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sabato 1 febbraio 2014

Veritas vos liberabit ? …….ma la menzogna impera e i furbetti prosperano!


 

Veritas vos liberabit ? …….ma la menzogna impera e i furbetti prosperano!

 

Nel suo discorso a Lampedusa Papa Francesco ha detto “ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi”. 

Con queste indovinate parole il Papa condanna il sistema delle multinazionali al quale fa molto comodo che gli Africani vengano qui invece di lottare per i loro diritti nei  Paesi di origine. Un esempio su tutti, la Nigeria è uno dei maggiori produttori di "oro nero".La Shell estrae in Nigeria sin dal 1958, ma nel paese africano la ricchezza non è condivisa. L'Africa deve restare in mano a pochi che facciano da intermediari tra le multinazionali e gli schiavi per continuare il gioco di sempre. E quindi anche la fame nel mondo, a quanto pare, diventa un bel business per i “funzionari della cooperazione .

Vogliamo allora parlare di un organismo internazionale, che ha sede proprio in Italia, come la FAO che tutti conosciamo? La Fao denuncia che il mondo è alla fame, che la crisi è gravissima, che altri milioni di persone si stanno sommando ai milioni che già oggi muoiono per mancanza di sostentamenti. E’ tutto vero, ma la Fao cosa fa? Spenderà 784 milioni di dollari per affrontare il problema nei prossimi due anni. Cioè un milione di dollari al giorno. In che modo li spenderà? Ed ecco sbucare una bruciante realtà: una commissione di economisti, ha accertato che almeno la metà di questi soldi, un milione di dollari ogni due giorni, è spesa per mantenere la struttura burocratica. “In molti uffici – dice la commissione – i costi amministrativi sono superiori ai costi del programma”. In un articolo di Emanuela Fontana, ci spiega che la parola food, cibo, compare solo tre volte nel bilancio, per un totale di 90 milioni di euro su quasi ottocento. Duecento milioni di euro se ne vanno solo per le spese necessarie a “riunire” i dipendenti.

 

Alcuni esempi:

 

. Un archivista di basso livello (P1) guadagna come il manager di una media azienda.

. I lavori di ristrutturazione nelle sedi FAO sono continui. Rifacimento intonaci, bagni, pavimenti, mense, negozi, sale conferenza, adattamento degli impianti elettrici, modernizzazione degli strumenti informatica e video. Tutto è in perenne rinnovamento e vai a vedere chi si aggiudica gli appalti…

. Per i delegati dei Paesi poveri, il Food Summit nella città eterna è una vacanza pagata nei migliori Hotel della capitale.

. In virtù dei passaporti diplomatici i dipendenti FAO possono acquistare le auto più prestigiose dai concessionari romani col 40% di sconto. Sono immuni dalle multe e godono di un regime esent-iva anche su arredi e beni di consumo.

. Ai figli dei dipendenti l’agenzia paga collegi per super-ricchi da 12.000 euro l’anno, a un passo dal Colosseo. Ad esempio sulle rette di frequenza del St. Stephen’s di via Aventina, mamma FAO rimborsava il 75% della retta. La Fao, per dirla con le parole del presidente del Senegal Abdoulaya Wade, deve chiudere. Per il semplice motivo che la Fao è uno scandalo, uno degli esempi del come non si deve fare cooperazione. 

 

Detto ciò  noi abbiamo capito che di tanti soldi sperperati per aiutare i poveri del mondo, alla cooperazione sul campo restano le briciole.

 

In un altro aspetto del discorso di papa Bergoglio molto apprezzato da chi ha tutto l’interesse che tutto rimanga immutato:

Papa Francesco ha esortato “tutto il mondo ad avere il coraggio di accogliere coloro che cercano una vita migliore “ (Sante Parole)

E così di ricerca in ricerca, leggendo articoli di svariati giornali, vado a scoprire che, in piena crisi economica,di tagli e politiche lacrime e sangue per gli italiani, il bel paese ha regalato nel 2011 la somma 117,4 milioni di dollari all’Onu. Cifra pari al 4,9% del totale (siamo il sesto contribuente su 193 paesi e quarti tra i Paesi europei). Non ho trovato i dati del 2012 e del 2013 perché sul sito della Farnesina mancano (guarda che strano) gli aggiornamenti. (” ma basta là cara Bonino”). Finanziare l’Onu per aiutare i “migranti” sarebbe anche giusto ma si scopre che nel solo nel 2008 l’Onu ha impiegato $ 600.000.000 (seicentomilioni di dollari) in operazioni rivelatesi fraudolente o truffe finanziarie. Basti solo pensare che il figlio dell’ex segretario Kofi Annan, Kojo,( di nome e di fatto) era sul libro paga delle società che lui e suo padre avrebbero dovuto controllare nell’ambito del programma iracheno Oil for Food e sono diventati miliardari grazie ad una delle più colossali truffe della storia. La corruzione sembra essere la caratteristica principale di questa organizzazione sovranazionale con un’importante differenza rispetto alla mafia, cinese, italiana, russa e colombiana. I funzionari dell’Onu hanno l’immunità internazionale. 

