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giovedì 28 luglio 2011

Il Pane


Il Pane

 Il pane è un antico alimento dell'uomo, il prodotto finale ottenuto dalla farina, tramite una serie di operazioni che nel loro insieme costituiscono la panificazione. E' alla base dell'alimentazione in quei paesi del mondo dove il grano è il cereale per eccellenza ed è considerato da tutti un alimento completo e di alto valore nutritivo. Il pane lievitato è preparato soprattutto con il frumento, l'unico chicco ad alto contenuto di glutine che si distende fino a formare una sottile pellicola elastica sopra le migliaia di bollicine di gas che si sviluppano durante la fermentazione. Tutta la ricchezza che si nasconde nei chicchi di grano è data dall'amido e dalla farina. Nelle religioni cristiane il pane è santificato ed è considerato il simbolo del nutrimento con il quale, nelle preghiere, viene chiesta la benedizione divina.



Il Pane nella Bibbia ( nell'Antico Testamento )
  
Il pane, secondo la legge ebraica, non doveva essere mai tagliato, ma spezzato. Il taglio richiama, infatti, un'idea di violenza che non poteva essere ammessa per un alimento dal così ricco significato.
Il pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo
Gen 3,19: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto
Sal 104,15: “il vino che allieta il cuore dell'uomo; l'olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore.”

Il pane lehem = alimento (manna) dono di Dio al popolo itinerante nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto

Lehem in ebraico significa pane, ma più propriamente alimento. Betlemme è un nome composto da Bet (casa) e Lehem (pane), significa quindi: “casa del pane”. Il nome si spiega con le estese coltivazioni che permettevano una grossa produzione di pane.
Il Signore, nel brano, da agli ebrei tanta manna secondo il bisogno di ognuno. La manna non si può accumulare, e ciò permette l'equità tra tutti: ognuno riceve la razione appropriata (“quanto ciascuno può mangiarne”) e questa gli è garantita, segno della conservazione a cui Dio provvede.  La Pasqua coincide con la luna piena, a marzo aprile. Dopo avviene la mietitura (aprile – maggio).
Il pane azzimo (azymos = non lievitato) è tipico della terra di Canaan, ed è ricordo dell'uscita dall'Egitto.
Dt 8,3: pane = parola di Dio
Il Deuteronomio, come quinto libro del Pentateuco, riveste un'importanza particolare: è la seconda legge. La parola di Dio acquista qui il significato del pane: nutre.

Sal 78,25: pane degli angeli
“[25]l'uomo mangiò il pane degli angeli, diede loro cibo in abbondanza.”
  

Prv 9,5: Pane – simbolo della sapienza
“Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato.”


Dal primo libro dei Re(1Re 19,4-8) _ l’alimento che nutre e da vigore
Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: "Àlzati, mangia!". Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.”
Gen 18,18: il pane dell'ospitalità – Abramo alle querce di Mamre
  [5]Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa pure come hai detto». [6]Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce».  
Qui si ritrova la legge dell'ospitalità del deserto: Abramo incontra tre sconosciuti e gli offre anche del pane.
Es 25,30; Lv 24,59; 1Sam 21,5. I dodici pani sacri offerti a Dio nel santuario simbolo del popolo formato da dodici tribù
Es 12,1520; 13,110; 23,15. Il pane azzimo (pl. Massôt) che si mangia a Pasqua all'inizio dell'anno nuovo

Il mangiare a Pasqua il pane azzimo richiama rapporti sinceri, possibili con la liberazione. Alla tradizione del pane azzimo, si inserirà anche l'agnello.
  



Il Pane nella Bibbia ( nel Nuovo Testamento)



