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sabato 21 gennaio 2012

“Quasi sempre gli uomini giudicano i loro simili dai loro errori, dalle loro debolezze, dai loro limiti.”

Premessa:


“Quasi sempre gli uomini giudicano i loro simili dai loro errori, dalle loro debolezze, dai loro limiti.”


 Dio direbbe: chi ha tante debolezze è colui che ha tanto bisogno di me, del mio amore, di essere amato in maniera particolare, intensa, unica, irripetibile, speciale e senza preclusione alcuna.


 Ammetto che in molti casi anch’ io per primo dubito e non riesco realmente a comprendere ed a ritenere giusto quanto scritto di seguito; ma nonostante i miei dubbi sono fermamente convinto che Dio accoglierà tutti, buoni e cattivi, tutti gli uomini suoi figli, chiunque essi siano, qualunque debolezza li abbia sfigurati, nel suo paradiso liberandoli, “se essi lo vorranno”, per sempre dalla schiavitù e della zavorra del peccato.


Questa Speranza per me si fonda nella certezza che presto o tardi tutti e per tutti intendo ogni essere apparso su questa terra, saremo redenti, questo sono certo che avverrà non per i meriti che ognuno potrà vantare e per azioni per quanto nobili compiute, ma per la cocciuta testardaggine di Dio che ama talmente l’uomo, tutti gli uomini nessuno escluso, ed ognuno di un amore unico, irripetibile ed incondizionato.


 Certo Dio è amore ed amore nell’espressione più pura, libera ed incontaminata che possiamo immaginare, per questo penso che in qualche modo noi dovremo essere purificati per entrare in sintonia perfetta con questa realtà così pura per condividerla.


D’altra parte mi rendo conto che è difficile pensare a Hitler, a Stalin, ad un qualsiasi assassino, a chi ha abusato di bambini e pensare che Dio li possa amare e desiderare intensamente di salvarli e dopo averli liberati dalle loro zavorre, “se essi vorranno”, averli con sé nell’eternità perché suoi figli, perché destinatari anche loro del suo amore.


Onestamente a me viene da pensare che gente simile sia più logico annientarli da subito dando loro la giusta punizione e il giusto e meritato castigo.


Questo è e sempre sarà il modo di pensare razionale e logico degli uomini; ma forse nell’altro mondo, come accenna in un suo libro il cardinal C.M. Martini, forse ed ancora nel suo schema d’amore infinito, Dio anche per loro ha in serbo nuove possibilità, Dio tenterà ancora di recuperarli, Dio tenderà ancora loro la mano. (pensiamo all’illogicità secondo i nostri canoni descritta nella parabola evangelica del Padre Buono o Figliol Prodigo, comunque la si voglia chiamare.)


Una volta sprecate tutte le possibilità in questa vita, quell’infinità realtà d’Amore che è Dio può ancora escogitare qualcosa, ne sono certo che é una possibilità estrema che deve restare possibile, come sono certo che solo Dio ha la risposta e nello stesso tempo, la ferma ed instancabile volontà di renderla possibile. (c.f. Conversazioni notturne a Gerusalemme - C.M. Martini)


Ma unite alle citazioni del Cardinal Martini vorrei aggiungere un semplice esempio che spesso mi ricorda mia madre: “ una madre è come una mano, se per un qualsiasi motivo perde un dito si lamenterà sempre di avere un dito in meno e pregherà sempre Dio che in qualche modo lo possa ancora riavere.” ( Uno dei suoi sei figli ebbe un incidente quando aveva undici anni, ad oggi mia madre che ne ha 86, non si è ancora rassegnata ed abitua alla sua assenza.) Pensa a Dio, creatore di tutti i viventi se si potrà mai rassegnare alla perdita anche di una sola creatura, per quanto questa abbia sbagliato sarà sempre una sua creatura. A questa speranza (certezza nella teologia Paolina) si oppone un solo limite: la volontà della creatura di coscientemente e volontariamente negare l’aiuto di Dio. 

Certo il male e l’ingiustizia sono sotto gli occhi di tutti, il peccato e quanto da esso ne consegue è sempre più prepotentemente e sfacciatamente la logica di vivere di molti, certo lo stato di peccato è inimicizia con Dio, certo esiste l’inferno, (solo che nessuno sa se vi è mai andato qualcuno).


Certo è che, se rifletti bene, l’inferno sarebbe la vera sconfitta ed il suo affollamento sarebbe ammettere il limite e l’inefficacia posta in atto della Redenzione e dell’amore di Dio. Redenzione pensata come atto gratuito di amore, redenzione voluta con la fermezza dell’amore ancora prima che il peccato deviasse l’umanità, redenzione voluta non per appagare l’ira della divinità offesa ma per dimostrarne la smisurata grandezza dell’amore di Dio verso la sua creatura, redenzione che lascia libero l’uomo nella scelta o nel rifiuto, redenzione voluta anche a costo di permettere che la logica del male e dell’incomprensione degli uomini portasse al sacrificio del suo unico Figlio, “..quando eravamo peccatori Cristo Gesù mori per la nostra salvezza” Rom,5.6. – 1° lettera di Pietro.


Semplificando il concetto espresso, si può dire che: Egli, infinita realtà di Amore, non manda nessuno all'Inferno, perché lungo la strada dell'Inferno ha posto una barriera, la Croce di Cristo.


Quanto vero amore traspare da chi sa per primo accettare senza imporre, rispettando la libertà di scelta dell’agire e di pensiero dell’altro. 


Come appare chiaro che i tempi e la logica di Dio sono fondati sul saper aspettare che l’altro liberamente, consapevolmente comprenda la verità e ad essa si converta per sua libera scelta.    


