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mercoledì 22 settembre 2010

Le nuove povertà della nostra società



Purtroppo la vita degli anziani, sovente si riduce quando non si limita del tutto, a poche, minime attività prive di contenuto sociale, la cui validità e importanza non trova  riscontro nella fascia più ampia della società moderna dei giovani, degli adulti, di quella fascia della popolazione definita socialmente attiva. 
Spesso la figura dei “nonni” non più valorizzata come memoria storica e esperienza del vissuto, a volte si svilisce perdendo la ricchezza di un tempo, limitandosi in alcuni casi ad assumere, nel nucleo famigliare attivo, il semplice ruolo di collaboratore.
 Sovente, la collaborazione loro richiesta, quando nelle famiglie moderne sono presenti bambini in età scolare, si limita o si esaurisce nell’accompagnare i nipoti alle varie attività sportive da loro svolte nella fascia pomeridiana della giornata, in quanto entrambi i genitori sono impegnati con il loro lavoro.
Di fatto tutta questa libertà di tempo libero dell’anziano, quando non è occupato da impegni come sopra accennato o similari, si traduce sempre più spesso in un tempo di forzata inattività, causa di emarginazione sociale e di solitudine.  
Solitudine che inevitabilmente fa da corollario a tutta una serie di eventi che possono essere: la vedovanza, come la fine dell’attività lavorativa, la mancanza di autonomia o la lontananza dei figli che può essere geografica, ma anche più semplicemente affettiva.
La solitudine dell’anziano non può però considerarsi la condizione o lo stato di chi vive da solo o appartato.
Questa prima situazione di isolamento è vissuta da chi decide spontaneamente o è costretto da ragioni esterne, a vivere isolato, appartato dagli altri, ma non per questo escluso dal consorzio sociale e quindi privo di affetti, incontri  o amicizie.
La solitudine  dell'anziano è invece la solitudine propria di chi si sente solo.  Questa seconda forma di solitudine, "accade a chi non sceglie di vivere isolato ed appartato”,  ma subisce  queta realtà passivamentetale, in quanto tale condizione gli è imposta suo malgrado dagli organismi sociali, economici, affettivi e culturali della società moderna.
A conclusione di quanto sopra brevemente accennato, è possibile dire che la solitudine è una povertà che sempre più affligge le persone anziane e in quanto tale ( la povertà), va compresa e combattuta con quello spirito cristiano che impone la valorizzazione di ogni persona in quanto figlio di Dio e nostro fratello in Cristo.
Pensavo che sia d’obbligo, al di là della semplice riflessione, ricercare soluzioni di semplice attuazione e di possibile coinvolgimento comune, capaci di proporsi come soluzione o attenuazione del problema sopra esposto.
Una tra le tante possibili potrebbe essere quella di creare un centro di aggregamento  stabile (nei locali parrocchiali), dove volontari (adulti e possibilmente ragazzi), offrano un tempo di dialogo capace di superare gli schemi della semplice convenzione, innescando l’interdipendenza reciproca.
Questo poi potrebbe  sfociare in un momento comune durante la settimana, momento in cui gli anziani insegnano ai giovani ricette e specialità gastronomiche e i giovani le realizzarono, consumando poi il tutto insieme ed in allegria.     
                                                                                                                   m.z.

lunedì 20 settembre 2010

anche se ..il natale è ancora lontano, ma perchè lontano non resti per sempre




Il mistero del si di Maria

 "Sono la serva del Signore, si faccia di me secondo la tua Parola".  
In queste poche righe possiamo scoprire tutto il senso della vocazione di Maria, di una giovane ragazza di Nazareth, forse già con i suoi precisi progetti per il futuro.
Maria, per grazia di Dio, nasce senza il peccato originale, ma diviene la madre dell’umanità per la ferma decisione della sua volontà di fidarsi di Dio contro ogni speranza, contro il naturale raziocino umano.
Il Signore si fa presente nella sua vita, le chiede di scegliere liberamente e di cambiare i suoi progetti per affrontare, con la sua grazia una missione unica, quella di portare al mondo il Figlio di Dio e di diventare nell'opera della salvezza, la madre di una moltitudine di nati in Cristo ad una vita nuova.
Alcuni vangeli apocrifi ci narrano che l'angelo Gabriele, prima di andare da Maria, passò da altre due ragazze di Nazaret, facendo loro la stessa proposta “diventare la madre del Salvatore “; ambedue risposero di no, per entrambe la proposta non entrava nei loro piani, ognuna di loro aveva già altri progetti di vita, non voleva rischiare di sconvolgerli e modificarli. 
Questi racconti vogliono sostanzialmente sottolineare, che nelle prime comunità cristiane dove venivano scritti e tramandati questi vangeli apocrifi, era forte la consapevolezza che Maria era libera davanti alla proposta di Dio; libera anche lei di poter dire di no.   
Parlando della vocazione di Maria ciascuno deve pensare alla propria vocazione, prendere coscienza che la vita esiste perché è primariamente dono di Dio, che essa può divenire la concreta possibilità di una libera e consapevole risposta nel completo abbandono alla volontà del Signore.
In questo abbandono, non è essenziale ed assolutamente indifferente una scelta di vita o un’altra, ma fondamentale e necessario è scoprire la propria identità e fedeltà a Cristo, convertendosi costantemente alla sua Parola, ad essa conformarsi, convertirsi e fermamente aderire ogni istante della propria esistenza.
E ‘ scoprire che questa scelta vocazionale, cioè la volontà di Dio su di noi, è il maggior bene, il significato, la realizzazione, la vera e sola felicità per noi; è il senso del nostro essere e divenire, è la base per realizzare la nostra felicità eterna.
Sottolineava spesso san Giovanni Bosco che la vita può dipendere da alcuni "sì" o alcuni "no" detti non solo nella prima adolescenza, ma lungo tutto il corso dei vari anni, delle diverse fasi e situazioni della vita.
Quando preghiamo, in genere tendiamo ad anteporre le nostre esigenze personali, spesso ci limitiamo a chiedere al Signore che ci aiuti, che soddisfi quanto noi riteniamo come nostre esigenze primarie e fondamentali necessità quotidiane  o esistenziali; ci è molto più difficile rivolgersi al Signore e chiedergli:  "Signore che cosa hai pensato per me? Che cosa vuoi da me? Qual è la tua volontà per la mia vita? Qual è il tuo progetto meraviglioso su di me? Signore che cosa vuoi fare di me?”
Forse abbiamo già sperimentato nella nostra vita il contrasto tra il progetto di Dio, la sua volontà e la nostra volontà, ma continuiamo a ribellarci ritenendo prioritarie le nostre scelte alle proposte della nostra fede, fingendo che tutto possa esaurirsi con le necessità dei bisogno quotidiani, anteponendo le necessità corporali  a quelle spirituali in un continuo dualismo di contrapposizione e di priorità contingenti.
Così facendo di fatto neghiamo l’ abbandono e la fiducia in quel Dio che costantemente ricerca l’incontro con l’uomo e con la sua natura, quel Dio che è provvidenza, quell’infinita realtà di Amore che perennemente ricerca e dialoga con l’essere finito e limitato, che come  leggiamo nella sacra scrittura, “veste e si prende cura delle creature del creato, fa piovere e sorgere il sole su ogni vivente”.
Perché la vita abbia un senso cristiano deve essere intesa come vocazione, come presa di coscienza che essa è dono di Dio, che essa, come progetto nella nostra libertà, è capace di poter dire quel "Sì" incondizionato all'amore di Dio, anche quando questo appare misterioso al nostro capire immediato.
Dio chiama tutti a vivere la propria esistenza con Lui; e solo così  in questa perenne interconnessione ogni uomo  esprime il meglio di sé.
Seguire la chiamata del Signore è andare oltre le inclinazioni spontanee, oltre i propri ristretti progetti è e diviene il seguire la vera chiamata, è anteporre ad ogni scelta la fiducia che Dio non può che volere il nostro bene.
La chiamata e la realizzazione della vocazione di ogni essere vivente è la novità salvifica di Cristo che illumina ogni realtà e ogni scelta di ogni uomo, chiamato in Cristo, ad essere figlio di Dio, chiamato ad essere a sua immagine e somiglianza, chiamato ad essere compartecipe del piano universale di salvezza, chiamato a vivere l'eternità.
Così si può essere chiamati a vivere la novità di Cristo nel matrimonio e nella famiglia, nel lavoro e nella professione, nella normale quotidianità del quieto vivere e nella sofferenza.  
Il non accettare questa "chiamata" finisce per farci vivere secondo tutte le suggestioni della mentalità terrena, nella ricerca di se stessi, nella ricerca del piacere, dell'avere, del possedere, del potere, del contrapporsi per e con il proprio egoismo ad ogni scelta, nella negazione del senso del nostro essere e divenire, nell’incontro e rispetto dell’altro, del diverso.
Imitare Maria, chiedere un aiuto continuo a Maria, alla nostra Madre celeste, è apprendere ed imparare da Lei la generosità davanti alla chiamata continua vocazionale che il Signore ci propone, con la quale se sappiamo rispondere, possiamo apprendere, comprendere e svelare il mistero della volontà divina in noi; imitare Maria è affermare che Dio ha un preciso progetto per ognuno di noi.
Nella nostra libera adesione possiamo chiedere:
“Che cosa vuoi da me Signore?” E rispondere con la sua grazia “Eccomi Signore, avvenga di me quello che tu hai pensato”
 Il "sì" generoso e fedele di Maria ha dato la possibilità di generare la salvezza, al mondo di accogliere il Salvatore e di poter sperimentare ogni giorno della storia la sua presenza, la sua grazia, la sua fraternità; il nostro si è continuativo ed indispensabile per rendere visibile a noi, all'uomo quotidiano, all'umanità intera la presenza di Cristo, la sua azione salvifica, la grandezza e la novità del messaggio di elevazione per tutta l’umanità in una maniera così grande che neanche sappiamo intuire, affermando che solo in Cristo vi è la vera realizzazione del nostro vivere e il divenire di ogni creatura.
Anche il nostro "sì" al Signore, la nostra vocazione possono essere l’inizio di tante cose grandi quanto misteriose ai nostri occhi come lo è stato per Maria.
Il nostro “si” è permettere che il Signore possa compiere il progetto di salvezza eterna nella persona che a Lui si affida, nella sua Chiesa, nell'umanità, in ognuno di noi, in ogni essere che si fida della sua Parola, offrendo a tutti il vero centuplo quaggiù e la vita eterna.
La strada della propria vocazione è la strada della propria felicità: Maria sa incarnare gioiosamente il mistero che la avvolge: "L'anima mia magnifica il Signore ed esulta il mio spirito in Dio mio Salvatore..."
Se l'incontro con il Signore ci trasforma la vita e ci dà prospettive così grandi, allora l'esperienza del Natale lascia un segno che non verrà mai meno, allora la nostra esistenza sarà permeata dalla certezza che in Cristo siamo già partecipi di quella vita senza fine, allora il senso del Natale, del figlio di Dio entrato nella storia in una misera capanna può farci riscoprire ogni volta l’essenzialità di quei valori che spesso volutamente, consapevolmente il mondo e la sua logica rinnega.
Allora il natale potrà essere l’anticipazione di chi non con il potere, ma con la disarmante semplicità, gli occhi e la genuinità di un bambino, sa gioire con gli ultimi, con i semplici, con chi ha fame e sete di giustizia, con chi sa condividere con l’altro il poco o il molto che possiede.  
Allora il natale incarna l’incontro tra la terra e il cielo, annunciando all’uomo che nulla possiede, il Dio fatto uomo che tutto possiede  e con tutti vuol condividere; con questo spirito  riscopriamo il mistero di Maria, dei pastori, dei semplici e umili di cuore di ogni tempo e ogni nazione che ancora oggi, ogni giorno fidandosi di una stella, sanno  scoprire il re dell’universo nella semplice umiltà della quotidiana e a volte chiassosa esistenza.   

