "in bocca al lupo" con quel che segue.

Ogni comportamento, nella nostra specie, è complesso e composito, e questo vale anche per quello superstizioso, che trova infatti in collaterali fenomeni, primo fra tutti la ritualizzazione, rinforzo e complementarità. Eppure il fenomeno in sé, nella sua origine, che non posso che definire zoologica, è semplice, ed è proprio perciò che tutti, in fatto di superstizioni, possiamo essere creativi. Merita dunque partire dalla zoologia, e lo faccio ricordando un'abbastanza vecchia, ma ancora valida (del resto nel tempo varie volte replicata con differenti specie) ricerca di un famoso studioso del comportamento, B.F. Skinner. Quella storica ricerca s'intitola Superstition in the Pigeon (superstizione nel colombo) e fu pubblicata nel 1948 sul "Journal of Experimental Psychology". È un caposaldo per la comprensione del fenomeno. Occorre però che, sempre parlando di animali, anticipi qualche informazione su uno speciale modo di apprendere, che rientra nell'apprendimento per associazione, comunemente detto condizionamento operante.

Immaginiamo un gatto che si trovi in un ambiente delimitato dove è presente una leva per la distribuzione del cibo. Il gatto esplora e, più o meno casualmente, si imbatte nella leva, la preme e, rapidamente, apprende ad associare il gesto di pressione con l'ottenimento del cibo (il rinforzo positivo). Questo è il condizionamento operante, un tipo di apprendimento, ove il comportamento è strumentale all'ottenimento del rinforzo, se questo è positivo, cioè se è un premio. Oltre al rinforzo positivo, però, esiste anche quello negativo, cioè la punizione. In questo caso l'associazione tra un comportamento e una punizione tenderà a inibire il comportamento.

Detto come funziona il condizionamento operante, possiamo ora affrontare il tema dell'origine prima del comportamento superstizioso in colombi e altri animali, uomini inclusi. Eccoci allora a Skinner, che ha immaginato, usando come soggetti sperimentali alcuni colombi, una situazione in cui, a intervalli prefissati e frequenti, viene somministrato del becchime come rinforzo positivo. Ebbene, succede che, quando a un colombo capita di ricevere, così per caso, del becchime (e cioè un premio), quel colombo tende a ripetere "quel comportamento" che stava facendo quando il premio gli è caduto dal cielo. Ciò, ovviamente, già di per sé aumenta le probabilità che il premio (che piove senza regolarità ma con frequenza) gli arrivi ancora proprio al momento giusto. Per farla breve: così ingannato (autoingannato?), il colombo tende a interpretare l'arrivo del premio come l'effetto del suo speciale comportamento. Skinner, attraverso questo modello sperimentale, aveva ottenuto colombi che, per superstizione, manifestavano i comportamenti più bizzarri, come allungare e ritrarre il collo, sbattere le ali, fare un giro su se stessi, tutto ciò in funzione dell'ottenimento del premio. Quei comportamenti, per dirla col nostro linguaggio, portavano bene.

Una vera superstizione nasce dunque così, come ci hanno insegnato quei colombi. Associando, erroneamente, l'ottenimento del premio al comportamento eseguito immediatamente prima, essi non facevano altro che stabilire l'esistenza di un'illusoria, falsa relazione di causa-effetto tra due eventi in realtà tra loro indipendenti. La superstizione, in definitiva, non è altro che un errore di funzionamento all'interno di quel meccanismo rilevatore di causalità che è presente, data la sua essenzialità, in ogni specie animale.

Abbiamo così appreso che la superstizione non è altro che un momento di confusione all'interno di un utile, in quanto adattativo, processo di apprendimento per associazione. E', d'altro canto, difficile anche per noi, quando un evento precede strettamente un altro, sottrarsi all'impressione che il primo sia la causa del secondo. E mi verrebbe da scrivere che, in fin dei conti, la superstizione ha una sua dignità proprio perché si basa su un processo logico, di cui, meno dignitosamente, si fa un uso improprio. E se è improprio per dei colombi e per altri animali, topi o scimmie che siano, che dovrei dire per la nostra specie?