Quando penso ai tossicodipendenti, agli handicappati d’ogni genere e natura, agli schiavi e schiave del sesso, alle vittime di qualsiasi violenza o malattia, ai diseredati perenni del terzo e del quarto mondo, a coloro che dalla vita hanno solo miseria e sofferenze, penso che l’inferno sia reale e purtroppo già presente tra noi.


Quando penso che le risposte in termini d’azioni che essi, ( mi riferisco a quei poveri disgraziati a vario titolo di cui è pieno il mondo), possono esprimere e sono essi stessi espressioni conseguenti al male ed al degrado di cui é impregnata la loro esistenza, penso che l’inferno sia già presente tra noi; solo così posso concepire la realtà dell’inferno. 


Ma penso e questo mi rincuora, che Dio è Amore, che per amore ci ha creato, che a Dio ci si arriva amando, che l’amore è l’elemento costitutivo di Dio, che Dio lo si può conoscere solo amando, che Dio, vinta la morte, asciugherà ogni nostra lacrima, perché è questo che Dio ci ha insegnato come sua primaria volontà: ”Amatevi come io per primo, gratuitamente ed incondizionatamente vi ho veramente amato, per questo vi ho creato per amare e per essere amati.” Un amore dato incondizionatamente e non in risposta e proporzionato a meriti o azioni fatte.


  San Paolo ci fa sapere che l’Amore, quello con la A maiuscola tutto scusa, tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, e anche se fossimo dei super uomini dotati di una fede che ci fornisce immensi poteri tanto da spostare le montagne, ma non avessimo nel farlo l’amore come forza dell’agire (sempre quello con la A maiuscola), “vana” sarebbe la nostra fede.(1 Cor. 13)


 Non finirò mai di stupirmi leggendo nella parabola evangelica il Padre buono che accoglie il figlio scapestrato, figlio che quel Padre ogni giorno attendeva, amandolo come primo gesto di incontro, senza giudicare, senza rimproverare, solo amando e comprendendo chi si era allontanato dall’amore sbagliando perché accecato ed attratto dall’opposto dell’amore, come spesso capita anche a noi; e l’apparente fatica che fa, sempre quel Padre buono, a condividere l’atteggiamento del fratello maggiore tanto ligio quanto privo della capacità di comprendere, perdonare di condividere e quindi di amare senza porre condizioni preliminari, o al compenso dato ai vari operai chiamati nelle diverse ore della giornata a lavorare nella vigna (Lc.15,11-32)


“Chi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv 8,1-11) o in altri termini: chi non ha niente da farsi perdonare non perdoni né se stesso né tantomeno gli altri. 


Perché in una parabola il padrone della vigna, a fine giornata, ricompensa tutti con lo stesso salario e ritiene la sua azione giusta. A noi verrebbe da obbiettare e recriminare: una diversa retribuzione in base alla fatica, ai meriti ed alle ore di lavoro svolto. (Mt.20,1-16)


Perché ?


“Forse perché dobbiamo vivere e comprendere il vero messaggio “avete udito cosa vi fu detto “occhio per occhio, ma Io vi dico amate i vostri nemici” (Mt. 5,43-48)


Perché solo con l’amore potremmo farli diventare amici, perché solo con l’amore potremmo redimerli, perché solo l’amore potrà far cambiare il loro cuore e renderli una creatura nuova capace di rispondere con azioni d’amore, perché solo l’amore sa tenere conto non solo di quello che dà, ma innanzi tutto di quello che riceve , scrutando il buono il bello a volte nascosto senza fare proporzioni, compensazioni o confronti tra ciò che dà e ciò che riceve; da senza chiedere in cambio. (“Gratis”. In greco, “gratis” – “grazia”, si dice “chàris”, da qui viene la parola latina “caritas”: carità).


Forse perché il figlio di Dio sulla croce non chiede giustizia, ma sembra ulteriormente invitare il Padre, a perdonare i suoi aguzzini perché non sapevano quello che facevano. (Lc 23,34)                             


   Non chiede giustizia, Gesù ma dona amore.


“Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo regno” (Lc.23, 42) quante volte mi sono ritrovato a meditare su questo fatto evangelico, tutte le volte ho dovuto ammettere che io avrei posto delle condizioni, avrei chiesto delle garanzie, avrei messo mille limiti e distinguo a chi osava azzardare una simile richiesta perché innanzitutto era un ladro, un peccatore, uno che meritava almeno la giusta punizione per le azioni e gli errori commessi.


Ma la risposta di Gesù è una risposta immediata di amore incondizionato: “in verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso”. (Lc.23, 43)


Oggi da subito, parola data ad un ladro condannato a morte per le sue azioni e per sua stessa ammissione di colpa, non ad un pio ed integerrimo benpensante.


Era già esaltante l’annuncio che troviamo leggendo alcuni passi del vecchio e del nuovo testamento dove si afferma “un atto di bontà cancella una moltitudine di peccati” (1 Pt. 4, 8- Mt 26, 28 - Gc.5,19-20)  o nel salmo 96 di Davide Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.”


Ma con Cristo la prospettiva si spinge e va oltre ogni aspettativa,”10Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? ". 11Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanche io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più". Gv. 8,1-11


Un atto di pentimento “sincero” spalanca le porte della grazia immettendoti da subito nella gioia e nella beatitudine del Regno di Dio, tra le braccia di quel Padre che aspettava ogni giorno il ritorno del figlio, non per rinfacciargli gli errori e il patrimonio dilapidato, ma per fare festa per averlo riavuto con sé.


 “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siamo stati salvati.” (Efesini 2, 4 - 5.)