Mario


domenica 12 settembre 2010



Amicizia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Con amicizia, da un punto di vista oggettivo, si indica un tipo di legame sociale accompagnato da un sentimento di affetto vivo e reciproco tra due o più persone dello stesso o di differente sesso, ma anche tra esseri umani ed esseri appartenenti al mondo deglianimali. Da un punto di vista soggettivo, insieme all'amore, l'amicizia è un atteggiamento nei confronti degli altri, caratterizzato da una rilevante carica emotiva e fondante la vita sociale del singolo. In quasi tutte le culture, l'amicizia viene intesa e percepita come un rapporto alla pari, basato sul rispetto, la stima, e la disponibilità reciproca.
Il tema dell'amicizia è al centro di innumerevoli opere dell'arte e dell'ingegno; fu trattato già da Aristotele e Cicerone ed è oggetto di canzonitesti letterari, opere filmiche e via dicendo.
In genere, si distinguono diversi gradi di amicizia, dall'amicizia casuale legata a una simpatia che emerge fortuitamente in una certa circostanza magari in modo temporaneo, all'amicizia cosiddetta intima, ovvero associata a un rapporto continuativo nel tempo fra persone che arrivano a stabilire un grado di confidenza reciproca paragonabile a quella tipica del rapporto di coppia.





Estratto da "L'amicizia", Francesco Alberoni,  edizioni Garzanti

Alcune riflessioni sul significato dell'amicizia, un fenomeno che ho analizzato con passione.

Esiste ancora l'amicizia nel mondo contemporaneo?