L'errore, cioè la confusione tra casualità e casualità, dipende dal fatto che forte è la tendenza a badare alla presenza delle associazioni, dimenticando i numerosissimi casi dell'assenza, quando cioè i due eventi avvengono indipendentemente. A trarci in inganno è proprio il differente peso che si attribuisce a presenza e ad assenza. Esempio: può capitarci mille volte di assistere a un incidente senza che questo sia preceduto da un gatto nero che attraversa la strada, può capitarci mille volte che un gatto nero attraversi la strada senza che niente succeda; se però capita, una volta su duemila, che i due eventi coincidano, ecco che subito l'associazione viene colta e viene letta come rapporto di causa-effetto, e di conseguenza enfatizzata, raccontata a destra e a manca. Già, raccontata, perché noi umani, tra l'altro, "trasmettiamo culturalmente". Da qui, appunto, molti sviluppi e altrettante ricadute. Sviluppi e ricadute


Se nei colombi, così come in altre specie animali, l'origine della superstizione è sempre rinvenibile in un erroneo uso del condizionamento operante, per la specie umana non è così. Chi sarà mai stato quello che per primo ha stabilito che passare sotto un scala porta
 male ? Probabilmente uno cui era caduto un secchio di vernice in testa avendo inciampato sotto la scala di un imbianchino. Quello sì che ha fatto come i colombi di Skinner. Ma da allora, lo sappiamo bene, moltissimi individui, nello spazio e nel tempo, hanno evitato, evitano ed eviteranno di passare sotto qualsiasi scala perché porta male. E non possiedono, per quel "porta male", così come per tanti altri, alcuna esperienza diretta, alcuna spiegazione. Il fatto è che l'uomo non apprende solo attraverso la sua esperienza diretta, ma anche, e direi soprattutto, per trasmissione culturale. La maggior parte di quelli che non passano sotto una scala per superstizione lo fanno perché qualcuno gliel'ha detto. E non pensano a un secchio che potrebbe cadergli in testa, perché altrimenti sarebbe semplice: basterebbe guardare se c'è un secchio.

È così importante il fenomeno della trasmissione culturale nella nostra specie (così come in altre, d'altronde) che a esso dedicherò l'intero prossimo capitolo e altro spazio ancora, ma non posso approfondire l'argomento della superstizione senza anticipare almeno qualcosa sui meccanismi sociali su cui si basa buona parte del passaggio dell'informazione. Del resto non c'è scampo: chi come me ha esperienza d'insegnamento o anche solo di divulgazione nel campo del comportamento animale e umano sa che non è possibile trattare in modo troppo separato un fenomeno, senza cioè tirarne in ballo altri. Ogni comportamento infatti è sempre debitore, per il suo determinarsi, di svariati fenomeni. L'avevo ribadito aprendo il discorso sulla superstizione: ogni comportamento, in particolare nella nostra specie, è sempre complesso e composito. A ogni modo, non è soltanto nella specie umana che l'informazione, e pertanto anche quella concernente una superstizione, può passare attraverso le vie della comunicazione sociale. C'è un esperimento davvero elegante - l'ha realizzato Eberhard Curio dell'università di Bochum - che ci dimostra come una superstizione possa venire acquisita per trasmissione culturale da un'intera popolazione di uccelli.

L'idea originale di Curio è stata quella di realizzare una vera struttura capace di fabbricare le superstizioni. Ecco come. Immaginate tre voliere messe una accanto all'altra. Le due voliere laterali non avevano niente di speciale e contenevano ciascuna un merlo. La vera fabbrica delle superstizioni si trovava nella voliera centrale, più piccola di quelle laterali perché i due merli potessero vedersi, sentirsi, comunicare. La voliera centrale era centralmente divisa, per il lato parallelo alle altre due, da una parete opaca, così che ciascun merlo potesse vedere solo dalla sua parte. Curio poteva piazzare, dal lato di un merlo, un uccello rapace (che solo quel merlo vedeva), mentre dall'altro lato, nelle differenti serie sperimentali, metteva animali diversi oppure oggetti. Ma sempre animali o oggetti totalmente nuovi, e dunque sconosciuti al merlo che poteva vederli.