 Forse la logica che dobbiamo apprendere e condividere è la logica del donare gratuitamente, per il solo gusto e scopo di amare, senza chiedere niente in cambio, senza porre delle condizioni preliminari, senza preventivamente stabilire chi ne riteniamo degno.


  Forse il nostro essere cristiani dovrebbe primariamente seguire la logica di Cristo che non condanna ma chiama a correzione l’uomo nel suo agire, affinché sia consapevolmente indotto a capire l’errore per evitarlo, crescendo e convertendosi alla logica del bene.


  Forse dovremmo capire che Il Figlio  di Dio fin dall'inizio è colui che riceve la missione da parte del Padre di trasformare questo ambiguo nesso originario nella legge dell'amore perché da sempre è destinato a far si che noi comprendiamo il vero senso di libertà, una libertà “adulta”che sceglie il bene, il bello, il vero; una libertà che coincida sempre con l'amore.   


Dio chiama incessantemente a conversione tutti gli uomini e nel farlo fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti perché tutti sono suoi figli. "Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per coloro che con disprezzo vi usano, e vi perseguitano, così che possiate essere figli del Padre vostro che è nei cieli, perché egli fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e manda pioggia sui giusti e sugli ingiusti" (Mt., 5:44-45).  


Condividere (dividere con) E’ bello leggere negli atti degli apostoli che i primi cristiani condividevano anche le necessità materiali, realtà oggi resa impercorribile da tanti fattori o forse dal nostro poco coraggio di percorrere questa strada; ma la comunione e la condivisione tra la chiesa peregrinante e la chiesa celeste vanno oltre le necessità corporali e spaziano nella realtà spirituale, unendo il poco di uno, con il molto dell’altro ed il tutto unito all’immenso di Cristo. “egli ci ha salvati non per mezzo di opere giuste che noi abbiamo fatto, ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha copiosamente sparso su di noi, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Salvatore,……(Tito 3, 4-6)


  Forse questo è il messaggio e la logica che il padrone della vigna vuole trasmetterci e che noi dobbiamo sforzarci di capire.  (Mt, 20. 1-16)


Parole dure, dure e difficili da accettare, da capire, dure da mettere in pratica; ma l’unico mezzo reale per amare come siamo amati, l’unico modo per tentare di imitare Dio e comprenderlo, non con le labbra, ma con il cuore, non con la nostra mentalità, ma con la sua, non perché alla fine della nostra esistenza terrena riceveremo un premio, ma perché essere capaci d’amare “è il premio al quale dobbiamo aspirare” ed inizia già qui, inizia comprendendo l’importanza d’essere amore ed amare nella libertà e nel rispetto reciproco dei figli di Dio.  


“Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi, uno Spirito nuovo”.( Ez. 18,30b.31)


Ma gli uomini ed io per primo, spesso hanno bisogno di dare dei meriti o dei castighi, di assolvere se stessi e condannare le debolezze degli altri; è facile sentirsi santi, é più difficile sentire e vedere la santità negli altri, é facile giudicare, è difficile scusare e comprendere senza giudicare, è facile puntare il dito esaurendo il tutto e poi assolvendosi con la preghiera, demandando a Dio quello che dovremmo fare noi.


“Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non ascoltatori soltanto, illudendo così voi stessi”.( Gc. 1, 22 seg.) 


E’ comodo oltremodo condannare all’inferno i cattivi ponendo l’accento sulle evidenti loro colpe, é difficile capire perché a loro sia mancato quell’amore che gli avrebbe impedito di sbagliare, di non essere cattivi, di potere essere anche loro annoverati nelle file dei buoni e quindi, nella schiera di quelli abilitati a giudicare, a ritenersi giusti.


E’ comodo dividere tutto in bianco e nero, giusto e sbagliato, vero o falso; ma a me (lo ha  fatto capire mia figlia), tra il bianco e il nero esistono un’infinità di gradazioni di grigio.


Ritengo che per molte persone  (anche tra noi cristiani) non ha importanza che ci sia il paradiso, l’importante che ci sia l’inferno; non ha importanza che Dio sia misericordioso, ma a loro dire che sia giusto.


Ma che cos’è la giustizia di Dio: una mera conta delle azioni divise per meriti, colpe e gravità con la conseguente donazione di un premio o di un castigo proporzionato al totale raggiunto o la capacità di vedere, capire oltre le azioni commesse, scrutando nel cuore quei veri sentimenti spesso inespressi, spesso soffocati dalle circostanze, dall’ambiente in cui vivi e sei nato, dallo stato sociale e culturale, dall’irruenza dell’età giovanile, dalle mille difficoltà che da soli non si è mai in grado di affrontare, dai condizionamenti esterni imposti da chi ha il potere di decidere e modificare le sorti dei suoi simili; o dalla semplice ignoranza frutto del non conoscere perché mai nessuno si è preso la briga di istruirti e di farti conoscere; o perché sin da piccolo, ti è stato imposto di fare qualcosa che i piccoli non dovrebbero fare, o perché sin da piccolo, hai ricevuto tutto tranne quello di cui avevi veramente bisogno… un po’ di comprensione e di amore. Ricordati padre di tutti i defunti di cui Tu solo hai conosciuto la vera fede (così recita una formula di una preghiera eucaristica)


   Non è per fare bel buonismo a tutti i costi, ma non sempre si è quello che si vorrebbe essere, quasi sempre si è ciò che la società, la cultura, l’ignoranza, l’ambito famigliare e mille altri condizionamenti esterni ti hanno obbligato e tu hai passivamente accettato di essere.