Ad una prima osservazione sembrerebbe di no.
Il mondo degli affari è dominato dal mercato e dall'utile economico. La politica dalla competizione per il potere. In entrambi i casi c'è ben poco spazio per rapporti personali sinceri. Il mondo moderno, inoltre, ci impone un continuo mutamento. Quando cambiamo residenza e lavoro finiamo anche per lasciare i vecchi amici. Promettiamo di rivederci ma, poi, sorgono in noi nuovi interessi, nuovi bisogni, abbiamo nuovi incontri.
Nessuno può restare immobile e guardarsi indietro. In Italia, la parola amicizia ha assunto addirittura un significato negativo, di privilegio, di raccomandazione. Per trovare un posto di lavoro, per essere ammesso all'ospedale, per avere una casa in affitto, occorrono delle raccomandazioni, delle amicizie. Se segui la procedura regolare, burocratica, non ottieni nulla. L'amicizia è il mezzo per passare davanti agli altri, per eludere la norma.
La parola amicizia ha finito, così, per indicare i criteri particolaristici, i privilegi, grandi e piccoli, in un sistema che, se fosse giusto, dovrebbe essere invece retto da criteri universalistici e di merito. Il mondo moderno (Vedi la notissima teoria di Talcott Parsons,Il sistema sociale, Comunità, Milano 1965) è caratterizzato dal passaggio dai ruoli particolaristici, ascritti, ed emotivi a ruoli universalistici, acquisiti e neutrali. L'amicizia appare, perciò, come un anacronismo e, per di più, fonte di ingiustizia. In una società giusta le posizioni vanno attribuite non in base all'amicizia, ma al merito valutato in modo imparziale. I servizi sociali devono erogare le loro prestazioni non ai raccomandati, ma a tutti. Un sistema amministrativo infiltrato dall'amicizia è clientelare, mafioso, ingiusto. Molti, perciò, pensano che l'amicizia sia una sopravvivenza del passato. Qualcosa come la lealtà feudale, oppure la magia o il folklore. Secondo costoro l'amicizia, col passare degli anni, perde di importanza, ed il suo destino è di scomparire per lasciare il posto a rapporti impersonali ed obiettivi. Altri ritengono che l'amicizia riuscirà a sopravvivere, ma confinata accuratamente alla sfera dell'intimo, senza alcuna contaminazione con gli affari, i pubblici uffici e la politica.
La tesi di questo libro è che, nonostante questa prima impressione catastrofica, le cose non stiano affatto così. L'amicizia continua ad essere una componente essenziale della nostra vita. Probabilmente nella stessa misura del mondo antico (il rinnovato interesse per questo argomento, anche in Italia, è testimoniato dal fatto che il v Congresso internazionale di studi antropologici siciliani - Palermo, 24-26 novembre 1983 - ha scelto come tema: L'amicizia e le amicizie). Anche la sua struttura essenziale, ciò che la distingue da tutti gli altri tipi di relazione interpersonale, non è cambiata. Cinque secoli prima di Cristo e in una tradizione culturale. totalmente diversa, come quella cinese, Confucio elencava cinque tipi fondamentali di relazioni interpersonali. La relazione fra imperatore e suddito, quella fra padre e figlio, la relazione fra uomo e donna e quella fra fratello maggiore e fratello minore. Tutti e quattro questi tipi di relazione sono gerarchici, fra superiore ed inferiore.
Esiste però una quinta relazione che non è gerarchica, ma avviene fra uguali: è l'amicizia. Certo, nelle diverse epoche e nelle diverse società, l'amicizia si presenta in forme diverse. In una società guerriera sarà essenzialmente una fratellanza d'armi. È questa l'immagine dell'amicizia che ci hanno trasmesso i poemi dell'antichità: Patroclo e Achille, Eurialo e Niso, Enea e Pallante. Venendo verso l'epoca moderna troviamo amicizie in cui sono più importanti la cultura e la politica. Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni erano tre poeti della Firenze del '200. Michel de Montaigne e Etienne de La Boétie erano due scrittori della Francia del '500. Ancora più recentemente troviamo l'amicizia fra Marx ed Engels e quella fra Max Horkheimer e Theodor Adorno. La prima ha influenzato tutta la politica contemporanea, la seconda il pensiero sociologico.
Non dobbiamo, però, farci troppo fuorviare dalle differenze. Certo, queste ci sono, ma esiste anche qualcosa di comune che ci consente, appunto, di parlare di amicizia in tutti questi casi. Per identificare ciò che è caratteristico del fenomeno che vogliamo studiare, non è tanto sulla diversità che dobbiamo soffermarci, quanto su questi elementi comuni. Ci colpisce allora, per prima cosa, questo fatto. La parola amicizia non ha un solo significato, ma diversi. E non solo da oggi. Lo aveva rilevato già duemila anni fa Aristotele che aveva appunto cercato di distinguere diversi tipi di amicizia per identificare, fra essi, la «vera» amicizia. Per Aristotele la distinzione più importante è quella fra amicizia fondata sull'utile e quella fondata sulla virtù, l'unica che merita il nome di vera amicizia (Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, Bari 1979, pag. 195 e segg.).
Anche nella Grecia antica, perciò, il legame che univa due soci di affari non era l'amicizia, ma l'interesse a far prosperare la loro impresa. Anche allora l'amicizia fra i politici era, spesso, soltanto una forma dell'utile politico. Vediamo, allora, brevemente quali sono i significati più comuni di questa parola. Ci accorgeremo che, nella maggioranza dei casi, la parola amicizia ha ben poco a che fare con quello che noi intendiamo quando pensiamo ad un vero amico.
Primo significato: i conoscenti. La maggior parte delle persone che consideriamo nostre amiche sono, in realtà, solo dei conoscenti. Persone, cioè, che non ci sono lontane come la totalità amorfa degli altri. Sappiamo che cosa pensano, che problemi hanno, li sentiamo affini, ci rivolgiamo a loro per aiuto e li aiutiamo volentieri. Abbiamo con loro buoni rapporti. Però non abbiamo una profonda confidenza, non raccontiamo loro le nostre ansie più segrete. Vedendoli non ci sentiamo felici, non ci viene spontaneo di sorridere. Se hanno successo, o ricevono un premio, o hanno un colpo di fortuna, non ci sentiamo felici come se fosse successo a noi. In molte amicizie di questo tipo c'è addirittura invidia, maldicenza, antagonismo. I rapporti ostentatamente cordiali, talvolta, coprono una realtà conflittuale, o una profonda ambivalenza. Certo, queste persone non ci sono estranee, ci sono anzi vicine. Ma perché dobbiamo chiamare amicizia relazioni affettive così diverse? Siamo di fronte ad un uso improprio del termine. Lo era nel passato e lo è oggi.
Secondo significato: solidarietà collettiva. Occorre inoltre distinguere, così come avevano già fatto gli antichi, l'amicizia dalla solidarietà (su questo argomento esiste una analisi molto bella compiuta da Luigi Lombardi Vallauri, Amicizia, carità, diritto, Giuffrè, Milano 1974, pag. 15 e segg.). In questo secondo senso, amici sono tutti coloro che stanno dalla nostra parte, per esempio in una guerra. Da un lato gli amici, dall'altro i nemici. Questo tipo di solidarietà non ha nulla di personale. Colui che porta la mia stessa divisa è amico; ma di lui non so nulla. A questa stessa categoria appartengono le forme di solidarietà che si costituiscono nelle sette, nei partiti e nelle chiese. I cristiani si chiamano fra loro fratelli o amici. I socialisti compagni, i fascisti camerati. Siamo sempre, però, in presenza di legami collettivi, non di rapporti rigorosamente personali.
Terzo significato: relazioni di ruolo. È la classe delle relazioni di tipo personale, ma basate sul ruolo sociale. Abbiamo qui l'amicizia secondo l'utile, sia quella dei soci in affari, sia quella dei politici. Questo tipo di legami ha ben poco di affettivo, e dura finché dura l'utile da salvaguardare. Vi troviamo, inoltre, molte relazioni professionali, fra colleghi di lavoro e fra vicini di casa.
Quarto significato: simpatia e amichevolezza. Arriviamo, infine, alla categoria costituita dalle persone con cui ci troviamo bene, che ci sono simpatiche, che ammiriamo. Anche in questo caso, però, occorre essere prudenti ad usare l'espressione amicizia. Spesso si tratta di stati emotivi labili, superficiali.
Cosa dobbiamo intendere, allora, per amicizia? Intuitivamente questa parola ci fa venir in mente un sentimento sereno, limpido, fatto di fiducia, di confidenza. Anche le ricerche empiriche mostrano che la stragrande maggioranza della gente la pensa press'a poco nello stesso modo (vedi P. Babin, Friendship, Herder e Herder, New York 1967; M. Brenton, Friendship, Stein and Day, New York 1974; G.A. Allan, A Sociology of Friendship and Kinship, George Allen e Unwin, London 1979.).
In un libro recente J.M. Reisman, dopo aver esaminato tutta l'immensa letteratura sull'argomento, ha dato la seguente definizione dell'amicizia: «Amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati (John M. Reisman, Anatomy of Friendship, Irvington Publishers, New York 1979.). Con questa definizione Reisman colloca l'amicizia nel mondo dei sentimenti altruistici e sinceri. Non è possibile alcuna confusione con l'interesse, il calcolo ed il potere. Semmai il difetto della definizione di Reisman è di essere troppo generica. Anche una madre desidera fare del bene al suo bambino e ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati. Lo stesso avviene nel rapporto fra innamorati, fra coniugi che si amano, o fra fratelli, se i fratelli si vogliono bene. La definizione di Reisman riguarda, in generale, l'amore. Amare, scriveva San Tommaso d'Aquino, è voler rendere felice l'altro.
Il percorso fatto è molto importante. Nel linguaggio corrente la parola amicizia ha numerosi significati. Sta ad indicare il socio, il conoscente, la persona simpatica, il vicino, il collega, tutti coloro che ci sono prossimi. C'è però oggi, come nel più remoto passato, un altro significato, quello di amico personale a cui vogliamo bene e che ci vuole bene. Quest'ultimo tipo di amicizia appartiene ad una classe più ristretta di relazioni interpersonali: le relazioni di amore. Quando pensiamo ai nostri amici più cari, alla vera amicizia, pensiamo ad una forma di amore fra persone. È facile distinguere l'amicizia dalle relazioni sociali più superficiali, dai rapporti utilitaristici o da quelli fondati su ruoli professionali.
Il vero problema, quello che, finora, non è stato ancora affrontato, è come distinguerla dalle altre forme di amore fra persone. Per esempio, in che cosa differisce l'amicizia dall'innamoramento? Ci sono numerosi autori che ritengono questa differenza minima, o poco rilevante. È più facile distinguere l'amicizia dall'amore materno, o da quello paterno, o dall'affetto tra fratelli. Anche in questo caso, però, vi sono dei caratteri in comune. Noi diciamo che quello è un nostro «amico fraterno». Talvolta nell'amicizia si esprime un atteggiamento paterno o filiale. Per esempio Friedrich Nietzsche cercava in Wagner una figura paterna. È amicizia questa? Oppure l'amicizia deve essere reciproca? Vi sono anche molti rapporti di amore ambivalenti, dove ciascuno cerca di dominare l'altro, di tenerlo legato a sé. La vita quotidiana è intrisa di questi sentimenti meschini. L'amore dell'amicizia è di questo genere? Possiamo cercare di manipolare il nostro amico? O, invece, l'amore dell'amicizia è di tipo particolare e deve essere limpido, sempre limpido perché, in caso contrario, l'amicizia, semplicemente, svanisce? Sono queste le domande a cui dobbiamo rispondere per identificare il tipo di amore specifico dell'amicizia.
È questo l'argomento della presente discussione. Ci aspetta, perciò, una analisi attenta ai particolari, per identificare quello che è esclusivo dell'amicizia, soltanto suo.
Mi sembra opportuno incominciare subito questa analisi, per entrare nel vivo del problema. E lo farei confrontando l'amicizia con una forma di amore con cui, spesso, viene confusa (per esempio il già citato J.M. Reisman e, ancor più gravemente, A. Douglas,Friends: a trae story of male love, Coward, McCann & Geoghegan, New York 1973. Lo stesso avviene nel caso del bel libro di Robert Brain, Friends and Lovers, Basic Brooks, New York 1976.): l'innamoramento. Sgombreremo il campo mostrando che sono due fenomeni diversissimi, addirittura opposti. L'innamoramento è un fatto, un accadimento, che ha un inizio definito. Alla sua origine c'è lo stato nascente (Francesco Alberoni,Innamoramento e amore, Garzanti, Milano 1979), una folgorazione, una rivelazione. L'amicizia, invece, non diventa se stessa con una rivelazione unica iniziale, ma con una serie di incontri e di approfondimenti successivi.
Un'altra differenza fra innamoramento e amicizia è che non esiste un innamoramento vero ed uno meno vero. Non ci sono gradi di innamoramento: moltissimo, molto, abbastanza, un poco. Se dico «sono innamorato», dico tutto. L'innamoramento segue la legge del tutto o del nulla. L'amicizia, invece, ha tante forme e tanti gradi. Va da un minimo verso un massimo di perfezione. L'amicizia può essere piccola, solo un moto dell'animo, oppure grande, grandissima. L'innamoramento è perfetto fin dall'inizio. L'amicizia, invece, muove verso il di più. Quando parliamo di amicizia abbiamo presente sempre anche un ideale, una utopia.
Continuiamo la nostra analisi. L'innamoramento è una passione. In tedesco passione si dice Leidenschaft. Leiden è la sofferenza. Nella passione c'è, infatti, sempre anche un soffrire. L'innamoramento è estasi, ma anche tormento. L'amicizia, invece, ha orrore della sofferenza. Quando può la evita. Gli amici si cercano per stare bene insieme. Se non ci riescono, tendono a lasciarsi, a mettere un po' di distanza fra di loro. Un'altra fondamentale differenza è che io posso innamorarmi di qualcuno e non essere corrisposto. Non per questo cesso di essere innamorato. L'innamoramento nasce senza reciprocità e ne va alla ricerca. L'amicizia, invece, richiede sempre, mi pare, una qualche reciprocità. Io non resto amico di uno che non è mio amico. Nell'innamoramento costa sempre una terribile fatica lasciare chi si ama. Per liberarmi di un innamoramento non corrisposto, io devo esercitare una violenza su me stesso, odiare l'altro. Ma l'odio per l'amato è, a sua volta, una sofferenza, la più atroce delle sofferenze. Nell'amicizia, invece, non c'è spazio per l'odio. Se io odio un mio amico non sono più suo amico, l'amicizia è finita. Nell'innamoramento la persona amata è trasfigurata. È ad un tempo lei stessa e più che lei stessa. L'amato è duplice: il concretissimo essere davanti a me e la divinità che incorpora in sé tutto il possibile del mondo, tutto ciò che io proietto in lui. L'amore è rivelazione di qualcosa che ci trascende. La preghiera verso l'amato è un grido di disperazione. L'amico, invece, non è trasfigurato.
Dall'amico mi aspetto che condivida l'immagine che ho di un me stesso o, perlomeno, che non se ne allontani troppo. Anche se la sua valutazione è positiva, non deve essere esagerata. Se è troppo favorevole mi dà l'impressione di adulazione. Se è troppo negativa, se si allontana troppo da ciò che io penso di me, allora non mirende giustizia e, quindi, contraddice una esigenza base dell'amicizia. I due amici, cioè, devono avere delle immagini reciproche simili. Non identiche, naturalmente, perché allora non ci sarebbe nulla da scoprire, ma senza eccessive dissonanze. Da un amico, perciò, io mi aspetto che non mi fraintenda. Tutti mi possono fraintendere, ma non un amico. Se un amico mi fraintende, è finita
Si può dunque restare innamorati di una persona di cui non sappiamo se ci ha amato o ci ha ingannato, di cui non sappiamo se fosse buona o cattiva, se avesse un animo nobile o meschino. L'amore si manifesta proprio in questo domandarsi come era. Anche dopo innumerevoli anni, l'amore continua ad interrogarsi nello stesso modo, sfoglia la margherita. Dal primo istante in cui è apparso, si pone in continuazione una domanda a cui solo la presenza della persona amata che dice di sì, dà una risposta. Finita la presenza, cessa la risposta, e la domanda ritorna continua, ossessiva, angosciosa. Non puoi dire, come vorrebbe la ragione, «che t'importa?». Questa è l'opacità dell'amore che ama qualcosa che rimane sempre inafferrabile, perché il suo oggetto è un divenire insieme, un dover essere. Questa è la miseria dell'amore, che può solo chiedere e non può smettere di chiedere, anche quando l'altro è indifferente, od ostile. Questa è l'ingiustizia dell'amore che non conosce merito e demerito, e non premia i buoni e non punisce i malvagi. L'amore è sublime e miserabile, eroico e stupido, mai giusto. Il registro della giustizia non .è l'amore, è l'amicizia.

Estratto da "L'amicizia", Francesco Alberoni, Garzanti


sabato 11 settembre 2010

parlando a ruota libera


Tra ricordi, nostalgie e progetti per il futuro.