Il vangelo del pane

     Vi è mai capitato di pensare di condensare la vostra esperienza di vita in un segno, in un simbolo? Non è facile raccogliere in sintesi la ricchezza di una vita, ma se pensiamo ad un imprenditore probabilmente questi esibirebbe la sua impresa, la sua industria; un artista invece una sua opera, una sua creazione … Ma se la stessa cosa venisse chiesta a noi, se ci venisse chiesto di paragonarci a qualcosa, a qualche simbolo, ovvero di identificare la nostra vita in un oggetto, a che cosa potremmo paragonare noi stessi, cosa potrebbe esprimere la nostra storia, la nostra vita, le nostre scelte?
Il vangelo di Giovanni ci racconta che Gesù in diverse occasioni per parlare di sé e della propria missione ha fatto ricorso ad alcune immagini e simboli attingendo alla vita quotidiana del tempo: Io sono la luce (8, 12); la porta (10, 7.9); il buon pastore (10, 11.14); la risurrezione (11, 25); la via (14, 6); la vite (15, 1.5) … ma, in ordine di tempo, la prima di tutte è: Io sono il pane vivo disceso dal cielo.  Tutto il cap. 6 di Giovanni è costruito intorno a questa metafora che attinge alla storia biblica, alla storia della manna nel deserto, ma non solo.
Per lungo tempo – e da qualche parte nel mondo ancora oggi – il pane è stato il principale alimento dell’uomo. Quello che si mangiava insieme era appunto il “companatico”.
Sintesi tra natura e cultura, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, il pane ha una storia che si perde nella notte dei tempi, segnata ora dalle stagioni feconde, ora dalle carestie. Per il pane si sono combattute guerre e si sono accese rivolte fino ad oggi; per contro condividere il pane è segno di ospitalità e di amicizia, in alcune culture il pane non si può tagliare con il coltello, si può solo spezzare con le mani.
Tra l’altro la metafora del pane è entrata nel linguaggio quotidiano con diversi modi di dire, ad indicare stati d’animo, modi di essere, situazioni di vita: «Essere buono come il pane; guadagnare il pane con il sudore della fronte; stare a pane e acqua; mangiare il pane delle lacrime; a chi ti colpisce con le pietre, rispondi con il pane».
Ancora oggi il pane fa la differenza tra il mondo dei poveri e quello dei ricchi: i primi ne domandano sempre di più, gli altri vi rinunciano volentieri.
Al punto che risuona molto vero ciò che diceva Gandhi: in un mondo dove ci sono tanti affamati, Dio può apparire solo nel segno del pane!
I pochi versetti di Giovanni che abbiamo ascoltato non sono un periodare semplice, anche sintatticamente siamo come in una piccola foresta tropicale di sette proposizioni incastrate l’una nell’altra: tutte ad indicare che Gesù è pane, è dal cielo, e questo pane è carne e sangue che dà la vita.
Che cosa avranno capito i discepoli di queste parole? Come avranno inteso questa definizione che il Signore fa di se stesso come pane della vita?
Certamente questo discorso non suonava loro come un parlare astratto e intellettuale: essi hanno seguito Gesù, lo hanno ascoltato, lo hanno visto piegarsi sui malati, sui sofferenti, lo hanno visto a tavola con i pubblicani e i peccatori e convertire il cuore dei ricchi alla condivisione.
I discepoli di Gesù hanno imparato a conoscere e a nutrirsi del modo di stare al mondo di Gesù, come di un pane buono che alimenta il senso della vita.
Hanno ascoltato Gesù e hanno mangiato il gusto della vita.

Il pane nella sua immediata semplicità narra la misteriosa legge della vita: la vita nasce da un apparente morire. Gesù nel chicco di grano, che una volta seminato ha poi rotto la dura crosta e ora germoglia, ha colto questa legge di vita: se mi ami, se credi in me, se vivi come me la tua vita non muore, si trasforma; perché la tua vita è preziosa al cuore di Dio. In questo senso nel pane si esprime e si riassume il mistero dell’uomo e della famiglia umana.
Non solo, mangiare di Cristo non stabilisce solamente una relazione per così dire intimistica, individuale con lui. Tradiremmo la consegna di Gesù. E questo non è un rischio nuovo, era già presente appena vent’anni dopo l’Ultima cena, se Paolo dovette scrivere ai cristiani di Corinto: poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
E ancora nella lettera ai Romani: Voi siete il corpo di Cristo, le sue membra(12, 4-5).
L’eucaristia è la celebrazione di questo Vangelo: noi facendo memoria del corpo dato per noi, spezzando il pane, mettiamo a fondamento della nostra comunione il dono del Signore.
L’eucaristia rende tutti noi, donne e uomini, giovani e adulti, vecchi e bambini, una comunità nella quale vengono rovesciate le regole e le consuetudini che impongono i potenti delle nazioni. La ragione di questo capovolgimento per cui i più grandi servono i più piccoli, i forti stanno al passo dei deboli, i sapienti si convertono alla follia della croce, è Gesù stesso che sta in mezzo a noi come colui che serve, che dà la sua vita.


Perché se mangi il pane di Cristo, la tua vita non può assumere una forma diversa dalla sua, se assimili il Vangelo dell’eucaristia, fai tue le beatitudini, fai tuo il modo di amare, di vivere e di morire di Gesù. Il destino del discepolo si consuma o si perde nell’assimilazione a Gesù, alla sua vita e alla sua morte.