E’ facile spostare le montagne quando la forza, l’esuberanza, la prestanza fisica te lo permettono, è difficile fare anche solo un passo quando l’insicurezza, la malattia, la paura, l’incapacità fisica o psichica o la solitudine, l’emerginazione te lo impediscono; a volte pare che tutta l’amarezza cui da voce il salmista nel salmo 88 sembri essere l’unica preghiera da rivolgere a Dio. “Sono sazio o Dio di sventure la mia vita è sull’orlo della morte,… non chiudere l’orecchio al mio pianto.. …Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell’ombra della morte…si consumano i miei occhi nel patire”   


Dobbiamo rassegnarci, è inutile reagire o modificare quanto sopra?


Ma il nostro Dio va oltre le azioni, oltre le apparenze, oltre la logica del tangibile, dell’immediato e dell’apparente; Dio scruta i cuori ed in essi vede le azioni e le volontà inespresse, i voleri sentiti, desiderati, sperati, ma resi impossibili per le incapacità di chi nella solitudine, nella povertà, nelle tante debolezze che la propria natura esprime e che spesso ti porta ad esprimere nell’esatto contrario di ciò che si vorrebbe, soffocando i veri sentimenti che renderebbero libero il tuo agire da ogni peso e da ogni paura.


“Se non ritornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli “ (Mt. 18,3)


Cosa voleva dire Gesù?


Cosa hanno i bambini che a noi adulti manca o non abbiamo più ?


Forse la capacità del fidarsi ?


Forse la capacità di lasciare parlare il proprio cuore ed ascoltarlo?


Forse la semplicità di chi sa far trasparire i propri sentimenti?


Forse la libertà di esprimerli senza vergognarsene?


Veritas vos liberabit (Giovanni 8.32)


Vivete liberi gridava con altrettanta forza San Paolo ai Galati, liberi dai condizionamenti imposti, liberi dai luoghi comuni, liberi anche dalle leggi degli uomini frutto spesso del proprio interesse e non del bene comune, liberi da ogni genere di schiavitù, liberi dall’oscurantismo dell’ignoranza, liberi dalla solitudine.


Ma la libertà per lui era solo Cristo, e da Cristo aveva appreso la libertà di esprimere il meglio di sé stesso amando e donandosi al suo prossimo rompendo la logica del mondo.


Amando coloro che non lo amavano per diversificarsi dai pagani i quali  amavano si, ma solo i loro amici, sapendo  cercare negli altri il bisogno d’amore che ha ogni essere vivente, sapendo capire e facendo emergere il bisogno di Dio anche in coloro a quali Dio era sconosciuto, sapendo vedere il fratello anche in chi appariva come il nemico.


 “A chi ti percuote sulla guancia sinistra porgi anche la destra, a chi ti chiede il mantello dona anche la tunica.”  (Lc. 23,33-34) Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4, 1-2).


 E’ facile notare come l’amore per Dio sia per primo ”capire”, per primo donare senza chiedere, senza giudicare, anteponendo a tutto la gratuità dell’amore, anteponendo in primis l’amore ad ogni azione, ad ogni risposta, verso ogni persona.


Non ci sono meriti, non ci sono classifiche, non ci sono vanti, ma c’è la logica di Cristo in comunione con il Padre che per mezzo dello Spirito che dona se stesso per la salvezza del mondo, per chiamare tutti gli uomini a far parte di quell’unica famiglia per la quale ha concepito da sempre la gioia eterna, per la quale, fattosi carne nella persona del Figlio, ha donato la propria vita; c’è quella realtà e quella logica d’amore Trinitario tanto semplice quanto immenso, tanto puro quanto gratuito.  


Mi fermo, ma rimando a completamento di quanto finora detto e tentato di esporre, la lettura del libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme” del cardinale  “C. M. Martini e   padre Georg Sporschill “


Nella prefazione c’è anche la presentazione di chi sono e dove e con chi vivono, oppure a scoprire qui tra noi altri testimoni del proprio credo che in silenzio, senza far rumore, nella diversità dei ruoli che si sono scelti vivono nella quotidianità, essendo tramiti, pur con i lori evidenti e naturali limiti, di quell’amore del quale Dio vuole permeare il mondo e  scopriremo che costoro sono facilmente riconoscibili perché oltre ai loro problemi si fanno carico in prima persona, senza demandare, anche dei problemi degli altri.


  “Ama come vorresti essere amato”  (Mt. 5, 43-45)


Perché?


Perché quello che noto ogni volta e trovo semplicemente sconvolgente, è che ai “Santi”di tutti i tempi compreso quelli che vivono la loro fede oggi tra noi, a loro non servono paroloni o vani ragionamenti; a loro spesso basta una conversazione di poche parole, una stretta di mano ma fatta con il cuore per disorientare l’altro e trasmettere l’amore in cui credono e con il quale vivono normalmente il loro quotidiano essere cristiani, non evocano punizioni o scenari apocalittici e nemmeno le fiamme dell’inferno, parlano e concretizzazani il linguaggio dell’Amore.


Perché?


Perché queste persone nella normalità della loro giornata, tentano e vivono l’esperienza di vita con i suoi alti e i suoi bassi, ma con lo sguardo volto a Cristo, anche quando cadono, soprattutto, quando sbagliano. ( quando sono debole è allora che sono forte)


Spesso costoro condividendo il loro “naturale essere” con chi incontrano o con le persone con cui vivono, caratterizzando il loro agire con la volontà d’amare e farsi carico del proprio prossimo, a volte spinti da una fede dichiarata in Cristo, a volte spinti dal sentimento dell’amore che Cristo ha infuso nei loro cuori.


Perché?