 Capita a molti per i motivi più disparati di dovere o volere lasciare il luogo o l’ambiente che ti è famigliare, che senti come “casa” o dove incontri i tuoi amici più cari, dove svolgi i tuoi interessi o impegni il tuo tempo libero o dove tenti di concretizzare i tuoi principi.
Le motivazioni possono essere date da screzi, incomprensioni o da voglia e desiderio di novità, o a volte dalla volontà di realizzare e portare avanti un discorso che in quei luoghi diventa impossibile e difficile concretizzare.
Anch’io ho vissuto questa esperienza che ha segnato profondamente gli ultimi diciotto anni del mio cammino, esperienza vista e sentita a volte come una liberazione da un qualcosa era diventato troppo impegnativo, a volte sentita con la nostalgia di aver interrotto un dialogo ed un agire con amici che ti sono molto cari, nostalgia di avere fatto una scelta interrotta  nel suo nascere.
Nel ripensare a quanto sopra si è affacciata alla mente una canzone dei Nomadi che sottolinea come “ il fuoco di un camino non è caldo come il sole del mattino “
Ma se il sole e il vento sulla pelle danno un chiaro segnale di indipendenza e di libertà vissuta, il fuoco del camino richiama inesorabilmente l’ambiente a te caro, familiare ed intimo. Non mi riferisco in questi ricordi alla mia famiglia che, grazie a Dio, è sempre stata unita e ci ha visto, con le difficoltà che ogni giorno al suo nascere ci ripropone, uniti nel nostro divenire del cammino quotidiano. Accenno solo ad un ambiente a cui ero e sono particolarmente legato e del quale, non voglio dare volutamente altre indicazioni che potrebbero identificarlo, ma nel quale intendo ritornare, rimettendomi in gioco, in discussione, confrontandomi con pareri e decisioni che dovranno tener conto di pareri e decisioni anche di altri componenti di questa realtà. Ho capito che da quest’ambiante ho ricevuto molto sia in termini di formazione personale e caratteriale, sia in termini di crescita e che da questo ambiente, posso ricevere ancora molto per migliorarmi per cercare di concretizzare discorsi e sogni lasciati a metà.
Discorsi e sogni che dovranno superare difficoltà, giudizi contributi e punti di vista di altre persone, ma proprio per questo potranno, nella loro possibile realizzazione, qualificarsi come realizzazioni comuni, cementando in tal senso quell’amicizia che è necessaria quando non si vuole camminare da soli, quando per costruire occorre capire che ognuno è chiamato a svolgere un compito che non deve mai essere in contrapposizione con quanto realizzano e svolto dagli altri. Incontrerò le inevitabili difficoltà ? forse. Ma il confronto è dato solo dal dialogo, come lo scambio reciproco può prendere corpo solo e dal saper accettare gli altri, il loro punto di vista e di agire, altrimenti tutto si riduce ad imposizione. Ha ragione chi sostiene che tra il bianco e il nero vi sono un’infinita quantità di gradazioni di grigio, (stesso dicasi per le tonalità di colore) e che ognuno in esse, trova la gradazione per sè più consona.
m.z. 

venerdì 10 settembre 2010

Fraternità & Condivisione




La Solidarietà 

Per molto tempo ritenuta impegno e concetto da demandarsi alle strutture sociali o religiose, la solidarietà è stata vissuta, concepita e confinata in preposte che, in quanto tali, finivano per esprimesi con “parole ed impegni che si assolvevano come donazione in denaro ” La nozione di solidarietà o di fraternità si è sviluppata con il concilio Vaticano II in interrogativo/impegno primario che diventa oggetto di continue riflessioni collettive. Anche se, ad onor del vero, nel passato in momenti simili all’attuale si sono sviluppate ed hanno preso corpo realtà di mutua assistenza  sia di ispirazione laica, sia di ispirazione religiosa
Proposte e politiche concrete inerenti la solidarietà o la fraternità nell’attuale congiuntura storica/culturale segnata, come è noto, dalla crisi economica globale, nonché da una più profonda crisi di identità collettiva ed individuale di cui, secondo molti, sono affette le odierne società occidentali, trovano una sempre maggiore difficoltà di attuazione in quanto sono scavalcate da difficoltà ritenute primarie per lo sviluppo economico e per il buon funzionamento dell’apparato pubblico.   
A fronte degli evidenti insuccessi mietuti da una diffusa ideologia economicistica, si avverte più che mai l’esigenza di promuovere iniziative politiche che, con la partecipazione di diversi soggetti pubblici e privati, riducano e prevengano la povertà (assoluta e relativa) e il disagio (non solo economico) che colpiscono le fasce più fragili e meno tutelate della popolazione locale e non solo di quella legata ai flussi migratori.
L’obiettivo dichiarato è di “fare emergere i bisogni sociali prima che diventino emergenze sociali”
Innanzitutto occorre fotografare la realtà in questione nel modo più accurato possibile. Chi e quante sono le persone povere che hanno diritto ad aiuti, assistenza ai vari livelli o agevolazioni? Come le si può raggiungere? Gli indicatori di situazione economica attualmente in vigore sono perfezionabili (si discute dell’efficacia o meno del sistema ISEE), ma simili meccanismi di rilievo sono in ogni caso sufficienti per gettare luce sui “coni d’ombra”, ossia sulle aree di povertà che sfuggono alla conoscenza delle istituzioni pubbliche.
E’ auspicabile pertanto un potenziamento della rete capillare di sussidiarietà territoriali, che in Italia è sostenuta dalle comunità locali, da numerose organizzazioni no profit, nonché dalle diocesi, dalle parrocchie, da diversi istituti o movimenti religiosi e laici. Inoltre, il continuo monitoraggio, la ricerca della realtà tangibile che ci circonda, offre come risultato la possibilità di vagliare, di elaborare e di sintetizzare il sapere raccolto calandolo nelle esigenze specifiche del territorio di conoscenza e di appartenenza, elaborando politiche e risposte adeguate ai bisogni primari e secondari in perenne trasformazione.
Quale ruolo spetti allo stato nell’ottica di un auspicato rinnovamento del sistema del welfare è argomento di dibattito. Quale ruolo spetti ad ogni singolo individuo che si professa cristiano diventa un’esigenza primaria di risposta al nostro Credo ed un perenne interrogativo alla nostra coscienza. 
Inutile ricordare le continue sottolineature che si impongono alla nostra attenzione ed alla nostra coscienza emergenti come richiami ed “analisi della propria autenticità di credenti” dalle scritture, dalla dottrina della chiesa, dalla nostra professione/adesione quotidiana di figli del Padre celeste, di fratelli per mezzo dello Spirito in Cristo. 
Nell’ apparato “stato” vi è chi valuta positivamente l’impostazione attuale del welfare italiano, fondato su un’efficace combinazione di pubblico, privato e “terzo settore” (INPS, pensioni di invalidità, Chiesa, volontariato, fondazioni…), e propone pertanto riforme che affidino allo stato la mansione, oltre e più che di erogatore delle risorse pubbliche, di coordinatore strategico delle iniziative promosse da altri soggetti.
Ma a prescindere da quanto si possa strutturare o stabilire a mezzo decreti o interventi pubblici, il cristiano in quanto tale, non potrà mai demandare ad altri o sentirsi assolto dal compito di farsi carico del proprio “fratello”
m.z.

martedì 7 settembre 2010

Bisogna sempre rispondere alle domande dei figli con chiarezza e precisione.










































 Papà perché gli uomini hanno diversi colori della pelle?

Vedi figliolo, Dio dopo aver creato i prototipi Adamo ed Eva, essendo Dio e in quanto tale, capì sin da subito che era meglio arrangiarsi che avere a che fare con le donne.(Eva l'aveva creata Lui e sin da subito aveva ben capito con chi aveva a che fare)
Essendo però anche Lui (il buon Dio)alle prime armi in cucina, dopo aver impastato con la terra argillosa l’uomo dovette cuocerlo dentro il forno, inoltre siccome lui (il buon Dio ) era abituato all’eternità e non aveva il contaminuti che ti avvisa quando sta per scadere il tempo di cottura, si arrangiava dando ogni tanto una sbirciatina, quindi un po’ inesperto, fece diversi tentativi.
Il primo gli riuscì poco cotto e molto chiaro, allora lo mise nei poli al fresco perché non si rovinasse, pensando di riprendere eventualmente la cottura in un secondo momento.
Il secondo gli riuscì un po’ giallognolo, con gli occhi bislacchi, per consolarsi il buon Dio pensò: “Tanto vedrai che questi non si moltiplicheranno, con quegli occhi figurati se trovano una compagna.“
 Al terzo tentativo però si impegno al massimo, seguendo attentamente le fasi di cottura e le indicazioni di massima che gli aveva fornito un suo caro amico un certo Supermario52.
 Dunque,come dicevamo il terzo tentativo gli riuscì un po’ più chiaro rispetto al colorito un po’ olivastro di Adamo e la cosa gli piacque tanto da decidere di iniziare la produzione in scala industriale, approfittando dell’assenza dei sindacati ed evitando in tal senso tutti i problemi che costoro avrebbero creato. ( soprattutto quelli della Cgil.)
Intanto Eva, la prima donna frutto dei prototipi iniziali, non finiva mai di “rompere” le scatole a chiunque incontrasse e siccome Dio l’aveva creata, se ne sentiva un po’responsabile ed in colpa nei confronti di Adamo, siccome ad onor del vero le genti erano poche e così Eva finiva per rompere le scatole sempre agli stessi, il Buon Dio ogni tanto la invitava a trascorrere un po’ di eternità con lui.
Eva come arrivava nella casa del buon Dio iniziava subito a parlare ed a criticare o il colore delle nuvole, o le onde del mare, o l’intensità del vento, o come era fatto quello o quell’altro animale, sino a che, sull’orlo di una crisi, il buon Dio per non fulminarla la rimandava da Adamo.
Un giorno mentre il buon Dio proseguiva i suoi esperimenti di cottura, arrivò Eva piangendo ed urlando; aveva per l’ennesima volta bisticciato con Adamo, pare per via di una mela.
Sulle prime Dio non ci diede peso (anche perché sapendo quanto era pesante da sopportare) tra strilli, singhiozzi, sbiascicamenti vari non riusciva molto ad inquadrare il problema, ma per non essere scortese, essendo il buon Dio, stava comunque ad ascoltala dimenticandosi così della creatura che aveva in fase di cottura.
Ad un certo punto vide uscire del fumo, precipitosamente sforno la creatura evidentemente stracotta, con un colorito nerastro ed i capelli tutti arricciati e fumanti. Vide però che nonostante tutto aveva il suo fascino, sopratutto se mischiata con tutto quel bianco finora sfornato, a suo divino giudizio stava bene e come si suol dire “spezzava un po’ “ interrompendo piacevolmente tutta quella precedente monotonia cromatica.
Questa è l’origine delle razze e dei coloriti della pelle come appare dai racconti dei libri della proto genesi  scoperti nelle grotte di “Aminunsodovesia” e tradotti dal famoso esegeta analfabeta  m.zzz.52

Papà perché alcune persone sono citrulle?