Ecco allora cosa succedeva. Il merlo dalla parte del predatore si metteva, correttamente, in agitazione, e cominciava a lanciare i suoi segnali d'allarme. Ciò attirava l'attenzione dell'altro merlo, il quale però, ingannato dal marchingegno pensato da Curio, non vedeva il predatore, bensì un animale o un oggetto sconosciuto. Così, sulla base dell'allarmante informazione, si fabbricava l'errata associazione, in pratica la sua superstizione, che quell'animale (si trattava di uccelli esotici non predatori) o quella cosa (per esempio una bottiglia dipinta a righe trasversali) rappresentava una minaccia! E così, nel futuro, quel merlo ogni volta che li incontrava lanciava segnali allarmanti, trasmettendo la falsa informazione. Liberato in un ambiente dove c'erano altri merli e, sparsi qua e là, quegli animali o quegli oggetti, era lui a dare il via alla tradizione, ma presto altri si aggiungevano. Dopo un po' tutti i merli erano diventati superstiziosi. E questo, senza dubbio, è quello che può capitare, e che è capitato infinite volte, nella nostra specie.

Nei prossimi capitoli, affrontando il tema della trasmissione culturale, darò ulteriori informazioni sull'importanza dello stato sociale di chi passa l'informazione e di chi la riceve (soprattutto se è un giovane), e sul ruolo della ritualizzazione. Aspetti che valgono sia per la superstizione sia per altri tipi di comportamenti e che, pertanto, vanno affrontati in una trattazione più generale. Voglio però subito segnalare che, a proposito dei comportamenti superstiziosi propri dell'infanzia, si ritiene che dipendano dal fatto che i bambini sono fondamentalmente conservatori, hanno paura dell'imprevisto e, di conseguenza, cercano di controllare la realtà per evitare che essa cambi. E la maniera più semplice, per la mente infantile, è quella di fare qualcosa, di compiere azioni che dovrebbero allontanare imprevedibilità e incertezza. Come, per esempio, fare attenzione a non pestare le linee tra due lastroni della pavimentazione stradale, non salire il primo gradino di una casa con il piede sinistro, e così via. Questi piccoli esorcismi, in qualche caso, possono perdurare anche negli adulti, a volte sotto forma di riti innocenti, a volte di riti un po' ossessivi che hanno alla loro radice forme di insicurezza e di paura.

La superstizione, insomma, rimanderebbe a un aspetto infantile della mente umana e al suo modo di valutare la realtà. Farebbe parte di noi, e come tale si dovrebbe comprendere e quindi accettare come una manifestazione collaterale dell'"irrazionale necessario". Dispiace, però, che questa tendenza a credere ignorando il contributo, spessissimo disponibile, di una spiegazione razionale così frequentemente venga strumentalizzata per fini e interessi almeno discutibili. Penso all'astrologia o al gioco   del lotto, così di moda. Mi riferisco al comportamento della nostra televisione di stato, che sembra fare di tutto per rinforzare la purtroppo già radicata credenza che i cosiddetti numeri ritardatari abbiano maggiori probabilità di venire estratti degli altri, mentre ci vuole così poco per capire che ogni volta che ha luogo un'estrazione ogni numero ha, esattamente, le stesse probabilità di uscire di tutti gli altri. Non è certo così che si favorisce l'acculturazione di una popolazione.

Mi pare infine interessante riportare testualmente la definizione di superstizione che si trova nel recente Dizionario di antropologia curato da Ugo Fabietti e Francesco Remotti: "Termine utilizzato per denotare pratiche, credenze e rituali che, a giudizio dell'osservatore, sono prive di qualsiasi fondamento empirico e religioso. Esso implica sempre un giudizio di tipo negativo, mirando a considerare falsi o illusori i presupposti su cui si fonda il tipo di pensiero così classificato. La considerazione delle superstizioni primitive è stata al centro degli interessi degli evoluzionisti, costituendo il punto di partenza per discutere l'origine della religione e per descrivere modalità di pensiero considerate radicalmente diverse rispetto a quelle occidentali". Insomma, se ne deduce che sono superstizioni solo le pratiche, le credenze e i rituali degli altri. E se vengono da lontano (dall'Oriente) ancora meglio. Ora, considerato che quanto riportato dal dizionario non è una fantasia degli autori, ma un dato di fatto ancora quasi universalmente accettato, mi pare che ciò davvero possa diventare un punto di riflessione sullo scarso uso che la nostra specie fa ancora oggi della razionalità. E una riflessione sull'oggi basterebbe. Non posso però non ricordare cosa significò questa discriminante solo pochi secoli fa, quando "il giudizio dell'osservatore" poteva spedire chiunque sul rogo, esseri umani (le streghe) e animali (gatti e civette). Ha fatto davvero molto male, e ancora può farlo, la superstizione.