Perché hanno imparato a rendere il loro agire preghiera e lode di ringraziamento, supplica per essere donazione e aiuto per gli altri; Il loro tormento non è cosa mangeremo, come ci vestiremo, ma come possiamo aiutare il nostro prossimo.


Perché?


Perché il loro cuore ritornato bambino sa gioire del poco, sa condividere con l’altro, ha bisogno di non restare mai solo, di incontrare e dipendere dall’altro in cui non notano solo le differenze, ma percepiscono le affinità, non vedono nell’altro ciò che divide, ma le mille possibili convergenze che accomunano.


Perché? 


Perché a volte la loro scelta è stata di dedicarsi completamente a Cristo anche a costo della rinuncia ad una famiglia propria, consapevoli di trovarne in Cristo una diversa sì nei canoni comuni, ma altrettanto bella, attraente e degna di essere amata a tutti i costi e per la quale vale la pena dedicare completamente la propria vita.


“Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio, infatti, avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?   (Mc. 8, 34-9,1) O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” Mt., 16. 24 e seg.   


Perché  a ben pensarci, bisogna essere folli per tentare di seguire Gesù e rifiutare la logica che spesso c’impone il mondo.


 Bisognerà però ammettere in tutta sincerità che è bella questa follia, perché ti cambia totalmente l’ottica con cui vivi la tua vita, l’approccio con le inevitabili problematiche e sofferenze che la vita puntualmente ti riserva, il confronto e l’agire che puoi avere con il tuo prossimo simpatico o antipatico che esso sia.


Perché questa follia ti avrà insegnato prima ad amare e poi a giudicare, consapevole che nessuno è perfetto, ma tutti sono bisognosi di amore.


Perché?


Perché più liberamente “ci faremo conoscere” da Cristo e più liberamente lo conosceremo, più liberamente impareremo a scoprire la sconvolgente forza della Sua follia. 


“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito" Gv. 3,8


Quanto coraggio deve ancora assumere il popolo di Dio, quanto abbandono deve saper dare alla volontà di Dio, quanto cammino dobbiamo ancora fare per incarnare il Credo in Cristo diversificandolo da una semplice pratica religiosa per porlo come esperienza di donazione.


 Eppure solo così potremmo dare risposte a chi chiede incessantemente perché.


   Perché dei terremoti delle catastrofi che mietono vittime innocenti?


   Perché dei mali incurabili che mietono vecchi e bambini, padri, madri, figli innocenti?


   Perché la nascita di creature menomate nell’aspetto fisico o mentale?  


Perché dei grandi latifondisti del sud America spesso dotati di chiesette personali, templi nei quali non possono entrare e lodare Dio i poveri che vegetano e muoiono di fame nelle favelas ed ai quali, sin da subito, è negato ogni elementare diritto? 


Perché dei dittatori d’ogni tempo che a vario titolo e colore politico opprimono intere nazioni?


Perché le guerre, le carestie, insensatezza umana, le ingiustizie, la corruzione, il degrado di cui sovrabbonda da sempre il nostro mondo?


Perché alcuni hanno i granai in cui spesso quanto in essi hanno accumulato sovrabbonda e marcisce inutilizzato e molti muoiono di fame non avendo nemmeno il minimo per il quotidiano sostentamento?


O per affrontare e capire il perché di temi altrettanto importanti quanto irrisolti, ma profondamente attuali e sentiti ed ai quali serve dare una risposta chiara e non egoistica, ma soprattutto trasparente, percorribile e permeata d’amore che primariamente tutto scusa, tutto sopporta, tutto crede, capace però di indurti a capire ciò che non conosci e non comprendi, capace di farti vedere l’errore, capace di non penalizzare l’errante, capace di farti riflettere.


Oppure temi come la sessualità dei giovani, la contraccezione, l’assunzione di una paternità-maternità responsabile, i rapporti pre-matrimoniali, la negazione del sacramento dell’Eucaristia alle coppie dei divorziati, il riconoscimento delle coppie di fatto e quante tristi, pietose e penose voci potremmo ancora aggiungere a questa lista? 


Forse dovremmo imparare ad ascoltare quello Spirito “che soffia dove vuole”, ma che non è mai un vento violento, ma solo una brezza lieve che solo chi è attento sa percepire; che non è mai vento di rottura, ma di crescita comune, che non travolge e non t’impone mai nulla.


Quello Spirito capace di farti preoccupare ed assumere il passo di tutti i componenti del popolo di Dio; del giovane che dovrà aspettare ed aiutare l’anziano per proseguire, dell’anziano che dovrà imitare la vivacità del giovane, sempre però camminando insieme, sempre attenti al passo ed all’affanno dell’altro, sempre rimanendo in cammino come Popolo che senza strappi, che senza fughe in avanti, che senza arresti immotivati, vuole arrivare camminando insieme ed in Cristo alla meta.


Forse dovremmo capire che la famiglia di Dio è composta da ogni individuo che nasce, cresce su questo pianeta e per questo e in quanto tale, ha titolo per essere chiamato “figlio di Dio” e per il quale Cristo ha offerto la propria vita.


Forse dovremmo capire che la libertà è e resta il più alto dono che chiunque possa fare e ricevere, ma anche il più difficile da incarnare, da rispettare, da preservare e condividere. 


Forse dovremmo completare l’invito dell’apostolo Paolo ai Galati “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.”


Voi infatti fratelli, siete stati chiamati a libertà, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo il vostro egoismo, ma mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri.


Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. “ ( Galati 5, 1 - seg.)