Ricordi come inizio la creazione degli uomini?
Bene, devi sapere che dopo la cottura il buon Dio metteva le creature nei magazzini a raffreddarsi,  questo in attesa di completare l’opera, dando loro successivamente anche il cervello con cui poter ragionare.
Questo benedetto cervello era una specie di sale, ( ancora oggi si dice sale in zucca come sinonimo del cervello), ma siccome nessuno aveva ancora inventato la bilancia ( essendo il buon Dio il solo a lavorare perché Adamo si trastullava con i suoi hobby ed Eva criticava ogni cosa e quindi era meglio non chiedere la sua collaborazione ) le dosi  del succitato cervello variavano a seconda delle manciate prese e introdotte in ciascuna creatura.
Il tutto però filava liscio, tranne i pochi momenti in cui Eva, ospite del buon Dio, iniziava a sentenziare sull’aspetto fisico delle creature: “ questo gli hai fatto il naso storto, a questo i piedi piatti, a questo gli occhi storti, questo è troppo basso, questo troppo alto “ così il buon Dio preso dallo sconforto, tentava di porre rimedio alle critiche di Eva recampando la scusa che doveva assentarsi per motivi personali o perché doveva urgentemente presiedere riunioni varie.
 In realtà il buon Dio si nascondeva dietro un cespuglio e quando, finalmente certo che Eva fosse andata via, rientrava nel magazzino di stoccaggio delle creature per riprendere il suo lavoro.
Purtroppo essendo il buon Dio andato via precipitosamente, e  siccome non esistendo ancora matite, nastri o armamentari vari, ( pare che nessuno le avesse ancora inventate) e  dato che quasi sempre per la fretta il buon Dio si scordava di mettere il segno alla creatura a cui aveva dato l’ultima manciata di cervello, capitava sovente che alcuni ne rimanessero senza e altri ne ricevessero una doppia razione.
Se poi a questo aggiungiamo il fatto di essere alle prime armi, il fatto che il sale secondo la provenienza è soggetto ora come allora a numerose e differenti variazioni, il fatto che la stanchezza ed altri fattori tipici del lavoro “ in catena di montaggio” possono giocare brutti scherzi,  inoltre, il fatto che la materia prima usata era priva di controlli e….non trascuriamo che come puoi ben capire sia mutevole un materiale come il sale, difficile il suo stato di conservazione, soprattutto se subentrano fattori dovuti allo stoccaggio precario, e tutte le diverse varianti climatiche che inevitabilmente lo modificano se non sigillato,  possiamo anche ammettere che al duon Dio una  creatura riuscisse citrulla ed un'altra un pò meno, altre saggie ed altre per così dire normali, ma di questo parleremo in un altro capitolo.

Papà perche esiste il freddo?

Vedi figliolo il buon Dio aveva inventato e prodotto un fracco di piante, soprattutto perché ogni volta voleva realizzare qualcosa di diverso e di carino  (sai come sono  gli artisti ) o perché a volte interrotto dalla solita Eva, iniziava con un idea e finiva con realizzarne un’altra.
Ma per ritornare a noi, crea piante oggi, creane domani, il buon Dio si rese conto che involontariamente si era dato la classica zappa sui piedi da solo.
Le piante erano ornamentali e purificavano l’aria, ma bisognava innaffiarle, concimarle, disinfestarle, potarle e quante altre cose ancora.
Sì che chi doveva svolgere tutte queste operazioni era il buon Dio, ma anche lui si rese presto conto che da solo avrebbe rischiato lo sfinimento. 
Inutile e impensabile chiedere aiuto ad Adamo, troppo impegnato a dare il nome agli animali e a modificarlo subito dopo perché ogni volta piagnucolando, la  solita Eva facendo l’offesa perché esclusa dal compito, rimarcava che il nome era insignificante, troppo corto, troppo lungo, che nessuno sarebbe stato capace di ricordarselo, ripetendo all’infinito con la solita cantilena  ” Ornitorinco, Armadillo, Upupa, come sei scarso Adamo ) .... 
Allora il buon Dio ebbe un’idea “ quasi, quasi disse ridacchiando tra se e se essendo solo”, mi invento la pioggia ed evito di doverle innaffiare tutte le sere, poi mi invento il vento e risolvo il problema delle foglie e dei semi, poi siccome incominciano ad essere troppi e sparsi un po’ dovunque, mi invento il fuoco per eliminare tutti i cumuli di foglie e le cataste di rami secchi che esteticamente mi rovinano il “giardino terreste”.
Così il buon Dio passò dall’idea ai fatti, ma indovina chi ebbe da ridire e criticare sul tutto?
La solita Eva, la quale ospite del buon Dio incominciò: “ non per criticare ma credimi, era meglio quando senza vento potevo tranquillamente pettinarmi senza essere spettinata da questa strana tua invenzione e poi che dire dell’acqua che cade dalle nuvole, avevi già inventato i mari,oceani, i fiumi e ruscelli, le paludi e gli stagni, i laghi e le  risorgive, secondo me tutta quest’acqua finirà per darci dei problemi oltre che reumatismi e accidenti vari, però sai sei tu il capo e i vice quel serafico di Adamo e ma me, non si chiede mai un parere”….. 
“ Ma una cosa che proprio non capisco, caro buon Dio, è quella strana invenzione che brucia, fa fumo e riscalda terribilmente l’aria, non credi che faccia già abbastanza caldo, non vedi che giriamo mezzi nudi, non pensi che tutto quel calore possa creare problemi all’ozono, non ci pensi alle critiche degli ecologisti?“.
Il buon Dio non replicò, ma si rese conto che era meglio fare qualcosa, per evitare innanzitutto, ulteriori critiche e suggerimenti da parte di Eva.
E siccome (sempre il buon Dio) preferiva la rapidità alla sperimentazione, ma a risoprattutto perché, detto e fatto, evitava consigli, suggerimenti, e intromissioni di sorta non gradite e non richiesti da parte di chi ben sappiamo, invento il freddo ovviando in parte alle lamentele sopra citate.

Così gli uomini che prima vivevano in un’eterna primavera conobbero le stagioni e dovettero vestirsi ed accendere il fuoco nei camini, per mitigare il freddo inventato dal buon Dio per zittire la solita Eva.


















Papà è vera la storia di Caino e Abele?


E sì, come ben saprai Adamo ed Eva ebbero due figli i quali, da subito, vollero andare a vivere da soli ( alcuni dicono per non sopportare le mille intrusioni verbali della loro mamma, altri perché lo spazio in casa era poco e ogni mattina bisognava fare la coda per andare in bagno, fare la colazione, potersi vestire ecc. ecc).
Tutto questo accadde dopo il famoso guazzabuglio creato da un certo sig. De Serpentis, dalla solita Eva e dall’inevitabile ingiunzione di sfratto per fine locazione ricevuta quando, i nostri  prototipi, abitavano ancora nella villetta con giardino di proprietà del buon Dio.    
Ma per non divagare e tornado ai due rampolli: Caino si occupava di agricoltura, Abele di pastorizia.
Tutti e due facevano offerte al Signore per vedere se li riprendeva nuovamente in casa con Lui nel mitico “paradiso Terreste”, ma sembra che Lui ( il buon Dio) non ne fosse almeno nell’immediato molto propenso, inoltre pare che il buon Dio preferisse lasciarli vivere da soli.  E reinoltre si mormorava, tornando al tema dei sacrifici, che il buon Dio avesse un debole per le bistecche e gli abbacchi e non per verdure e insalate (e questo contraddice un po' quei rompini dei vegetariani per cui ( chi non mangia carne è più buono di chi la mangia ), quindi (tornando alle preferenze alimentari del buon Dio) egli vedeva e chiacchierava più volentieri con Abele, piuttosto che con Caino, non perché quest’ultimo fosse zotico, burbero o quant’altro, ma per via delle offerte ricevute.
Fatto sta che Caino il contadino vegetariano, roso dall'invidia, commise una brutta azione nei confronti del fratello pastore e carnivoro, ( primo caso di spietata competizione tra professioni senza lo schieramento di sigle sindacali ).
Penso però all’enorme fatica lavorativa di Caino senza la moderna tecnologia ad arare, dissodare, seminare per raccogliere in successione dopo le intemperie, dopo gli uccelli, dopo i parassiti, dopo… dopo… le rimanenti e misere quattro foglie di lattuga o di verdure varie e magari mangiarle, alla fine della faticosa giornata nei campi all’aperto, con la schiena dolorante, scondite e senza sale, sino a saziarsi . (capirai che gioia e che soddisfazione). Ma solo per spirito di precisazione: pare che alcuni siano ancora oggi convinti che il lavoro nobiliti l'uomo... almeno così dicono.
Tornado alle giornate lavorative deinostri due eroi, e rammentandosi delle offerte fatte da Caino, tutto questo a differenza del serafico Abele il quale, ogni giorno, si arrostiva un cosciotto o qualche costoletta, dopo avere per tutto l’orario lavorativo suonato il flauto, ben riposato e guardando, seduto all’ombra del suo albero preferito(capirai che fatica), pecore e agnelli che pascolavano da soli e in ultimo, prendendosi anche le lodi del buon Dio al quale offriva bistecche e come si soul dire, “ogni ben di Dio” cotto per giunta alla brace.
Buon Dio che poi con la pancia piena era logico che potesse non gradiva i sacrifici di Caino il vegetariano.(per forza, fai mangiare un cespo di insalata scondita ad uno che si è strafogato di carne alla brace, ti dirà senz’altro che non la gradisce o che è già sazio  o inventerà per non essere scortese un’altra scusa; ma fai mangiare come unico cibo l’insalata a uno che dopo una giornata di lavoro nei campi ha la pancia vuota,  senz’altro dirà, anche se incavolato nero che è buonissima !!!!)
D’accordo che a quei tempi non esistevano i sindacati e soprattutto quelli della Cgil non si erano ancora attrezzati, sennò sai che causa di lavoro Caino poteva intentare al  bon Dio, perché a tutto c’è un limite.
Comunque, l’ingiustizia  ( anche se non opera del buon Dio) è da sempre esistita e da sempre,” chi non fa una mazza se la passa meglio di chi si spacca la schiena lavorando”.
Questo però non giustifica che per aver ragione si debba usare la violenza o che, imponendo la tua ragione con ogni mezzo tu sia dalla parte del giusto, tantomeno quando così facendo metti fine alla vita della tua controparte.
Questa è una triste storia e siccome non vogliamo rattristarci userò un altro esempio per spiegarti il mio pensiero.
                                                        
            
Quando gli uomini portavano sulla testa il cappello.