 
Tratto da: Mainardi D.
 L'animale irrazionele, Oscar Mondadori Quark [pp.51-58]
 


mercoledì 23 febbraio 2011

Giobbe Baruc confronto tra pazienza e presunta scaltrezza

 Nonostante le sue caratteristiche di giusto, Giobbe rappresenta la contraddizione tra il giusto che soffre senza colpa e il malvagio che invece prospera: egli è l’esempio di una ricerca della giustizia che dovrebbe colpire chi fa il male e assolvere e premiare il giusto che fa il bene.
Presso gli ebrei, nel periodo dell'esilio babilonese vigeva la convinzione che il malvagio venisse giustamente punito con il dolore o la perdita di beni materiali, come effetto immediato, quasi meccanico, delle sue cattive azioni mentre il buono, quando agiva bene, veniva subito premiato con l'abbondanza e la fecondità .( conosco molte persone che  applicano ancor oggi questo parametro di lettura degli eventi )   
 Ma per tornare al nostro amico, vorrei confrontare le sue vicissitudini ( quelle accadute a Giobbe) con quelle accadute ad un suo conterraneo Baruc ) che come Giobbe subì le medesime disavventure; stesse pene vissute, stesse pene affrontate con due personalità e comportamenti diversi.
Arrivando al dunque troviamo il nostro amico Baruc seduto sulle macerie della casa crollata sulla sua famiglia.
Le macerie non fumavano più o almeno il fumo che poteva ancora uscire da loro (dalle macerie ) era coperto dal denso fumo che usciva dalle orecchie di Baruc, tanto da sembrare due comignoli di una fornace a pieno ritmo.
Con gli occhi sgranati ed urlando tanto forte da rendere incomprensibili parole e sgrammaticamenti vari, Baruc incolpava ora la moglie (anche se le bombole del gas non erano state ancora inventate), ora i figli e figlie, rei a suo dire di non aver fatto qualcosa perché non succedesse quello che era successo, ora il buon Dio che si era sbagliato con qualcun altro, che non doveva permettere che la cosa accadesse proprio a lui, ai suoi cari e quindi doveva rimediare al tutto. 
Ma l’urlo che maggiormente echeggiava era: “ perché a me, perché proprio a me con tanti delinquenti che ci sono in giro, io cosa ho fatto di male”.
Il buon Dio sentitosi chiamato in causa a bordo della sua nuvoletta preferita fece capolino, senza farsi vedere da nessuno per meglio ascoltare, per rendersi conto di che cosa stesse succedendo e del perché di tante urla, ma soprattutto del perché fosse chiamato in causa.
La cosa che maggiormente colpiva era l’inconsolabile disperazione che Baruc dimostrava non tanto per la perdita dei suoi cari, quanto dei suoi beni immobili ora inesistenti, per i suoi allevamenti di bestiame razziati e per tutto quello che, avendolo perduto, non possedeva più.
Il buon Dio che oltre ad essere buono è anche capace di inquadrare subito una situazione e di leggere subito nel cuore degli uomini, sulle prime tentò di rimediare all’accaduto spiegando che mentre le cose di questo mondo sono passeggere, vi sono valori ai quali bisognerebbe dare la priorità. 
Ma parlare con Baruc era come parlare con il muro ed un muro molto spesso e resistente.
Pareva quasi che Baruc tentasse di impressionare con urla e lamenti nel tentativo di recuperare e rimediare qualcosa, per evitare di rimetterci tutto, urlando ed elencando tutto quello di cui era stato improvvisamente privato, ricordandosi ogni tanto di aggiungere all’elenco anche moglie e prole che, da consumatori dei suoi beni (come li aveva sempre definiti ) diventavano “il suo sostegno la sua ragione di vita”. 
Il buon Dio, che come abbiamo già detto è veramente buono ed in questo caso anche molto comprensivo e paziente, promise a Baruc di intervenire presso la locale commissione fabbricati per agevolarlo nelle pratiche di ricostruzione, ma Baruc urlava e si disperava;  promise di intercedere per fargli ottenere nuovi cammelli e greggi che riproducendosi avrebbero ricostituito le sue mandrie, ma Baruc urlava e si disperava, promise di farle avere prestiti agevolati, ma Baruc urlava e si disperava, promise…….promise………. ma Baruc urlava e si disperava.
Ed il paziente Giobbe? Tentiamo un breve accenno.
Giobbe ad onor del vero anzitutto non è un nome proprio di persona, in quanto vuol dire "odiato, perseguitato": non è quindi da escludere che in lui si debba vedere una qualche tribù ebraica di confine, più soggetta di altre alle pressioni, anche violente, delle popolazioni confinanti.
Il libro di Giobbe, considerato il capolavoro letterario della corrente sapienziale, il cui testo, rimaneggiato a più riprese, venne scritto nel V o al massimo IV secolo prima della nostra era, in un ambiente post-esilico, ed in cui, alla preoccupazione per le sorti del paese, era subentrata quella per i destini dell'individuo.
La morale che questo libro sembra suggerire é che, l’affidarsi a Dio, è e resta l’unico modo percorribile per superare anche le disgrazie più terribili, gli eventi apparentemente incomprensibili della propria vita terrena.
Forse l'autore ha voluto dimostrare che, in mezzo alla generale corruzione, insipienza, conformismo della fede, qualcuno può sempre, confidando in Dio, staccarsi dalla massa e apparire migliore degli altri.
Ma evito di essere troppo complicato, e per ritornare a “furbetto Baruc” ?
Se non fosse stato che per i raggiunti limiti di età sarebbe ancora lì a mercanteggiare con il buon Dio, ma quanti di noi ( io compreso) ancor oggi si rispecchiano più nel nostro personaggio (Baruc) più che con il paziente Giobbe?