Se come sta scritto: ” …un atto di bontà cancella una moltitudine di peccati “ (1 Pt 4, 8). “Perché a te o mio Dio, non sono graditi ne sacrifici ne olocausti, ma un cuore contrito a te o Signore solo questo é gradito ”(Sal. 50) ed ancora“ il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.”( Lc.6,35) dovremmo capire e rielaborare il nostro rapportarci e vivere la nostra fede, o in altri termini, il nostro essere sempre chiamati a celebrare il vivere in Cristo, perdonando senza giudicare, accogliendo la diversità del nostro prossimo sapendo che con la stessa misura con cui giudicheremo saremo giudicati. (Lc. 6,36-38) 


Come è facile pregando chiedere di imparare ad amare il proprio prossimo con l’aiuto di Dio, ma mi fu fatto notare molto tempo fa da un caro amico, che per amare il mio prossimo bisogna imparare ad amarlo come lo ama Dio, accogliendolo ed amandolo per primo, accettandolo, volendolo trasformare ed adattare al nostro capire e sentire con la sola forza del rispetto nella libertà di scelta in Cristo e nello Spirito che sa compiere e scegliere il vero Amare di Dio Padre.


    m.z.                                                                                                                                   



venerdì 20 gennaio 2012

La CARITA’ secondo san Paolo

La CARITA’ secondo san Paolo

 Sono necessari due rilievi, prima di parlare della Carità secondo san Paolo; due rilievi su
modi di pensare, che fanno parte del nostro bagaglio culturale quotidiano.

 -        Primo rilievo: la constatazione, o la sensazione, che amare da cristiani, soprattutto in certe situazioni molto problematiche, è difficile, e secondo certuni addirittura impossibile … Ci si giustifica col dire: “Sì, sì… parla ben bene il vangelo… però…”, e dietro quel “però” c’è appunto la convinzione che il vangelo punta troppo in alto rispetto alle nostre possibilità, e quindi – se non lo si mette in pratica - ci si sente in qualche modo giustificati … Ma viene anche da domandarsi: possibile che Dio – che è Padre sapiente - chieda ai suoi figli di fare passi più lunghi delle loro gambe?

 -        L’altro rilievo invece è una semplice questione di linguaggio e riguarda le parole “carità” e “amore”: qual è che si deve preferire? Di solito si pensa che la carità è l’atteggiamento che si assume nei confronti di chi è nel bisogno: poveri, malati, persone che versano in stato di necessità di qualche genere… o addirittura la cosa, l’oggetto, che colma quella necessità (la carità allora sarebbe un vestito per chi è senza, un panino per chi ha fame, o denaro per chi è al verde…); ma mai e poi mai si può parlare di carità nelle relazioni più forti, come tra innamorati ad esempio, o tra sposi, o tra genitori e figli.

 Qui è l’amore l’anima della relazione, e l’amore è qualcosa di più raffinato, più nobile della semplice carità? Ma che cos’è effettivamente “carità”? Ed è poi vero che la parola “amore” indica qualcosa di più prezioso e di più nobile?

Ma procediamo con ordine, per non rischiare di fare confusione.

Il linguaggio a disposizione di Paolo e di tutti coloro che hanno scritto su Gesù duemila anni fa era il greco, che si parlava in tutti paesi attorno al Mediterraneo, anche a Roma; e la lingua greca ( a differenza delle nostre lingue di oggi, che a volte sono piuttosto povere,imprecise ) aveva tre  vocaboli per definire l’amore, e tutti tre diversi uno dall’altro a seconda del tipo di amore che si voleva definire.

-        1 ° C’è l’amore di amicizia che attrae e unisce persone che sintonizzano tra loro per simpatia, carattere, per ideali, obbyes, o per comuni esperienze di vita, e questo amore i greci lo chiamavano “philìa”.

-        2° C’è l’amore che porta l’uomo e la donna a cercarsi reciprocamente e ad unire insieme le loro esistenze, e a questo i greci davano il nome di “eros”.

-        C’è anche un amore che non c’entra necessariamente né con l’amicizia né con l’attrazione sessuale: può esserci anche in queste esperienze, ma può esprimersi liberamente a prescindere da questi ambiti. I greci gli davano il nome di “agàpe”.

Cosa intendevano con questa parola?

L’amore che si esprime in maniera totalmente gratuita, che non è condizionato dalla voglia o dallo stato d’animo, né dall’amabilità della persona alla quale si rivolge, e tantomeno dal riscontro che se ne può avere: l’unica ragione che fa scattare questo amore è il bisogno della persona che sta davanti, la si ama perché ha bisogno di essere amata: che quella persona sia riconoscente per questo, e contraccambi, oppure no, non ha importanza: la si ama  ugualmente.

 I testimoni dell’evento cristiano, allorché si trattò di annunciare (in greco) che l’amore di Dio si è incarnato tra noi nella persona e nella storia di Gesù, trovarono che l’unica parola adatta per dire questo era la terza di quelle  sopra citate: agàpe.

L’apostolo Paolo nelle sue lettere non parla mai di eros, una volta sola di “philìa” (l’amore dell’amicizia) e 110 volte di “agàpe”. Potremmo concludere che Paolo parla soltanto di questo amore.

La caratteristica prima dell’amore di agàpe è quella della gratuità: qui si ama senza interesse alcuno, senza aspettarsi ricompensa, o riconoscimento, o contraccambio.  Potremmo specificare che si ama “Gratis”. In greco, “gratis” – “grazia”, si dice “chàris”, da qui viene la parola latina “caritas”: carità. “Agàpe” è stato tradotto con “carità”: parola usata, abusata in 2000 anni di utilizzo, tanto, ormai per molti,  da identificare il significato di carità con il gesto di un’elemosina. Perché allora non adoperiamo la parola amore? o, la parola amore è ancora più abusata? Oggi  amore è usata per dire tutto e il contrario di tutto, basti pensare solo la facilità d’uso che se ne fa tra il rapporto tre due persone; l’importante però, per la logica di quanto detto,  è avere ben chiaro  cosa significhi per noi agàpe, questo per iniziare a comprendere meglio il modo tipico di amare di Dio.