Oltre ai capelli questo capo serviva per preservare il cervello da improvvisi e repentini sbalzi termici, ( ricordi la storia del sale e tutte le problematiche ad essa connesse?) Bene sappi che da sempre in circolazione oltre agli schizzati di nascita, si poteva anche allora incontrare persone sagge.
P.S. ( un nostro comune amico che tu ben conosci non ha né cappello né capelli, traine le debite conclusioni) ma tornando ai saggi:
Uno di questi saggi un certo m.zzz. 52 vissuto circa 120 / 160 anni prima di Cristo, e pare tutt’oggi ancora in circolazione, un giorno incontrò un bifolco che malmenava brutalmente il suo asino carico fino all’inverosimile.
Mosso a compassione per l’animale a quattro zampe che per la magrezza sembrava una fisarmonica ambulante, chiese a quello a due zampe: “Perché picchi con tanta foga la bestia che ogni giorno condivide con te e non per sua scelta, la fatica”?
“Perché questo animale non capisce che deve andare avanti e non fermarsi ogni giorno a metà salita” rispose l’ignorante bipede.
A me sembra, riprese il saggio, che a non voler capire sia tu e non la povera bestia che a quanto posso capire cerca solo di riprendere fiato perché stremata dalla fame, dalla sete e dalla fatica, oltre che dalle vergate ricevute.
Ma il bifolco, convinto e livido dalla rabbia per essere stato contraddetto ribatté: “E’ lui che non capisce e non vuol capire nonostante le botte, i pasti saltati che, prima finiamo prima ci riposiamo.”  Questo disse quasi a giustificare il suo gesto, avendo intuito anche se, solo vagamente, che si era dimostrato più asino lui del suo animale, e di essere finito con il suo comportamento e modo di ragionare dalla parte del torto.
Il saggio mzzz.52 spiazzando il bifolco riprese “ Se è così fai come credi, spera solo che a forza di pigliar botte e saltar pasti, il tuo buon somaro non finisca per sfinirsi e diventare più debole e incapace di faticare con te”.
Siccome i saggi non facevano praticamente niente e nel farlo si facevano sempre aiutare da qualche discepolo, il discepolo mentre si allontanavano disse: “ mi fa stano maestro, forse non avevi abbastanza argomentazioni con cui ribattere al bifolco visto che, altre volte e per cose molto meno importanti hai messo in campo tutta la tua conoscenza, retorica e dialettica, sino a convincere i tuoi occasionali interlocutori delle tue tesi”?
Ed il saggio fissando bonariamente il discepolo disse: “ Si può argomentare con chi la pensa diversamente da te, si può discutere con chi per non conoscenza o per errore sbaglia, ma è impossibile parlare con chi non potrà mai capire perché privo dell’organo preposto a farlo, privo cioè di quel famoso sale che il buon Dio distribuiva a tutti o quasi. “( e la colpa del quasi sai bene a chi si deve imputare ). 
“Se quel povero animale dovesse morire per le botte, le ferite e la scarsità di cibo che ogni giorno riceve, tutta la fatica ricadrebbe sul somaro a due zampe, che non ha altra argomentazione per dialogare con chi gratuitamente ogni giorno condivide la fatica con lui, che insensatamente picchiare chi non può o non vuole difendersi e a differenza di lui, ha capito che non può far altro che subire ulteriormente soprusi su soprusi senza ribellarsi o esporre le proprie ragioni”

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 Papà la storia del diluvio universale è poi vera?


Sai figliolo tutto quello che appare sui giornali va preso con le dovute cautele. Qui si è voluto incolpare il povero Noè, ingigantendo i fatti realmente accaduti al solo scopo di vendere più copie di giornali, proprio come spesso accade ancora ai nostri giorni.
Noi abbiamo sempre sentito parlare di Noè pochi sanno anche dell’esistenza di Noemi.
Questa Noemi era una graziosa e dolce fanciulla che, dopo aver pronunciato il fatidico “Si”, era diventata la moglie di Noè, la sua “dolce” compagna di vita.
Ma come spesso accade dopo pochi minuti dal pronunciamento del “ Si “ la dolcezza aveva preso a sfumarsi lasciando il posto ad un più marcato atteggiamento di contestazione.
Costantemente e perennemente in disaccordo con Noè, forse per dimostrare, a suo dire, la superiorità delle mogli sui mariti, Noemi non perdeva occasione per dire e per voler imporre il suo punto di vista, anche se a suo dire, dolcemente, con il sorriso e al solo scopo di fornire un contributo costruttivo. 
“Ah se fossi stata io a dover costruire la casa...., l’avrei fatta con il minimo indispensabile, questo permetterebbe a noi mogli di non perdersi in inutili faccende domestiche, che ne dici Noè, no e, d'altronde uno che si chiama “ No è “ non poteva certo dire “ si e” .
“Ah se fossi io a coltivare la terra, pianterei solo le cose che crescono grosse e rigogliose o che si possono mangiare unicamente crude, evitando a noi mogli di dover spiattellare sui fornelli tutti i giorni, che ne dici Noè, no e, d'altronde uno che si chiama Noè non poteva certo dire si e” .
“Ah se fossi stata io a decidere e scegliere dove abitare, avrei scelto di certo la città e non la campagna. In città ci si vede, ci si incontra, si parla del più e del meno tutto il giorno,si va in discoteca,o a fare shopping, qui mi tocca parlare con le mucche o con le capre, o con tutti quei tuoi strani animali, che ne dici Noè, si va in città, no e, d'altronde uno che si chiama Noè non poteva certo dire si e” .
 Il povero Noè come il suo avo Adamo era mite, buono essendo stato creato direttamente dal buon Dio con materie prime e non con derivati,  non propenso alle discussioni e ai litigi. Anche se Noemi poteva sembrare un po’ “pesante”, Noè ne era fortemente innamorato e trovandola tanto caruccia, le perdonava ogni cosa. Quando ogni sera rincasava, restava ore ed ore, dopo essersi messo i tappi di cera nelle orecchie, ad ammirarla mentre lei parlava, parlava,parlava e parlava.
Noè di lavoro faceva il vivaista e l’allevatore di bestiame, allevava tutte le razze di animali che ogni tanto vendeva a qualcuno per ripopolare le varie zone della terra allora conosciuta e le piante per i più svariati usi e motivi.  
Per cui aveva oltre che ogni specie di piante: mucche, somari, capre, cammelli, elefanti, giraffe, ogni specie di bestie ed armenti, oltre alle fiere e gli animali dei campi, qualche creatura dell’aria e del mare.
Ma Noè in cuor suo nascondeva un sogno mai realizzato, quello di poter portare in crociera la sua dolce Noemi; restare con lei ore ed ore, mentre lei parlava, ( naturalmente dopo essersi messo i tappi di cera nelle orecchie) ad ammirare, abbracciato a lei, tramonti e paesaggi con quel fascino che solo  da una barca ed in mezzo al mare puoi vedere, soprattutto per chi da sempre  come Noè, vive circondato da alte montagne. 
Inutile dire che il mare era lontano, le agenzie di viaggi volevano troppi soldi e che Noè, ricco di tante doti e virtù, di quelli ( i soldi ) ne era privo.
Un giorno Noè vide una cartolina con la foto di una bellissima barca che sua zia, domiciliata sulla costa, gli aveva inviato. Subito scattò qualcosa in lui che lo spinse a credere che quella barca l’avrebbe potuta costruire, lui con le sue mani, con tutto quel legno accatastato da generazioni e di cui non era mai riuscito a capire cosa farsene. Una bellissima barca che sembrava un guscio di noce gigante a due piani con una bellissima vela, un comignolo fumante ed una bandierina a pois bianchi e rossi.
Senza dire niente a Noemi, Noè si mise subito al lavoro e dai oggi, dai domani, la sua  barchetta iniziava a prendere forma.
Tutto filava liscio tranne per i continui sfottò che puntualmente Noè riceveva da chi, passando, vedeva costruire una strana barca in piena campagna, in una valle circondata da alte montagne.
Ma Noè pieno del suo sogno e certo di poter portare Noemi in crociera  rendendola felice, non badava a niente ed a nessuno, continuando a colpi d’ascia e martello, a dar forma alla sua adorata barchetta.
Quando l’ebbe finita si fece aiutare dagli animali, trasportando la barchetta sul fiume che divideva in due la valle, i quali (gli animali) di buon grado accettarono, a patto però che anche loro fossero della partita, invitati cioè alla futura crociera.
Noè orgoglioso come solo sa esserlo chi sa fare tutto da solo e incarnare dando vita al proprio sogno ( quetso è lo spirito e l'origine dell’artigiano), varò la sua barchetta che battezzo “Arca” essendo Noè di origine Toscane, i quali toscani, come tutti sappiamo, parlano “ mangiandosi” alcune consonanti.
Un giorno però successe l’irreparabile.
La barca era pronta,  Noè si era premunito degli indispensabili tappi di cera, gli animali erano saliti a bordo, bisognava convincere Noemi che stranamente, più per curiosità che per convinzione ( o forse per avere un'altra argomentazione con la quale criticare Noè ) salì a bordo senza farsi troppo pregare. 
Come furono saliti iniziò a piovere come spesso succede, e piovve, e piovve e piovve con un’intensità che il fiumiciattolo si ingrosso facendo scivolare velocemente la barca la quale, andò tenacemente ad incastrarsi nella prima ansa che trovò sulla sua rotta di navigazione.  
Intanto continuava a piovere e sembrava proprio che non volesse smettere, la barca pardon “l’Arca” incastrata nell’ansa formava un tappo sul fiume tra le sponde delle alte montagne, impedendo all’acqua di scorrere, così inevitabilmente il fiumiciattolo esondò allagando le vicine campagne.
Il giornalista locare affamato di notizie, visto che da quelle parti non succedeva mai niente, pubblicò subito un articolo a quattro colonne, senza indagare, come spesso succede anche ai nostri giorni, come fossero veramente successi i fatti. ( tale e quale a oggi in certe note redazioni pseudo veritiere nel diffondere le notizie a loro dire come sono realmente accadute )
Il suo giornale titolava in prima pagina:“A causa della pioggia si è allagata tutta la nostra  valle
Ma il vero papocchio lo commise il suo collega che abitava sulla costa e che, riportando la notizia, la interpretò a suo uso e consumo ingigantendola volutamente un pochino (sempre per vendere più copie di giornali) intitolando il suo articolo “ E’ successo il diluvio, tutta la terra allagata, salvo Noè famiglia e tutti gli animali”.
Questa si mormora sia la vera storia del nostro Noè, del diluvio e della barca o meglio, come la chiamava il nostro Noè “l’Arca” e di come siano andate veramente le vicende in merito.