Il pane di San Rocco nella tradizione cristiana

La tradizione infatti vuole che San Rocco, durante il ritorno in Francia da un pellegrinaggio, trovando una città devastata dalla peste, abbia confortato gli appestati e li abbia guariti ponendo sulle loro fronti il segno della croce; proseguendo poi il suo viaggio si accorse di essere stato lui stesso contagiato dalla malattia e, per non diffondere il male, si rifugiò in un bosco.
Qui un angelo lo consolò e lo guarì, mentre un cane gli portava quotidianamente una pagnotta di pane.  
1) Montpellier

Montpellier, XIV secolo. "Giovanni e Libera fanno parte della ricca borghesia della città. I poveri si compiacciono di esaltare la loro generosità, gli stranieri la gentile ospitalità e tutti la loro ardente devozione. Grande è il loro amore coniugale, che la fede in Dio vivifica e fortifica spiritualmente. Il loro più caro desiderio è che questa felicità sia coronata dall'arrivo di un figlio. Ma Dio mette alla prova la loro pazienza". I due sposi pregano con perseveranza la Vergine Maria. Verso il 1345 è concessa loro la grazia: nasce il piccolo Rocco.
San Rocco cresce in un clima di profonda religiosità, mostra una precoce vocazione alla pietà cristiana, si distingue dagli altri ragazzi per serietà personale e devozione.
Nel 1361 San Rocco fa il suo primo incontro con la peste: Montpellier è invasa dall'epidemia; si contano 500 morti al giorno. E' un'esperienza che certamente segnerà la vita del giovane.
Intorno all'età di 20 anni, un altro grave dolore si abbatte su San Rocco: in poco tempo muoiono entrambi i genitori. Il padre, in punto di morte, gli raccomanda caldamente di mettersi al servizio di Cristo, di aiutare i poveri ed i malati. Egli stesso, durante tutta la sua vita, gli ha dato l'esempio.
San Rocco prende la sua decisione: rinuncia a tutto, vende i suoi beni, distribuisce il ricavato ai poveri, indossa il saio del pellegrino ed intraprende un pellegrinaggio di penitenza a Roma, per venerare le tombe degli apostoli e dei martiri.
Nel 1367, prima di partire, San Rocco si reca certamente a pregare  presso la Chiesa di Notre-Dame des Tables, dove i suoi genitori avevano tanto invocato la sua nascita. Egli non sa che questo lungo viaggio sta per consegnarlo alla storia della Chiesa e della santità cristiana.

Le soste verso Roma: ad Acquapendente e a Cesena

25 luglio 1367: Roma è vicina. Il Santo, dopo una lunga marcia di cui non abbiamo notizie, si trova ad Acquapendente, presso Viterbo. San Rocco trova però una cittadina sconvolta: la peste ha invaso la popolazione, chi può si dà alla fuga. Ma il giovane pellegrino non segue l'istinto della gente; rifiutando ogni tentativo di dissuasione, chiede di entrare nell'ospedale. Le porte gli vengono aperte ed egli si china a servire gli ammalati.
E il pellegrinaggio? La visita alle tombe degli apostoli? Per adesso Roma può attendere: per lui, Cristo è lì, ad Acquapendente, nei malati di peste bisognosi di cure e di conforto. Sulla fronte di ogni malato San Rocco traccia il segno di croce, invocando la Santissima Trinità per la guarigione del corpo e dello spirito. Nella cittadina laziale San Rocco si ferma tre mesi
In ottobre la peste sta scomparendo. San Rocco ha assistito i malati, ha invocato il Signore per la loro guarigione, ha compiuto dei miracoli, invitando alla conversione. Ora, con la gente, San Rocco loda il Signore. Potrà forse riprendere il viaggio verso Roma?
Giunge la notizia che in Romagna il morbo sta infuriando e il santo non può restarne indifferente. Decide di ritornare verso nord, allontanarsi per il momento da Roma. Dopo alcuni giorni di cammino giunge a Cesena. Ancora due mesi trascorsi in Romagna tra gli ammalati. La gente lo chiama, lo benedice. Egli non si stanca, non teme la malattia; per amore, vuole solo servire il Signore, che ha detto: "ero malato e mi hai visitato"3) Roma