Accenno sul concetto cristiano dell'Amore.

Accenno sul concetto cristiano dell'Amore.

Che cosa è l’amore?
a) Lo possiamo domandare alla nostra intelligenza, alla nostra esperienza umana, in sintesi essa ci dice che l’amore è una passione, un sentimento, quella parte dello spirito dell’uomo che non è la ragione.
b) Nella fede cristiana invece lo dobbiamo domandare a Gesù Cristo o a chi, come Paolo, ha fatto del suo vivere gli insegnamenti di Gesù, pur con tutti i limiti della propria natura umana.
Paolo ha capito che l’amore (detto anche «carità») è un rapporto che una persona decide di stabilire con un’altra persona, rapporto che ha come scopo unicamente il bene dell’altra persona.
 Egli, Paolo ci fa sapere che l’Amore, quello con la A maiuscola tutto scusa, tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, e che anche se fossimo dei super uomini dotati di una fede che ci fornisce immensi poteri tanto da spostare le montagne, ma non avessimo nel farlo l’amore come forza dell’agire (sempre quello con la A maiuscola), vana sarebbe la nostra fede.(1 Cor. 13)
 Quanto detto perché coloro che noi consideriamo i nostri nemici, solo con l’amore potremmo farli diventare amici, perché solo con l’amore potremmo redimerli, perché solo l’amore potrà far cambiare il loro cuore e renderli una creatura nuova, creatura a sua volta capace di rispondere con azioni d’amore. Solo l’amore (sempre quello con la A maiuscola) sa tenere conto non solo di quello che dà, ma innanzi tutto di quello che riceve e non fa proporzioni, compensazioni o confronti tra ciò che dà e ciò che riceve. 
Paolo, ci ha dimostrato nel suo agire il senso dell’amore cristiano, amando coloro che non lo amavano per diversificarsi dai pagani, i quali amavano sì, ma solo i loro amici, l’apostolo delle genti ha voluto cercare, capire e scoprire negli altri il bisogno d’amore che ha ogni essere vivente, comprendendo e facendo emergere il bisogno di Dio anche in coloro a quali Dio era sconosciuto, sapendo vedere il fratello anche in chi appariva come il nemico.
 Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 1-2). “A chi ti percuote sulla guancia sinistra porgi anche la destra, a chi ti chiede il mantello dona anche la tunica.”  (Lc. 23,33-34)

-  in cosa si diversifica l’amore verso Dio e l’amore verso il nostro prossimo.