Papà cosa mi racconti su Abramo e Isacco.

Ti ricordi le vicende di Caino e Abele, bene dopo quegli eventi piuttosto tristi il buon Dio decise di non partecipare più alle grigliate degli uomini nemmeno a quelle di Pasquetta, limitandosi a gradire solo il soave odore, anche se loro (gli uomini) si ostinavano a dire che quanto veniva cotto alla brace era offerto al buon Dio. ( in realtà a mangiare spiedini e costolette erano ben altri soggetti).  
Ma ritornando a noi, Abramo aveva una moglie chi si chiamava Sara.
 Sara aveva allietato la vecchiaia di Abramo con il dono di un figlio maschio, figlio a cui Abramo era attaccassimo e spesso viziava un pochino, amavano il calcio, tifavano entrambi per l’Inter ecc. ecc..
Abramo però aveva un problemino serio, soffriva di colesterolemia e per questo doveva fare attenzione a quello che mangiava, mentre Isacco, suo figlio giovane e forte, ingurgitava ogni cosa commestibile e soprattutto aveva sempre fame.
Inoltre Isacco aveva una vera passione per le rostelle di capra, che come tutti ben sanno (soprattutto gli abruzzesi), vanno cotte alla brace e mangiate appena tolte dal fuoco.
 Inutile ricordare che però per Abramo le rostelline di capra erano da considerarsi tabù e per questo Sara prese una decisione.
Convocato marito e figlio, senza tanti preamboli sentenzio, (facendo ben capire che “essendo lei in linea di discendenza con la mitica Eva non accettava rifiuti o richiesta di deroghe): “ miei cari, da oggi, in questa casa, si mangiano solo cibi vegetariani”.
Lo sconforto dei due bontemponi, che non si potevano definire buone forchette solo perché le forchette non erano ancora state inventate, fu totale.
Da quel giorno i loro pasti furono a base di: zuppe, passati, semolini e purè;  per loro patate, zucchini, carote e verdure di ogni genere soppiantarono: cosciotti bistecche, salcicce e rostelle.
Abramo e Isacco provarono di nascosto e lontano da casa a cucinarsi qualche prelibatezza, ma come spesso accade in questi casi, qualche spione ....(****) riusciva sempre ad informare Sara, che furibonda, li aspettava col mattarello sulla porta di casa.
Dopo un lungo periodo di astinenza, vinti anche in sogno dal desiderio di addentare qualche pezzetto di carne arrostita alla brace, padre e figlio decisero di fare una grigliata come Dio comanda anche se, a onore del vero, Dio non ne sapeva proprio nulla.
Recampata una scusa, più o meno credibile per Sara, sellarono l’asino e partirono alla volta delle montagne, promettendo a Sara di ritornare carichi di quell’acqua che depura, rinvigorisce l’aspetto fisico e fa sparire cellulite ed altre mille imperfezioni della pelle. 
Fatte poche miglia si fermarono e dopo aver controllato che nessuno li vedesse, aggiunsero al carico del somaro un’abbondante fascina di legna ed un vistoso pacco contenente rostelle, braciole, costolette e salsicciotti vari e con il loro carico di felicità, si diressero verso la cima della montagna più vicina.
Arrivati in cima al monte tra mille difficoltà, percorsi impervi e con la lingua di fuori per la fatica, si resero conto di essere sulla cima più alta della loro valle, più vicina al cielo, tanto che sembrava loro di toccare quasi le nuvole, sicuri perciò che non vi fossero occhi indiscreti che avrebbero in seguito riferito a Sara.
Totalmente privi di poesia, ma pieni di fame e soprattutto con un’infinita acquolina in bocca pregustando già l’abbuffata a base di costolette, rostelle e salsicciotti vari, prepararono accuratamente la brace e tutti gli armamentari vari utili alla cottura.
Abbiamo detto che erano talmente vicini al cielo da toccare quasi le nuvole e da quel cielo, sbucò il buon Dio incuriosito da quelle due persone che stranamente avevano scalato una montagna tanto alta, al solo scopo di offrire un sacrificio????
Ma siccome il buon Dio, al quale non è possibile ne mentire ne nascondere nulla, si accorse ben presto che tanto zelo e devozione erano in realtà solo gola, interrogò allora i due buontemponi sul perché di tanta fatica per mangiare qualche boccone di carne alla brace.
Avutone la risposta e memore (il buon Dio ha un’ottima memoria) dello stato in cui si trovava il povero Adamo causa il “caratterino” di Eva e saputo da Abramo che questi essere lo sposo di Sara, discendente di Eva in linea diretta, comprese tutto e chiese alla combriccola dei mangioni se potava unirsi a loro, anche perché aggiunse, è da troppo tempo che non mangio e sono costretto a saziarsi solo con soavi ed eterei odori.
Il pomeriggio passo in allegria tra canti, bevute e scorpacciate varie, pare inoltre che anche il buon Dio avesse una certa simpatia per l’Inter e quindi l’intesa fu totale.
Verso sera il buon Dio, dopo aver solennemente rassicurato Abramo e Isacco che non avrebbe fatto parola con nessuno dell’accaduto, per ricambiare la cortesia donò a padre e figlio due giare di acqua miracolosa tanto per quietare Sara .
Quest’acqua aveva un vero effetto miracoloso: ogni volta che Sara la beveva si vedeva più giovane e bella, avvertendo contemporaneamente l’irresistibile desiderio di berne ancora, e ancora e ancora.        
Abramo e Isacco per accontentare la loro cara moglie e madre, partivano ogni volta di buona lena verso la montagna e ogni volta facevano la solita bisboccia con il buon Dio il quale, per assicurarsi che la cosa non avesse fine, si preoccupò che Abramo fosse il capostipite di una numerosa discendenza, promettendo inoltre che per la materia prima ( le rostelle ) l’avrebbe fornita lui di generazione in generazione. (e qualcuno mormora che ancor oggi il rendez-vous, cioè l’appuntamento goliardico sul monte, sia rispettato )

                 Ora però papà seriamente raccontami di Mosè.

E sì, hai ragione, parlando di Mosè bisogna essere un pochino più seri, non che finora, non lo sono stato, ho semplicemente rivisto i racconti con un pizzico di libero spirito interpretativo.
Le vicissitudini di Mosè le conosci anche tu: abbandonato da piccolissimo galleggio con la sua culla fino ad incontrare la sorella del faraone, (furbino il piccolo), la quale lo adottò e lo fece diventare un principe della casa reale; scoperte le sue vere origini, cercò, con tutti i mezzi di liberare il suo popolo, portandolo nella terra promessa dal buon Dio, pare che anche lui (il giovane Mosè) avesse il pallino di diventare un leader politico e promettesse lavoro, casa e salario a più di un milione di persone giunti a destinazione.
 Ma tentiamo di restare seri e a tal proposito, siccome sono estremamente convinto che il buon Dio sia buono e che sia il Padre di tutti gli uomini verso i quali liberamente tende la sua infinità misericordia e volontà di amore, salto a piè pari tutte quelle descrizioni di castighi, punizioni e patimenti, compreso l’epilogo del mar Rosso, lasciando allo stesso buon Dio il diritto di correzione e di replica su come sia realmente successi fatti e di chi siano le responsabilità.
Tornando a Mosè viene da chiedersi come mai abbia impiegato tanto tempo per attraversare il deserto del Sinai; la spiegazione più credibile penso che sia la seguente:
 Mosè era un tipo precisino, precisino… e voleva che il suo popolo, una volta entrato in possesso della mitica terra promessa, non facesse fare al buon Dio brutte figure.
Pertanto ogni giorno insegnava loro dieci regoline, ogni giorno si rendeva conto che, o per distrazione, o perché faceva caldo, o per qualche altra scusa, molti si scordavano gli insegnamenti ricevuti.
Dai oggi e dai domani, Mosè dovette concordare con il buon Dio che “questo popolo è un popolo di dura cervice (ed il buon Dio rimarcò “come tutti gli altri popoli, chi più chi meno”) ma Mosè, ormai calato nella parte del pedagogo, voleva che almeno quelle dieci “regoline” concordate fossero ben chiare a tutti e tutti le sapessero a memoria (voleva fare e far firmare, un contratto con “ gli Italiani “, pardon  tra gli Israeliti e il buon Dio).
“Ricordatevi che se pensate solo ai soldi vivrete per i soldi soltanto, ricordatevi che per rifocillare l’anima come rifocillate il corpo, bisogna dedicare un giorno al riposo e al dialogo con il buon Dio, ricordatevi che papà e mamma vanno rispettati, ricordate che l’invidia è una brutta cosa, ricordatevi che la vita è un dono del buon Dio, ecc. ecc “.
Alla sera interrogava i dodici capiclasse ma l’esito era sempre lo stesso, Beniamino si dimenticava la terza regola, Giuda la seconda, Levi la sesta e così via a rotazione.
Intanto il tempo passava e visto che i progressi erano assenti e i mugugni sempre più presenti, il buon Dio che oltretutto si era assunto l’incarico del vettovagliamento, anche lui un po’ stufo, un po’ spazientito ebbe un’idea strabiliante.   
Convocato Mosè sul monte dove il clima era migliore, al suo interlocutore disse: “ Mosè ho pensato amico mio che, siccome molti sono distratti o con la memoria apparentemente corta, di scrivere in maniera sintetica queste benedette dieci regole su due tavole di pietra ( pare che la carta non fosse stata ancora inventata e nemmeno internet) e che questo in fondo, fosse l’unico espediente per sbloccare la situazione”.
A Mosè piacque l’idea ( anche perché era stufo anche lui di ripetere le stesse cose tutti i santi giorni ), di buon grado incise le dieci regole e scese dal monte.
A questo punto non ricordo bene cosa sia successo, ma si mormora che gli Israeliti e molti di noi come loro, ancor oggi nel guardare le tavole con le dieci regole facciano finta di non saper leggere, o di aver dimenticato gli occhiali, o di non capire bene cosa vi sia sopra scritto, dandone a loro piacere, l’interpretazione personale alle regole ed evitando così di metterle in pratica.