Fine del 1367: ora San Rocco può riprendere il cammino verso Roma. Si ferma ad Assisi: egli, terziario francescano, non può trascurare di sostare davanti alla tomba di San Francesco e chiedere la sua intercessione.
All'inizio de 1368 San Rocco raggiunge la meta del suo pellegrinaggio. Giunto a Roma, San Rocco vive con amore e devozione le azioni dei pellegrini: la sosta di preghiera nelle basiliche, la confessione, la comunione, la penitenza, le opere di misericordia.
Non dimentica i malati: anche Roma è segnata dalla peste. Il santo si reca nell'Ospedale di Santo Spirito, fondato da un suo concittadino, il beato Guy da Montpellier. Nell'ospedale avviene un altro segno dell'intervento di Dio: si racconta che un cardinale, "colpito dalla peste, volle alla sua presenza il santo giovane. San Rocco, dopo averlo esortato alla confidenza in Dio, gli fece con il pollice la croce sulla fronte e subito si compì un doppio miracolo: l'infermo risanò immediatamente e sulla fronte comparve impresso e vi persisté poi indelebile il segno della croce".
La fama delle guarigioni operate cominciava a diffondersi. Il cardinale guarito volle presentare San Rocco al papa. Le cronache narrano che, al vedere il giovane inginocchiato davanti a lui, il Santo Padre rimase interiormente colpito ed esclamò: "Mi sembra che tu venga dal Paradiso!".
San Rocco con umiltà fugge dalla gloria umana e continua a dedicarsi agli ammalati, fin quando non capisce che è il momento di ripartire. Verso la fine del 1369 l'epidemia si affievolisce. Anche il pontefice del resto, sta per fare ritorno ad Avignone, vedendo fallito il primo tentativo, durato 3 anni, di riportare a Roma la sede del papato.
San Rocco riprende dunque il viaggio verso nord. 4) Piacenza

Luglio 1371: Dopo un lungo girovagare tra le tante città in cui era invocata la sua presenza, San Rocco giunge a Piacenza. Senza perdere tempo si reca nell'ospedale di Nostra Signora di Betlemme, proseguendo la sua opera di conforto e assistenza ai malati. Una notte sente una voce: "Rocco, alzati, sei guarito dalla tua malattia". Egli scopre in quel momento di essere contagiato dalla peste. La voce gli ha annunciato la guarigione dalla vera malattia, quella del peccato; ora non gli resta che portare su di sé la malattia del corpo.
Dopo aver accolto le cure di San Rocco, i malati non riescono a sopportarlo malato, e lo costringono ad allontanarsi dall'ospedale. Solo e abbandonato dagli uomini, ma mai dal Signore, San Rocco si trascina verso un bosco, per offrire nel silenzio la sua sofferenza al Signore. Rischia di morire di fame e di sete. Ma, secondo la tradizione, gli appare un angelo, che gli dice: "La Vergine Maria e il suo divino Figlio ti hanno preso sotto la loro protezione, non temere più: ti saranno vicino finché durerà la prova". Proprio in quel momento sgorga vicino il santo una sorgente d'acqua, dove egli può dissetarsi e lavare la piaga.
Dopo aver inviato l'angelo, il cielo invia a San Rocco anche un'umile creatura, un cagnolino, l'inseparabile compagno di tutte le raffigurazioni del nostro patrono. La bestiolina è la prima creatura terrena ad affezionarsi a quell'uomo malato e sofferente: ogni giorno lo aiuta a sfamarsi portandogli del pane da mangiare.
Il padrone, un certo Gottardo, segue un giorno il suo cagnolino e scopre così questo giovane mal ridotto, solo nella sua capanna, ma pieno di forza e di serenità. Nonostante la peste e gli inviti del Santo ad allontanarsi dal pericolo, Gottardo si reca ogni giorno da San Rocco, perché questi rifiuta di seguirlo nel suo palazzo. San Rocco riceve da Gottardo assistenza e benefici, ma è Gottardo che riceve dal santo, umile e malato, il dono più grande: la fede e la carità. San Rocco gli insegna ogni giorno la Parola di Dio e Gottardo, ricco signore di Piacenza, diviene discepolo dell'umile pellegrino forestiero.
Anche Gottardo rinuncia ai suoi beni e si dedica al servizio di Cristo nei sofferenti.
Compiuto anche questo miracolo di conversione, frutto della sua preghiera fatta nell'amore e nel sacrificio, San Rocco, avendo ricevuto un altro messaggio celeste che gli annunciava la guarigione dalla malattia e la necessità di riprendere il viaggio, si separa con commozione dal suo fedele amico Gottardo e riparte con la serena fiducia nell'aiuto di Dio. 5) L'ultimo pellegrinaggio