L'AMORE per l'esperienza umana è un sentimento intenso e profondo, di affetto, simpatia ed adesione, rivolto verso una persona, un animale, un oggetto, la natura, o verso un concetto, un ideale. Oppure, può semplicemente essere un impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.


L'AMORE per la fede cristiana è volere il bene dell’atro e nell’altro amare Dio.   
Nel cristianesimo l'amore di Dio è la somma benevolenza del Signore verso le creature terrene. Secondo quanto riportato dalla Prima lettera di Giovanni 4,16 , Dio stesso è Amore e in particolare Amore  Misericordioso, Paziente, Tollerante, Rispettoso, che tutto COMPRENDE.
Per i credenti ogni gesto di Dio verso le sue creature creazione, redenzione, provvidenza è compiuto per amore. San Paolo nella lettera agli Efesini 2,4.5 afferma che Dio "per il grande amore, con il quale ci ha amati, ci ha fatto rivivere in Cristo". Per il credente, l'evento centrale del cristianesimo, cioè la morte e resurrezione di Gesù, è proprio “ la prova” dell'amore di Dio.
L'amore che noi scopriamo provenire da Dio, è una delle più importanti caratteristiche per poter vivere e qualificare il vivere e l’appartenere a Cristo.
Scrive Paolo, nella prima lettera ai Corinzi:
« L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L'amore non verrà mai meno. »  (1Cor.  13, 4.10  )

 La Prima Lettera di Giovanni ribadisce:
- Guardate quale grande amore ci ha dato il Padre: che ci chiamiamo figli di Dio e lo siamo veramente (3,1).
- Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli (Gesù) ha dato la sua vita per noi! Noi pure dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli (3,16).
- L’amore di Dio verso di noi si è dimostrato in questo: Dio ha mandato nel mondo suo Figlio Unigenito, affinché noi avessimo la Vita per mezzo di lui.
-  E tale amore consiste in questo: non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma è lui che ha amato noi ed ha mandato suo Figlio come vittima di propiziazione per i nostri peccati (4,9-10).

Il vangelo di Giovanni annuncia:
- Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha sacrificato il suo Figlio Unigenito affinché  chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna (3,16).
- Disse Gesù ai discepoli: «... Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque vi ho lavato i piedi io, il Signore e il Maestro, dovete anche voi lavarvi i piedi l’un l’altro» (13,13-14).
  
   Lavare i piedi: mettersi a servizio.
   Disse Gesù ai discepoli: Questo è il comandamento nuovo: che vi amiate scambievolmente come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di colui che dà la propria vita per i suoi amici (15,12 13).


Dal Vangelo secondo Matteo:
- Gesù disse: «Avete udito che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il suo sole sopra i cattivi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (5,43-45).

Dalla lettera di Paolo ai Galati:
- Mediante la carità, fatevi schiavi gli uni degli altri (5,13).

Da questi testi e da molti altri che si potrebbe citare si deduce:  
- il modello di amore a cui il cristiano deve ispirarsi è Gesù che rivela ed incarna l’amore della Santissima Trinità nella persona del Padre, del Figlio e dello Spirito,
- l’amore è dono totale e gratuito di sé, cioè volere il bene dell’altra persona (compreso il nemico) disinteressatamente.

Il concetto di amore che propone Gesù non è identico a quello proposto dalla ragione umana: sarà sempre difficile per la ragione umana accettare che si debbano amare anche i nemici senza vendicarsi di loro, facendo loro del bene, vedendo in loro il fratello, colui per il quale come per te, Cristo ha donato la via vita.

SECONDO IL CRISTIANESIMO L'AMORE SI CONTRAPPONE A

VOLERE SÉ PER GLI ALTRI (DONAZIONE)       VOLERE GLI ALTRI PER SÉ (EGOISMO)

- LIBERAMENTE                                                      - POSSESSIVAMENTE
                                                
- GRATUITAMENTE                                                  - INTERESSATAMENTE

- PER TUTTI GLI ALTRI                                              - DONARSI SOLO A QUALCUNO


- Amore di Dio e del prossimo nel Cristianesimo -

Nel Cristianesimo, quando si parla di amore, si distingue tra:
- amore di Dio
- amore del prossimo.