…e di Sansone, Daniele e Giona cosa mi dici papà.
Sai, dei litigi tra Sansone e Dalila è meglio non indagare ulteriormente applicando il famoso detto ligure “laciamoci gerbido”, l’avventura di Daniele con il leone é tramandata come è veramente successa, su Giona occorre, ad onor del vero ampliare il racconto.
Giona fu inviato dal buon Dio per richiamare a comportamenti più miti e consoni gli abitanti di Ninive troppo amanti delle discoteche e cose simili.
Questi però saputo che Giona veniva dalla campagna e non era uno di loro, lo guardarono e giudicarono con diffidenza, ignorandolo e snobbando ogni sua parola. ( sai come sono quelli di città con il nasino un po’ all’insù)  
Giona non si perse d’animo e saltato su una barca si fece portare al largo per vedere, se le bellezze del tramonto dal mare, gli potevano suggerire come meglio impostare i suoi discorsi o quali argomentazioni trattare per essere più incisivo e convincente.
Come spesso accade in mare, un’onda anomala un po’ più grossa urto lo scafo della barca ed in quel momento il caro Giona, tutto intento a pensare, perse l’equilibrio e finì in mare.
Il buon Dio dall’alto seguiva la scena, stupito da tanto zelo ed impegno profuso da Giona, ma sopratutto per non interferire troppo con gli uomini, i quali ogni volta non facevano altro che ulteriormente complicare il tutto, chiese ad una balena che passava da quelle parti di salvare il povero Giona, anche perché molti a quel tempo, e Giona non faceva eccezione, non avendo frequentato  corsi e gare di nuoto, non sapevano nuotare. 
Devi sapere che oggi le balene aprono pochissimo la bocca, giusto quel tanto per lasciare entrare il plancton, perché altrimenti insieme al plancton entrerebbero tutte quelle schifezze di cui l’uomo ha sovrappopolato il mare, ma allora l’acqua era pulita, la balena spalancando la bocca ingurgitò Giona e con lui molti pesci.
Giona si trovò di colpo in una caverna (la pancia della balena) con un fracco di pesci saltellanti e siccome non aveva ancora cenato, non si fece scappare l’occasione di farsi un buon pasto a base di pesce per di più freschissimo.
La cena le piacque tanto, ( abbiamo detto che Giona era uno di campagna, a quei tempi costoro raramente mangiavano il pesce ed il pesce fresco ) allora Giona decise di prolungare il suo soggiorno nella pancia della balena allietandosi con spuntini a base di zuppe e fritture di pesce.
Ma la balena sentiva come una specie di peso sullo stomaco e inoltre, non gradiva quello strano fumo che continuamente le usciva dalla bocca provocandogli starnuti e tosse, ( proprio lei che non aveva mai ceduto al vizio della sigaretta), così il terzo giorno decise di liberarsi del suo ospite con un forte e sonoro starnuto, starnuto udito sino a Ninive. 
La violenza con la quale starnutì, ( ed il buon Dio che corresse la rotta ) fece in modo che Giona venisse lanciato proprio su Ninive dove, Giona sazio e con le idee ben chiare, riprese la sua predicazione con un ottimo risultato, grazie anche all’entrata, in Ninive, altamente ad effetto spettacolare.


Papà ma chi erano i Profeti

Sono convinto che fossero persone assolutamente normali come noi, con un solo punto in più e quel punto li rendeva speciali e capaci di sentire molto meglio di tutti noi.
 Non è che avessero un udito molto sviluppato o che sentissero onde, suoni o vibrazioni che noi non sentiamo.
La loro capacità stava nel sentire la voce del buon Dio il quale, a differenza degli uomini, parla sempre molto piano, come una brezza leggera e quindi per sentirlo necessita avere quella capacità che ha solo chi, nel silenzio, sa ascoltare la voce del cuore. 
Era gente comune, alcuni di loro erano pastori, altri agricoltori, altri svolgevano mestieri oggi sconosciuti, altri si dedicavano alla cura del Tempio, ma tutti avevano quella strana dote che molti di noi, pur avendola, non sanno utilizzare perché il rumore della quotidianità non lascia che il silenzio possa parlare.
Elia fu un grande profeta che svolse la propria missione sotto il re Acab.
Risuscitò il figlio della vedova di Serepta che lo ospitava durante una carestia, sfidò e vinse i profeti del dio Baal sul monte Carmelo, dimostrò la potenza di Dio accendendo con la preghiera una pira di legna verde e bagnata; chiamò a seguirlo Eliseo ed ad essere il suo successore; infine venne rapito in cielo con «un carro di fuoco e cavalli di fuoco».
Ma fra tutti, uno in modo particolare mi ha sempre affascinato, é il profeta Isaia.  
Di lui come persona conosciamo molto poco, ma tra i molti profeti è quello che ha potuto preannunciare la venuta del Messia cioè di Gesù, di quel Salvatore che sarebbe nato tra noi qui sulla terra e tra i profeti, é quello che maggiormente ha annunciato la speranza e la salvezza del buon Dio all’umanità intera.  
Vedi come si fa presto a diventare troppo seri per poter rispondere seriamente alle domande dei bambini?
Per questo voglio parlarti di un profeta che pochissimi conoscono ma che ha avuto il suo peso e la sua importanza.
Beniamino da tutti conosciuto con il soprannome di “Lèli “, viveva in una valle tra alte montagne, un fiumiciattolo che la divideva in due proprio come la valle di Noè, o forse era proprio la stessa valle.
Ogni giorno portava al pascolo le pecore e mentre loro brucavano l‘erba, Lèli si riparava sotto il suo albero preferito e lì pregava ed ascoltava il buon Dio che parlava al suo cuore.
Un giorno Lèli decise di andare in città dove aveva saputo che i rabbini avevano aperto una scuola per aspiranti profeti.
Anche lui sognava di ricalcare le orme dei grandi profeti di cui aveva sentito parlare, anche lui voleva annunciare agli uomini che il buon Dio è veramente il Padre di tutte le creature e che a tutte le creature, nessuna esclusa, vuole molto bene.
Si presentò alla scuola e subito venne esaminato dal responsabile per gli apprendisti profeti.
Il nostro Lèli aveva un piccolo difetto, era un pochino ba – ba – balbuziente ed appena il professore gli chiese come si chiamasse e balbettando ricevette la risposta, sentenziò che l’allievo Beniamino avrebbe fatto meglio a cambiare idea ed orientarsi altrove “ …..come puoi pensare di parlare alla gente di Dio, prima che tu possa fare un discorso, qui facciamo notte “.
Lèli rimase molto male per l’accoglienza ricevuta e asciugandosi le lacrime che tentava di trattenere fece ritorno alla sua valle.
Il giorno seguente mente sotto il solito albero sentiva la voce del buon Dio nel suo cuore, cercò dal buon Dio una spiegazione “ buon Dio come posso fare ad annunciare quello che sento nel mio cuore se riesco a mala pena a parlare, se per dire poche parole impiego tanto tempo che chi mi sta ad ascoltare finisce quasi sempre per pensare ad altre cose”. Il buon Dio, che come abbiamo già detto in altri racconti è veramente buono, sedutosi vicino a Lèli disse: “ non importa Beniamino quello che riesci a fare ( il buon Dio non usa mai i soprannomi, ma chiama ognuno con il suo nome ), l’importante e come lo fai”.
Vedendo però che il piccolo Lèli non si dava pace riprese “ ogni volta che tu vuoi parlare per annunciare quello che senti nel tuo cuore prova a farlo cantando “.
Lèli sapeva che il Buon Dio non dava consigli a vanvera e volle subito provare l’espediente iniziando a trasmettere quello che il suo cuore le suggeriva cantando.  
Dalla sua bocca uscì un canto bello quanto melodioso, tanto che tutti nella valle vollero capire da dove provenisse una simile melodia.
li cantava le lodi al buon Dio e quello che il buon Dio gli suggeriva nel suo cuore; così che persone e animali restavano letteralmente a bocca aperta per tanta grazia unita a tanto fervore.
Anche il lupo che ogni giorno insidiava le greggi nella speranza di rimediare un pranzetto succulento sentì il canto di Lèli ed anche lui, come tutti, si sentì avvolto e trasportato da tanto amore, al punto che, per la prima volta nella sua vita, senti una lacrima bagnargli il volto.
Attratto da questa melodia e dalla bellezza del suo contenuto si avvicino a Lèli facendosi largo tra le greggi, giunto vicino ai piedi del cantore rimase per tutto il tempo a piangere ed ad ascoltarlo.
Quando Lèli smise di cantare il lupo si alzò e sorprese tutti con il suo annuncio “amici, da oggi solennemente prometto che diventerò vegetariano, nessuno dovrà più avere paura di me, dei miei denti o dei miei artigli.”
E così fu veramente, tanto che pare, che il grande Isaia si sia ispirato proprio alla valle del piccolo profeta canterino scrivendo nella sua descrizione di cieli nuovi e terra nuova “ Il lupo dimorerà con l’agnello ……… “
questa è la storia di Beniamino detto Lèli piccolo grande profeta.






Non avendo più bambini a cui raccontare queste mie fantasie, dedico queste poche righe a tutti quegl’ adulti che sono rimasti bambini dentro e che vivono con un pizzico di scanzonata e sana allegria la propria vita ed il loro rapporto con il buon Dio.