Questa, e peggio ancora, è l’Organizzazione della Nazioni Unite e mi fermo qui, sapendo che è solo una minimissima parte della realtà in cui nostro malgrado siamo costretti a vivere, sperando che Papa Francesco possa scuotere anche le più granitiche coscienze, le quali spesso decidono il futuro, la qualità, la dignità della nostra vita a livello i mondiale e piamente ascoltano e condividono???le sue esortazioni.

Pubblicato da Admin

 

 

 

sabato 21 settembre 2013


Cristo e’ la nostra speranza
 

« Paolo, servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo, per la fede ... e nella speranza della vita eterna, che Dio, il quale non mentisce, promise fin dai tempi antichi, e che a tempo opportuno manifestò la sua parola, per mezzo della predicazione che è stata affidata a me, per ordine di Dio nostro salvatore ... » (Tit. 1, 1-3)


Noi cristiani siamo chiamati ad annunziare la “Buona Novella”, non cattivi presagi, né dottrine catastrofiche, oppressive e punitive. La speranza cristiana, fondamento del nostro annuncio, non è l’ottimismo suicida dell'autorea­lizzazione dell'uomo senza Dio e neppure è la passività e il conformismo di chi pensa che le cose si faranno da sole o che Dio le farà al posto nostro. Ci sono persone che si pongono sempre come interlocutori di problematiche di cui, qualsiasi risposta, è sempre  solo esasperante; la speranza cristiana si fonda sull'annunzio di Dio amore, per mezzo del quale, sempre, in qualsiasi circostanza, si può fare il meglio: “ AMARE”.

La nostra speranza si fonda su Cristo crocifisso, risorto e asceso al cielo: ma che ora vive nella Chiesa per portare al Padre l’umanità e la creazione. Vivere  verso il Padre è il fondamento della nostra speranza.

L'apostolo Paolo si definisce come predicatore della speranza, speranza che  aiuta a vivere il “ già e non ancora “ della restaurazione in Cristo. Questa serena tensione esistenzia­le, da significato alla vita. L'uomo ha bisogno che gli parlino di questa speranza.

Di altre cose è stato già scritto abbastanza ed anche meglio di quanto possiamo dire noi.

Non si sa e non si è credibili nel predicare la speranza cristia­na quando questa non è vissuta, creduta sperimentata e praticata in prima persona; la testimonianza del predicato­re è parte integrante della Parola, ammesso che della Parola colui che predica ne sia segno personale e non semplicemente la voce che asetticamente annuncia, ma grazie ad un carisma intimamente vissu­to, pur con tutti i limiti della persona, ne sia annuncio e testimonianza, consapevole che non le sue parole, ma la Parola è la sola che arriva al cuore dell’uomo, la sola che converte e salva.

Chi non vive la dinamica della speranza, in una tensione verso un incontro defini­tivo e verso un battesimo o immersione in Cristo, avrà bisogno di parlare di altro: ma questo non è predicare Cristo, è predicare se stesso, le proprie convinzioni, le paure che ci assillano. Chi non ha incontrato Cristo come speranza, cerca miti, immaginazioni, profeti, rivelazioni e scoperte eclatanti su cui appoggiarsi. Surrogati e contraffazioni ce ne saranno sempre e verranno sempre presentati come la rivelazione della verità nascosta e finalmente resa nota.  Di pseudo profeti dell’ultima ora che asseriscono di aver scoperto, capito e di dover diffondere arcani e archetipi o quello che altri hanno tenuto nascosto, ne è piena la storia di ieri, di oggi e lo sarà quella di domani.

Paolo non ebbe biso­gno di predicare altro: "Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede... e voi siete ancora nei vostri peccati" (1 Cor. 15,14.17). Con queste forti parole della prima Lettera ai Corinzi, san Paolo fa capire quale decisiva importanza egli attribuisse alla risurrezione di Gesù. In tale evento sta infatti la soluzione del problema posto dal dramma della Croce. Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia, indicazione dell'assurdità dell'essere. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso "è risorto il terzo giorno secondo le Scritture" (1 Cor. 15,4) - così attesta la tradizione proto cristiana. Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L'intero insegnamento dell'apostolo Paolo parte dal e arriva sempre al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte. La risurrezione è un dato fondamentale, quasi un assioma, un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente (cfr 1 Cor. 15,12), in base al quale Paolo può formulare il suo annuncio (kerygma) sintetico: Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l'immenso amore di Dio per l'uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi.