1. L’amore di Dio
La frase «amore di Dio», che sovente viene usata dagli autori del Nuovo Testamento e poi da tutta la Tradizione cristiana, può avere due significati:

a) amore che Dio ha per ogni uomo
b) amore che l’uomo ha verso Dio.

Analizzando separatamente i due concetti.

a) Amore di Dio verso l’uomo

“Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche dei pagani? Certo, anche dei pagani! Poiché non c'è che un solo Dio, il quale giustificherà per la fede i circoncisi, e per mezzo della fede anche i non circoncisi”. (Rom.3. 29,30)
La prima lettera di Giovanni (4,16) dice «Dio è amore», ma dal contesto si vede che l’autore non vuole dare una definizione di Dio, anche perché Dio infinito non si può definire, cioè delimitare.
Egli afferma invece: «Noi non sappiamo chi sia Dio, perché nessuno l’ha mai visto (Gv 1,18), ma una cosa di sicuro possiamo dire su di Lui e cioè che, da quello che ha fatto per noi, si è rivelato come uno che vuole il nostro bene o in altri termini ci ama di un amore “GRATUITO”».
Dio dunque è amore, perché vuole il bene dell’uomo.
E lo dimostra con i fatti: ha fatto esistere l'uomo (creazione) e l’ha fatto esistere come suo figlio (divinizzazione), gli ha fatto conoscere la verità attraverso i Profeti e definitivamente attraverso suo Figlio che è morto e risorto per gli uomini (rivelazione)...ma lo ha lasciato libero di scegliere se accettare o rifiutare la sua proposta.
Dio non manda nessuno all’inferno, vi sono persone che nonostante tutto scelgono liberamente e consciamente la realtà dell’inferno. ( qualunque essa sia)  

Perché Dio ha fatto tutto questo?

Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù”. (Rom.3. 23,24)
Tutta la vita umana, ad una visione di fede, rivela l’amore che Dio ha per l’uomo.
Non certo perché Dio avesse bisogno di una creatura che lo amasse: l’esistenza degli uomini sulla terra non arricchisce o impoverisce Dio che è e resta infinito.  Egli nel suo progetto di amore non strumentalizza le persone a sé, non ha bisogno dell’adorazione della creatura, non pretende sacrifici o olocausti, vuole unicamente il bene dell’uomo. (Espressione più pura dell’amare)

Ma qual è il bene dell’uomo? Rispondendo a questa domanda entriamo nell’altro punto:

b) Amore dell’uomo verso Dio

L'Antico ed il Nuovo Testamento dicono che non c’è altro bene per l’uomo che obbedire a Dio, uniformandosi liberamente alla sua volontà. Dio vuole dall’uomo solo questo. Dunque Dio vuole il bene dell’uomo, perché vuole che l’uomo comprenda e liberamente compia la sua volontà. 
Qualunque sia la risposta dell’uomo, essa non cambia Dio, non lo rende più felice, non lo arricchisce, ma realizza l’uomo come figlio.   
Questo è l’amore dell’uomo verso Dio: l’uomo ama Dio quando fa la sua volontà, non come schiavo che sopporta perché non può farne a meno, o coma un automa che non comprende, ma come figlio che vede, comprende e sceglie in Dio un padre amoroso.
Secondo la rivelazione cristiana, Dio è Padre perché vuole in tutto e sempre il bene dei suoi figli. “Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano“!  (Mt. 7.11)
Perciò, anche se alla luce della ragione a volte può sembrare inaccettabile, il cristiano crede che Dio è sempre Padre e quindi ogni cosa che capita, nasconde/rivela la volontà amorosa di Dio.
Ma a volte questa volontà appare velata, non la si può capire in anticipo; il senso delle cose e dei fatti si potrà comprenderli appieno solo dopo, spesso solo nella vita eterna, quando conosceremo perfettamente come perfettamente siamo conosciuti. cf.1Cor 13,12)