Non c’è lettera di Paolo in cui non si parli di agàpe, ma quella in cui si ha una presentazione più dettagliata di questo modo di amare è la prima ai Corinzi al capitolo 13.

 E per capire bene le parole  dell’apostolo Paolo, occorre sapere prima perché proprio ai Corinzi indirizza questo scritto. Paolo non è mai stato un teologo da scuola o da cattedra: le sue intuizioni, spesso di una profondità eccezionale, sono sempre risposte a domande concrete che le sue comunità gli ponevano, o a situazioni problematiche e contingenti che quelle Comunità sperimentavano. Di Paolo si può affermare perciò, che sia nel suo pensare sia nell’esprimere il suo pensiero il suo linguaggio egli non è mai teorico, o astratto.

A Corinto c’era una comunità che appariva divisa in gruppi e controversie, lacerata da contrapposizioni interne … vi si respirava un clima di individualismo, che poneva alcuni in una posizione di èlite e altri, molti altri, in una situazione di inferiorità.

E quelli che facevano parte dell’èlite si esaltavano perché si sentivano più colti degli altri, più maturi nell’esperienza della fede, più dotati di doni straordinari (i cosiddetti carismi, che a Corinto andavano  di moda). Insomma, una chiesa divisa che aveva smarrito il senso della fraternità, della condivisione, della mutua sollecitudine per inseguire esperienze evasive, esperienze cioè che portavano fuori dalla dura realtà di ogni giorno e fuori anche, alla fin fine, dal cristianesimo stesso.

Ecco cosa scrive Paolo a quei cristiani:

                              Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e

possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.

Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La carità non avrà mai fine.

Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1Cor 12,31 – 13,13)

 Ha un andamento quasi ritmico questa pagina, tanto che è stata definita “l’inno alla Carità”. I primi versetti ripetono e ribadiscono in forme diverse una stessa conclusione: la presenza della carità o la sua assenza non determinano semplicemente modi diversi di essere cristiani, non è qualcosa di facoltativo, di accessorio la carità, ma la sua presenza fa sì che uno è cristiano e la sua assenza impedisce a chiunque di essere cristiano. Paolo parla in prima persona: io … ma è quell’io che ogni credente riferisce a se stesso. Senza la carità, tutto quello che un cristiano possiede o fa è insignificante.

Paolo presenta un bel campionario di supreme possibilità naturali e anche soprannaturali che possono esserci nell’uomo: può essere perfino super-equipaggiato da questo punto di vista, può essere il credente eroico che compie gesti spettacolari e straordinari, come ad esempio donare tutti i propri beni ai poveri, o addirittura capace di dare la propria vita con il martirio: ma cosa vale e a che serve il tutto se non ha la carità?

A sua volta, anche il sapiente o il dotto più profondo è niente senza la carità; Paolo l’aveva già detto in questa lettera del resto: “la scienza gonfia, solo la carità edifica”(8,12).

A Corinto c’era chi, sotto l’effetto dello Spirito, si metteva a parlare in lingue (a volte incomprensibili): senza la carità, quel tale è equiparabile a un gong o a un tamburo che fa solo baccano, e basta, che nessuno comprende. Ora, ridurre una persona a uno strumento (dirgli: sei soltanto un trombone!) è la svalutazione più completa che le si possa dare. La carità, insomma, è il segreto che valorizza tutto ciò che un cristiano è e fa.

Poi segue una successione rapida di quindici verbi che indicano il vastissimo campo di azione della carità.

Chi è animato dall'amore si mostra grande di cuore di fronte a un torto ricevuto o a una ingiustizia subita, e comunque persegue il bene dell'altro. Se per esempio si dice che la carità non è invidiosa, è perché nella comunità cristiana di Corinto l’invidia invece era di casa; se si afferma che la carità non si vanta, è perché persone gonfie di orgoglio ce n’erano più d’una. E oggi ?E nelle nostre comunità?

Di fronte all’agire insopportabile del prossimo, di fronte alle offese, “la carità non si adira, non tiene conto del male ricevuto”.

Se il prossimo si comporta male, la carità non gode (non punta il dito con la segreta soddisfazione che così tutti guardano il suo peccato e non il mio); e se il prossimo invece si comporta bene, la carità si compiace, applaude è pronta a sottolineare il merito.

Poi ci sono quei quattro verbi finali, che danno ritmo e solennità alla conclusione: “Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

Chi è mosso dalla carità mostra un atteggiamento d'illimitata comprensione e fiducia nel fratello e non si arrende mai di fronte a nessuna difficoltà.

Alla fine, Paolo torna sull’argomento che rischiava di sviare i cristiani di Corinto: i carismi. I carismi sono una realtà parziale, limitata e imperfetta, mentre la carità è semplicemente la perfezione cristiana. La maturità cristiana consiste nell'amare con amore di agàpe, non in altre prestazioni o esibizioni. Anzi, perfino la fede e la speranza non reggono di fronte all’agàpe, alla carità: “che non avrà mai fine” . Essa è più grande anche della fede, anche della speranza anche se un discorso a parte andrebbe fatto per chiarire cosa Paolo intenda con questi altrui due vocaboli.

Paolo  nelle definizioni che attribuisce alla carità elenca giunge perfino a personificarla ed a parlarne quasi fosse una persona, un soggetto vivo e autonomo: “è paziente la carità, è benigna … non è invidiosa … non si vanta, non si gonfia, non cerca il suo interesse … non tiene conto del male … tutto copre, tutto crede, tutto scusa…”:

 Come allora potremmo definire questa benedetta agàpe, o carità?