1374: lasciata Piacenza, San Rocco prosegue il suo cammino di misericordia e di pace, mentre la regione circostante è segnata dalla guerra.
Viene accusato come spia, ma egli non vuole rivelare la sua nobile origine per essere salvato: ormai egli è l'umile servitore di Cristo, e solo come tale vuole essere conosciuto.
Gettato in carcere, forse sulle rive del Lago Maggiore, vi rimane per cinque lunghi anni, che egli vive con fiducia, come un purgatorio terreno nel quale espiare i peccati in vista della luce del Paradiso.
Siamo forse nel 1379: un angelo lo avvisa che la morte è prossima e San Rocco, con grande gioia interiore, chiede ai carcerieri di chiamargli un sacerdote. L'angelo continua a confortarlo e il suo volto diviene raggiante. Il sacerdote che lo ha confessato si accorge di quanto sta avvenendo e corre ad avvisare il carceriere. Altrettanto sbalordito, egli chiama la folla.
Prima di morire, San Rocco invoca il Signore per la guarigione di tutti coloro che si rivolgeranno a lui nella giusta disposizione.
Il 16 agosto, quando la porta della cella viene riaperta, San Rocco è ormai nella gloria del cielo.
Mentre il governatore del luogo viene informato dei fatti, la sua anziana madre ascolta le testimonianze e sussulta quando sente che sul petto del pellegrino defunto è incisa una croce: egli era il figlio di Giovanni di Montepellier, il fratello del governatore. Questi scopre così di aver tenuto in carcere il proprio nipote, accolto ormai dal Signore come santo.
Pentito, fa seppellire il nipote con tutti gli onori e costruisce una chiesetta presso la tomba.

La fama di San Rocco si diffonde nel mondo intero. La devozione al suo nome arriva anche nell'antico borgo di Sant'Elia, in un tempo ormai lontano.
 Egli continua ad intercedere per noi, ma chiede tutta la nostra volontà e il nostro amore, perché possiamo essere guariti dal terribile morbo del peccato.


lunedì 25 luglio 2011

Il progetto NIP

Breve introduzione al progetto NIP
(Nuova Immagine di Parrocchia)


Il progetto NIP (verso una Nuova Immagine di Parrocchia) è stato elaborato dal Movimento un Mondo Migliore e sperimentato a partire dal 1971 nella parrocchia di Vajont (PD) e poi in circa 1.000 parrocchie del mondo..

• È un progetto di evangelizzazione della cultura di un popolo che offre indicazioni di tappe, criteri operativi presupposti teologico pastorali per il rinnovamento della vita parrocchiale alla luce dell'ecclesiologia alla luce del Concilio Vaticano II°.
• È una proposta di carattere missionario, di permanente e sistematica convocazione di tutti gli abitanti del territorio perché si mettano in relazione reciproca in nome della fede e assumano parte attiva nell'edificazione della Chiesa come corpo di Cristo.
• È un'esperienza di evangelizzazione che porta in sé l'autentica promozione della dignità della persona umana intesa come essere-in-relazione. È un modo di evangelizzare che mentre edifica la chiesa è proclamazione di quanto è chiamata ad essere la società.
Si tratta in realtà di un pre-progetto, che ogni parrocchia ristudia e riapplica alla sua specifica realtà socio-religiosa, dopo un'analisi della situazione, degli ostacoli e potenzialità presenti nella realtà in vista del raggiungimento dell'ideale. Ogni anno la parrocchia, coinvolgendo il maggior numero possibile di persone, effettua una verifica delle attività svolte e fa "il punto" sul cammino fatto. Su questa base tenendo sempre presente l’ideale ultimo da raggiungere, i criteri operativi, viene elaborata una programmazione per l’anno pastorale successivo.

Il progetto NIP è un itinerario catecumenale, di riscoperta della fede in Cristo e del battesimo vissuto dal popolo di Dio in quanto tale. È un cammino che si svolge in tre grandi tappe:
- la prima di convocazione con l’obiettivo di far sperimentare che la salvezza in Cristo avviene nella fraternità;
- la seconda di pre-catecumenato (o di evangelizzazione in senso stretto) con l’obiettivo che la comunità cristiana faccia la sua opzione per Cristo e la sua professione pubblica di fede in lui
- la terza di catechesi e approfondimento del senso di Chiesa del servizio dei sacramenti, con l’obiettivo di far si che la comunità credente assuma coscientemente e liberamente l’impegno battesimale e raggiunga la sua maturità di comunità apostolica al servizio del Regno di Dio, il suo essere chiesa che vive e celebra l’amore del Padre per Cristo nello Spirito.