2. L’amore verso il prossimo
Se amare è volere il bene, amore verso il prossimo è volere il bene del prossimo, anche se è un nemico (Mt 5,43-48).
Ma chi è il prossimo?
A questa domanda Gesù aveva già risposto con la parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37):
Ed ecco, un dottore della legge si levò per metterlo alla prova, dicendo: «Maestro, facendo che cosa erediterò la vita eterna?». Ora, egli gli disse: «Nella Legge che cosa sta scritto? Come leggi?». Quegli, rispondendo, disse: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua forza (Deut. 6,5) e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso» (Lev. 19,18). Gli disse: «Hai risposto rettamente! Fa' questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù, riprendendo, disse: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e si imbatté nei ladroni, i quali, dopo averlo spogliato e coperto di bastonate, se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Ora, per caso, un sacerdote scendeva per quella via e, vedendolo passò oltre. Egualmente anche un levita, arrivando sul posto e avendolo visto, passò oltre. Ma un samaritano, che era in viaggio, arrivò vicino a lui e, avendolo visto, ne ebbe compassione e, avvicinatosi, gli fasciò le ferite, versandovi sopra olio e vino: fattolo salire sulla propria cavalcatura, lo condusse in un albergo e si prese cura di lui. E all'indomani, avendo tirato fuori due denari, (li) diede all'albergatore e disse:
"Prenditi cura di lui e quello che spenderai in più, io, quando ritornerò, te lo renderò".
Chi di questi tre ti pare che sia stato prossimo per colui che si era imbattuto nei ladroni?». Quegli disse: «Colui che gli ha usato misericordia». Gesù gli disse: «Va', anche tu fa' altrettanto».
Penso che uno dei messaggi della parabola sia questo: «Fatti tu prossimo vicino ad ogni uomo».
Prossimo allora è ogni persona che ha bisogno di noi e cioè ogni uomo.
E quale è il bene del prossimo?
Il bene di ogni uomo è che ogni uomo risponda a Dio facendone la volontà.
Perciò amare il prossimo è aiutarlo a fare sempre la volontà di Dio: l’amore per il prossimo secondo Gesù non è un atteggiamento sentimentale, bensì un impegno fattivo.

3. Identità tra amore di Dio e amore del prossimo

La prima lettera di Giovanni afferma che vi è identità fra amore verso Dio ed amore verso il prossimo.
a) È facile vedere che l’amore verso il prossimo coincide con l’amore di Dio (1 Gv 4): se Dio è presente in ogni uomo (Mt 25,40), l’amore vero, non egoistico verso il prossimo, è un amore orientato a Dio.
b) Meno facile è vedere che l’amore verso Dio coincide con l’amore verso il prossimo. Chi ama Dio non può non volere che Dio sia amato da tutti gli uomini. E questo, come si è visto, è per loro il massimo bene: fare la volontà di Dio. Quindi chi ama Dio non può non volere il massimo bene degli uomini.
c) La predicazione dell’amore non è una caratteristica esclusiva della predicazione di Gesù. L’'idea dell'amore è anteriore a Gesù. Anche Confucio, per es., ha predicato l’amore e sei secoli prima di Gesù.
d) Per accettare che sia giusto il concetto di amore che propone Gesù, occorre credere in Lui come “Parola” di Dio, un Dio vicino agli uomini e loro amico, tanto da farsi uomo, vivendo, offrendo la propria vita e risorgendo per la salvezza di tutti gli uomini di buona volontà che credono in Lui, per renderci partecipi della sua felicità nella vita eterna; chi vive nell'amore di Cristo ha già la vita eterna perché vive già in unione con Dio.
Proprio nella fede sulla persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo si fonda tutto il cristianesimo; ciò costituisce una caratteristica essenziale ai fini di una differenziazione della fede cristiana in Dio nei confronti con altre religioni, che fondano il loro credere non su una persona ( un Dio fatto carne sempre presente nella storia, che “vive in prima persona” ciò che predica e quanto chiede agli uomini ) , ma sulla pratica religiosa di una dottrina.
Credere significa dunque appoggiarsi, affidarsi, consegnarsi a Dio senza timore e senza ripensamenti, significa affidare a Lui soltanto le sorti della nostra vita, donando le nostre gioie e i nostri dolori, i nostri numerosi fardelli insostenibili o irrealizzabili, le speranze, i successi e le inevitabili delusioni, credendo che ciò che è impossibile agli uomini, è possibile agli uomini che credono in Dio.
m.z.