E' importante cogliere il legame tra l'annuncio della risurrezione, così come Paolo lo formula, e quello in uso nelle prime comunità cristiane. Qui davvero si può vedere l'importanza della tradizione che precede l'Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare. Il testo sulla risurrezione, contenuto nel cap. 15,1-11 della prima Lettera ai Corinzi, pone bene in risalto il nesso tra "ricevere" e "trasmettere "…… io vi trasmetto ciò che a mia volta ho ricevuto”. San Paolo attribuisce molta importanza alla formulazione letterale della tradizione; al termine del passo in esame sottolinea: "Sia io (Paolo) che loro (gli Apostoli) così predichiamo" (1 Cor. 15,11), mettendo con ciò in luce l'unità del kerigma, dell'annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo. La tradizione a cui si ricollega è la fonte alla quale attingere. L'originalità della sua “cristologia” non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione. Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo; ogni sua argomentazione muove dalla tradizione comune, in cui s'esprime la fede condivisa da tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa. E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione. Il suo compito è aiutarci a comprendere oggi, dietro le antiche parole, la realtà del "Dio con noi", quindi la realtà della vera vita oggi come allora, oggi e sempre, oggi nella concretezza del vissuto quotidiano.

E' qui opportuno precisare: san Paolo, nell'annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un'esposizione dottrinale organica, non vuol scrivere quasi un manuale di teologia, ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dalle comunità dei fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta, di certezze radicate. Vi si riscontra una concentrazione sull'essenziale: noi siamo stati "giustificati", cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto: quel mattino di Pasqua, fu contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un'esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni percepiscono e attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò, come i quattro Vangeli,  fondamentale rilevanza al tema dei segni e delle apparizioni, condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La risurrezione è un fatto storico e non semplicemente un pensiero, un ideale filosofico, un artifizio formulato a posteriori.  I  primi Cristiani  seppero anche affrontare la morte per il loro credo in Gesù Cristo perché  erano convinti del fatto storico della risurrezione di Gesù, erano certi nel credere e affermare che senza ombra di dubbio Gesù Cristo era il Figlio di Dio, l’unico Salvatore del mondo. Di conseguenza, il messaggio della Chiesa primitiva era sempre incentrato sul fatto storico della risurrezione e questo non era un semplice mito teologico che iniziò a circolare tra i discepoli di Gesù Cristo 20 o 30 anni dopo di esso, ma era l’archetipo su cui si fondava il messaggio proclamato sin dal primo mattino del terzo giorno.

La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi e fondamento dell'annuncio evangelico, come punto culminante di un itinerario salvifico unico e irripetibile. Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è “essere testimone della risurrezione”.  Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: "Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti" (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s; 4,13-18; 5,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-16; 1 Cor 9,1).

Ma possiamo domandarci:

qual è, per san Paolo, il senso profondo dell'evento della risurrezione di Gesù?

Che cosa dice a noi a distanza di duemila anni  l'affermazione che "Cristo è risorto" ?

Perché la risurrezione è per lui e per noi oggi un tema così determinante?

Paolo dà solennemente risposta a queste domande all'inizio della Lettera ai Romani, dove esordisce riferendosi al "Vangelo di Dio ... che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti" (Rm 1,3-4). Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall'umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio "con potenza". Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra" (Mt 28, 18). E' realizzato quanto dice il Salmo 2, 8: "Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra". Perciò con la risurrezione comincia l'annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli , con la risurrezione comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della Verità, dell'Amore e del Perdono.

La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l'autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio! Per san Paolo la segreta identità di Gesù, più ancora che nell'incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione.

Mentre il titolo di Cristo, cioè di “Messia,  in san Paolo tende a diventare il nome proprio di Gesù e quello di Signore specifica il suo rapporto personale con i credenti, ora il titolo di Figlio di Dio viene ad illustrare l'intimo rapporto di Gesù con Dio, un rapporto che si rivela pienamente nell'evento pasquale. Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi (cfr Rm 14,9; e 2 Cor 5,15) o, in altri termini, il nostro Salvatore (cfr Rm 4,25).