La pastorale è... 
Possiamo definire la concezione di pastorale soggiacente al progetto NIP in questo modo; Pastorale è:
• il servizio proprio della Chiesa
• alle persone e alla comunità-popolo
• di un tempo (epoca) e di un luogo (cultura)
• perché rispondano progressivamente alla propria vocazione, alla comunione con Dio, alla santità, in quanto persone e in quanto comunità-popolo
• raggiungendo la salvezza-liberazione in Cristo
• e così avvenga e si dilati il regno di Dio
La pastorale è, prima di tutto, un atto di fede nella presenza di Dio operante nella storia, intesa come «luogo teologico» essa parte dalla lettura dei segni della presenza di Dio nella storia (GS 4,14,44).
Per fare pastorale è necessario conoscere la situazione di un tempo (epoca) e di un luogo (cultura) e scoprire gli avvenimenti, i significati della coscienza collettiva e la carica di futuro contenuti nella situazione in esame.
Questi avvenimenti vanno letti alla luce della Parola di Dio per riconoscere in essi quali sono i segni della presenza di Dio e i segni della presenza del mistero dell’iniquità
La pastorale è un servizio a Dio nell’uomo e all’uomo nella sua relazione con Dio. Si tratta non di fare cose buone per gli altri, ma di compiere ciò di cui gli altri hanno bisogno perché diano la propria risposta a Dio e così realizzino la propria vocazione. È un atto di carità teologale. Si tratta di convertirsi permanentemente dal potere al servizio; dalla comodità e fissità della disinstallazione e alla peregrinazione; dall’avere alla povertà; dall’attivismo all’apostolato; dal verticalismo e dal clericalismo alla partecipazione di tutto il popolo di Dio; dal ritualismo, dal sacramentalismo e dal moralismo all’evangelizzazione e al catecumenato permanente; dall’individualismo alla comunità-popolo.
La finalità della pastorale è che l’uomo, tutto l’uomo come persona, gruppo, popolo dia la sua risposta libera alla Buona Notizia e raggiunga la sua pienezza personale e comunitaria, cioè con la comunione con Dio. Questa pienezza vissuta nella carità è la santità alla quale tutti sono chiamati come persone, come comunità, come popolo di Dio. La dimensione missionaria della Chiesa esige che l’annuncio giunga a tutti gli uomini. La pastorale tende a porre ogni uomo di fronte alla propria responsabilità, davanti a Dio e per il Vangelo.
Il servizio della pastorale è proprio di tutto il popolo di Dio, secondo i diversi ministeri, doni e carismi, e non solo nella gerarchia. Il popolo di Dio e in esso ogni cristiano è responsabile di tutto il Vangelo per tutti gli uomini.
Il servizio della pastorale che si realizza mediante: la Parola, la liturgia e l’orazione, la fraternità, per essere autentica esige, come condizione indispensabile, strutture di partecipazione e di comunione, metodi di analisi, di riflessione, di discernimento, di pianificazione e di revisione. La pastorale deve essere organica e pianificata.
La pastorale, in conclusione, è un profondo atto di fede in ogni momento storico come un momento di salvezza e si traduce in una azione che ne rende possibile la rivelazione, l’attualizzazione e la celebrazione festosa.

Il metodo con cui il progetto è stato elaborato è il metodo prospettico.
La prospettiva consiste anzitutto in un atto di anticipazione, attraverso il quale ci si pone mentalmente nel futuro, un futuro «desiderabile». Essendosi poi situati mentalmente su tale futuro, come su di un osservatorio, si riflette sulla realtà attuale allo scopo di ordinare e di accelerare il processo progressivo di trasformazione del presente nel futuro cui aspiriamo. Non si tratta cioè di indovinare il futuro probabile, ma piuttosto di preparare il futuro desiderabile.
Il nucleo fondamentale e dinamico di una nuova immagine di parrocchia ideale è che questa sia: comunione organica e dinamica del popolo di Dio, delle comunità ecclesiali di base e delle famiglie in un processo catecumenale permanente, presieduta da un presbitero, nella Chiesa locale.
Il fine ragione e giustificazione ultima di tutto il progetto è che la parrocchia sia il popolo di Dio nel quale «si fondono in unità tutte le differenze umane che vi si trovano e vengono inserite nell’universalità della Chiesa» (AA 10) di modo che essa possa «rappresentare in un certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra» (SC 42), come popolo pellegrino verso la casa del Padre.