Non è affatto un carisma alla pari degli altri, tant’è vero che questi passano e invece la carità resta per sempre. Non è neppure una virtù, sia pure la più grande di tutte. Ci avviciniamo alla sua vera identità se la vediamo come un orizzonte: l’orizzonte che si staglia tutti i giorni sulla vita cristiana e dà senso, luce a tutto ciò che un cristiano vive.

Non si tratta però di un ideale che nasce nella persona, e tanto meno di un sentimento diffuso di simpatia, di un generico umanitarismo, o di una romantica filantropia.

E che cos’è allora la carità?

Cerchiamo di capire, e capire bene, se possibile. 

La salvezza portata da Gesù Cristo nella storia umana si è manifestata, si è resa tangibile, in forme diverse. Ebbene, l’agape (la carità) è la sua espressione più perfetta e definitiva. La carità è il dono divino per eccellenza. Possiamo anche  affermare: è  la forza divina donata a noi per grazia che crea persone nuove, capaci di agire in modo nuovo. E poiché è una forza viva, oltre che divina, ecco che via via che cresce, fa crescere noi come cristiani, ci fa maturare: noi diventiamo cristiani adulti, maturi, proprio grazie alla carità. “Venga il tuo Regno”, preghiamo nel Padre nostro ebbene, la carità rappresenta la realtà del Regno di Dio dentro la nostra storia; Carità è Regno di Dio in mezzo a noi.

Per cui non dobbiamo, non possiamo pensare che la carità sia qualcosa che dipende anzitutto da noi, dalla nostra buona volontà, dal nostro impegno; “la carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta...”: ma chi di noi può arrivare a questo solo con la buona volontà? Chi? Assolutamente nessuno. La carità è dono divino per eccellenza; è una forza divina donata a noi per grazia; un’energia dall’alto che crea persone nuove, capaci di agire in modo nuovo.

Ecco, infatti la bella notizia del cristianesimo, che per Paolo è un dato di fatto, tanto che ne accenna quasi di passaggio nella lettera ai Romani quando conclude un ragionamento e dice: “l'agàpe di Dio (cioè la carità) è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5).  E’ bene sottolineare il verbo usato dall’apostolo Paolo: “riversata” quell’energia, quella capacità di amare in modo divino, Dio non ce la dà col contagocce, ma, se lo vogliamo, la riversa nei nostri cuori in sovrabbondanza, fino a farla traboccare. Il marchio divino di questa energia d’amore, e la sovrabbondanza con cui Dio la dona, spiega l’insistenza di Paolo sulla qualità delle relazioni tra cristiani, sulla delicatezza, sulla finezza che le deve caratterizzare. “La carità non sia ipocrita, scrive alla prima comunità cristiana di Roma, amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9.10). “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di una carità vicendevole, pieno compimento della legge è la carità”(13,8.10). “Ricercate la carità” scrive ai  cristiani in Corinto; “tutto si faccia tra voinella carità” (14,1;16,14).

 E alle Comunità cristiane della Galazia, turbate da predicatori che diffondono idee strampalate sul cristianesimo, manda a dire: La fede ci salva, non le opere della Legge: la fede che opera per mezzo della carità, quindi mettetevi a servizio gli uni degli altri mediante la carità” (5,6.13).

 Nella Chiesa si è sempre parlato di santità. E’ sempre stata presentata come l’ideale cristiano da raggiungere “Dobbiamo  diventare santi” dicevano un tempo i predicatori durante gli esercizi spirituali.

Paolo non è contrario a questo modo di ragionare, ma si colloca da un’altra prospettiva che probabilmente è più affidabile: santi noi lo siamo perché Dio ci ha aggiunti con la sua azione e ci ha fatti nuovi a partire dall’intimo; noi siamo santi perché Dio ha riversato nei nostri cuori la sua forza d’amore, siamo santi perché Lui è santo.

 Quando scrive ai cristiani di Filippi, di Corinto, di Roma, di Colossi, l’apostolo si presenta così:

“Paolo ai santi che abitano a Filippi, a Roma, a Corinto, a Colossi” e non  intende un contrassegno morale quel “santi”, non significa affatto “bravi, buoni e senza difetto alcuno”;  esprime semplicemente “raggiunti, toccati dall’amore di Dio”, quell’amore di agàpe  con cui Dio ha parlato, si è fatto conoscere. L’impegno cristiano allora è quello di lasciare che ciò che è accaduto dentro di noi traspaia e si veda fuori; l’energia divina della carità impregni tutta la persona: mente,cuore, riflessione, azione, pensieri ed opere. Quelli che noi chiamiamo “i santi”, all’origine erano persone in tutto come noi; l’unica differenza rispetto a noi è che della carità ricevuta come energia e forza da Dio esattamente come viene donata a noi, loro hanno lasciato che impregnasse poco a poco tutta la loro vita, tutta la loro persona, tutto il loro modo di agire e di pensare.

 E’ la carità che ci fa santi, non è l’assenza di difetti o di peccati: solo la carità.

Nella lettera alla comunità di Efeso Paolo  sottolinea sin dall’inizio: “In Cristo, il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (1,4).

 Torna, soprattutto nelle ultime lettere di Paolo, il riferimento esplicito tra “carità” e Gesù Cristo. Cito alcune espressioni dalla lettera agli Efesini:

Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere la carità di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (3,17-19)

“… Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo… riceve forza … in modo da edificare se stesso nella carità” (4,15.16).

E ancora: “Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi… (5,2).