Una comunità ecclesiale risultante dalla comunione organica e dinamica del popolo di Dio, delle comunità ecclesiali di base (CEB), delle famiglie, presieduta dal presbiterio-parroco in nome del Vescovo e nella quale:
• il popolo in quanto tale si è identificato come popolo di Dio che vive la carità, nella comunione con Dio in servizio ai fratelli
• ogni CEB è assidua nell’ascolto della Parola, nella celebrazione dell’Eucarestia, nella comunicazione dei beni, nell’orazione e nello zelo apostolico
• ogni famiglia è una Chiesa domestica
• ogni persona vive profondamente l’esperienza della comunione con Dio, della comunione fraterna, dell’integrazione di tutta la realtà nell’unità della propria vita


Questi criteri costituiscono i presupposti che orientano ogni attività pastorale:

Primo criterio
Il rinnovamento della parrocchia deve partire fin dall’inizio con tutti i battezzati; si devono convocare tutti e sempre in forma sistematica perché se qualcuno non vuole accogliere il messaggio deve essere lui a separarsi.
Secondo criterio
L’azione pastorale non deve partire da ciò che noi crediamo sia bene per il popolo, ma dai segni della presenza di Dio nel suo popolo. La pastorale deve assecondare l’azione di Dio e deve quindi partire da quanto c’è di bontà e di verità in ogni persona e nell’insieme del gruppo umano concreto nel quale operiamo. Si tratta, insomma, di offrire ciò che aiuta a fare un passo, a crescere in modo che il popolo sia in grado di accogliere ciò che gli si propone perché è alla sua misura, a misura della sua crescita nella fede, perché è ciò che il popolo si attende: tutta l’azione pastorale deve essere «dosata».
Terzo criterio
L’azione pastorale deve perciò partire dai poveri, da coloro che sono portatori di speranza, da quell’immensa maggioranza che «non sa», «non può», «non pratica», «non corrisponde», «non possiede»... ; se i poveri non sono evangelizzati, l’evangelizzazione e di conseguenza il piano pastorale non sono autentici. I poveri devono arrivare ad essere i protagonisti del piano pastorale.
Quarto criterio
Non si deve distruggere nulla di ciò che esiste, ma piuttosto orientare tutto - persone, associazioni ecc. - verso gli obiettivi proposti.
Quinto criterio
Si deve distribuire il maggior numero di responsabilità al maggior numero di persone; è molto meglio che molti facciano poco che pochi facciano molto. Si devono creare spazi perché sorgano nuovi leaders dall’azione si formino nell’azione; volerli formare in anticipo sarebbe rischiare di chiuderli alla collaborazione o alienarli dal loro ambiente.
Sesto criterio
Il cammino che proponiamo è lento, progressivo e globale. Lento perché il ritmo lo impone il popolo, la sua capacità di crescita fino alla pienezza della sua vocazione.Progressivo perché comporta la crescita verso una vita più umana e sempre più coerente con la fede; è un processo collettivo di conversione delle persone, delle loro relazioni e delle organizzazioni la cui anima è la vocazione universale alla santità. Globale perché coinvolge tutti i battezzati, abbraccia tutte le azioni pastorali e coordina tutto in un unico processo.
Settimo criterio
Si deve costruire il piano pastorale non partendo dal passato, né semplicemente dai problemi che ci impone il presente, ma partendo dal futuro desiderato e voluto, frutto cioè di una opzione libera.


1. Pastorale della moltitudine
• Non è la pastorale della religiosità popolare dal momento che questa non ha solo manifestazioni collettive, ma anche individuali.
• Non è la pastorale di massa perché si tratta di un popolo che si esprime e non di una somma di anonimi.
• È la pastorale della moltitudine, nel senso che tende a coinvolgere l’insieme in quanto tale, come popolo di Dio; si dirige cioè a tutti, indistintamente.
• È l’evangelizzazione della cultura.
• È la religiosità popolare nelle sue espressioni collettive.

2. Pastorale delle piccole comunità
È lo stesso popolo organizzato in piccoli gruppi, in armonia con i criteri espressi nell’ideale, dove si parla delle CEB.
Ogni incontro si tiene presso una famiglia.
Il ritmo degli incontri è mensile.

3. Pastorale familiare
È la famiglia e l’insieme delle famiglie della parrocchia che vivono un itinerario catecumenale per giungere ad essere «Chiesa domestica». È l’ambito primario nel quale ogni persona vive la sua esperienza di comunità e di comunità di fede. Lo scopo è quello di creare un movimento generale di tutte le famiglie.
I contenuti devono servire simultaneamente al cammino catecumenale e ai problemi specifici dei coniugi fra loro e in relazione ai figli.

4. Pastorale settoriale o dei movimenti specializzati
Sono le realtà e i problemi specifici che le persone hanno in relazione: all’età (bambini, adolescenti); all’attività e al ruolo che svolgono nella società (operai, agricoltori, professionisti, militari, professori, politici....); a interessi religiosi (ecumenismo).

5. Servizi pastorali
Sono i servizi che hanno come finalità diretta e immediata l’evangelizzazione, la catechesi, la liturgia e la preghiera, l’aiuto fraterno e la missione.
Ognuno ha un suo obbiettivo e contenuti propri.

6. Pastorale ministeriale
È la formazione dell’insieme delle persone che collaborano nei diversi livelli e che promuovono i diversi servizi e movimenti, compresi coloro che sono impegnati in movimenti che corrispondono a carismi, in quanto il loro servizio diventa ministero se è assunto organicamente nella vita della parrocchia.

7. Strutture di decisione
Sono l’assemblea parrocchiale e zonale e le équipe di coordinamento parrocchiale e zonale.

8. Strutture di elaborazione
È un organismo che, al servizio dei processi e degli organi decisionali, elabora piani, progetti, sussidi.

9. Comunicazioni

10. Economia e finanze

11. Servizi tecnici
I primi tre livelli corrispondono alle tre esperienze «comunitarie» che ogni cristiano è chiamato a vivere: nel popolo, nella CEB, nella famiglia.
I livelli dal settimo all’undicesimo riguardano le strutture, al servizio dei livelli superiori. In particolare i livelli settimo e ottavo si riferiscono alla partecipazione del popolo nei processi di decisione e di elaborazione; livelli nono, decimo, undicesimo riguardano le infrastrutture relative alle comunicazioni, all’economia e ai servizi tecnici.

È una comunità formata da 25-30 persone adulte - senza contare i bambini piccoli - in cui sono riuniti, prevalentemente, anche se non esclusivamente, nuclei familiari; è così possibile stabilire delle relazioni autenticamente interpersonali, di tutti con tutti.
È una comunità cristiana, di fede, speranza e carità, vissute in fraternità e unità di spirito nella povertà e nella disponibilità di persone e cose, nella partecipazione e nella corresponsabilità.
È una comunità di fede che confronta la vita con il Vangelo, si comunica le esperienze personali di fede; assume su di sé la responsabilità di formare i nuovi cristiani, bambini e adulti; dà testimonianza della propria fede all’interno del suo ambiente; educa permanentemente i suoi membri nella fede.
È una comunità di culto e di adorazione che celebra nei sacramenti e nell’Eucarestia la sua speranza; si pone alla scuola della Parola e dà gloria a Dio.
È una comunità di carità e di servizi che incarna nella comunicazione dei beni - personali, culturali, materiali - la fraternità da cui è animata e che la spinge al servizio e all’azione missionaria a favore di tutti gli uomini.
Il fine di questa comunità è incarnare il mistero della Chiesa intesa come comunione degli uomini con Dio e fra loro, cioè come evento salvifico, nell’ambito più vicino possibile alla propria esperienza quotidiana per visibilizzare questo mistero.
Le comunità ecclesiali di base, di conseguenza, si differenziano dagli altri gruppi o comunità ecclesiali in quanto queste manifestano un aspetto peculiare della Chiesa, corrispondente ad un determinato dono o carisma, mentre le CEB sono quell’ambito nel quale si integrano tutte le differenze umane nell’unità, e questo nel livello più vicino all’esperienza storica della persona. Solo con questa distinzione chiara i diversi carismi possono essere promossi e, allo stesso tempo, integrati in una comunità.
Le piccole comunità sono quindi gruppi che costituiscono una parte del dinamismo più ampio del rinnovamento della parrocchia; allo stesso tempo la loro promozione è determinante per il dinamismo complessivo. Sono i piccoli gruppi, infatti, che danno un senso di chiesa alla portata di tutti, di chiesa laicale, di gente desiderosa di approfondire e vivere il Vangelo.
I gruppi costituiscono l’asse portante del definirsi della comunità di fronte a Cristo e alla chiesa. Sono loro che con il loro contributo di idee ed esperienze permettono alla comunità di vivere in costante crescita verso la santità di popolo di Dio.