Tutto questo è pieno di importanti conseguenze per la nostra vita di fede: noi siamo chiamati a partecipare fin nell'intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo. Dice l'Apostolo: siamo "morti con Cristo" e crediamo che "vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,8-9). Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E' ciò che è avvenuto anche a san Paolo, la cui personale esperienza è descritta nelle Lettere con toni tanto accorati quanto realistici: "Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,10-11; cfr 2 Tm 2,8-12).

La teologia della Croce non è una teoria, è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità, l'amore e il perdono, implica la consapevolezza a volontarie quanto  coscienti rinunce ogni giorno,( ..non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Rom .12,2), implica saper accettare anche le sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente ma consapevole, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce solo nell’affidarsi completamente a Lui, credendo in Lui come condizione primaria per ogni scelta, in ogni frangente, prima di ogni pensiero. “ ..non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”( Gal. 2,20).

Afferma Sant'Agostino: Ai cristiani non è risparmiata la sofferenza, anzi a loro ne tocca un po' di più, perché vivere la fede esprime il coraggio di affrontare la vita e la storia più in profondità. Tuttavia solo così, sperimentando la sofferenza, conosciamo la vita nella sua profondità, nella sua bellezza, nella grande speranza suscitata da Cristo crocifisso e risorto. Il credente si trova perciò collocato tra due poli: da un lato, la risurrezione che in qualche modo è già presente e operante in noi (cfr Col 3,1-4; Ef 2,6); dall'altro, l'urgenza di inserirsi in quel processo che conduce tutti e tutto verso la pienezza, descritta nella Lettera ai Romani con un'ardita immagine: “.. come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell'attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione” (cfr Rm 8,18-23).

In sintesi, possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr Rm 10,9). Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede "tocca" il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, viverla, pur con le mille cadute, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia. In questo modo infatti il cristiano si inserisce in quel processo grazie al quale il primo Adamo, terrestre e soggetto alla corruzione ed alla morte, va trasformandosi nell'ultimo Adamo, quello celeste e incorruttibile (cfr 1 Cor 15,20-22.42-49). Tale processo è stato avviato con la risurrezione di Cristo, nella quale pertanto si fonda la speranza di potere un giorno entrare anche noi con Cristo nella vera nostra patria che sta nei Cieli.

                                                            

CHIESA: FAMIGLIA DI FAMIGLIE


           Parrocchie di San Rocco e San Lorenzo Martire                

CHIESA: FAMIGLIA DI FAMIGLIE

1-  Crisi di fede in famiglia,

Spesso ci capita di sentire frasi tipo: “Io credo a Gesù ma non voglio sentir parlare della  Istituzione Chiesa e dei preti, del vaticano, delle gerarchie ecclesiastiche...” e questo ci deve provocare nel profondo della nostra fede. Per noi sarebbe impossibile una Chiesa senza Cristo suo fondatore e capo ancora oggi presente e vivo in essa, senza Pietro su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa, senza la ricchezza del dono dei sacramenti. Questa situazione di rifiuto si verifica talvolta anche nelle nostre famiglie, o introdotta dall'esterno, ad esempio la ragazza o il ragazzo di un nostro figlio/a, oppure perché sorge all'interno stesso del nostro contesto familiare. Un figlio/a che manifesta questa convinzione può divenire occasione di “crisi/dubbio” nei genitori che si chiedono: “In che cosa abbiamo sbagliato? Perché non siamo stati credibili nel nostro annuncio con i figli?” Addirittura questa difficoltà di fede può generare difficoltà in noi stessi a vivere quanto il Credo ci indica.

“Occorre quindi fare chiarezza su alcuni punti fondamentali di Chiesa come Popolo di Dio”

Innanzi tutto va detto che di questo concetto si è riappropriato, mettendolo in risalto,  il concilio Vaticano II e con esso, si intendono evidenziare due verità importanti:

 

-       La prima:

-        il carattere storico della Chiesa.

La Chiesa, erede del popolo dell’Antica Alleanza ampliato e redento da Cristo, non è una realtà disincarnata, che sta fuori o al di sopra della storia, ma una realtà inserita nel tempo, un popolo in cammino, che non cammina in disparte ma in mezzo agli altri popoli, condividendone i problemi, le difficoltà, le angosce, chiamata ad operare per le strade del mondo come il buon samaritano e il buon pastore.


- La seconda:

- la Chiesa è il popolo messianico che ha ereditato gli uffici messianici di Cristo.

l'ufficio sacerdotale, per cui si offre come vittima viva, santa, gradita a Dio per la salvezza di tutti gli uomini; l'ufficio profetico, per cui diviene messaggero del Vangelo inviato a tutte le genti, e l'ufficio regale, per cui ha il potere di instaurare il regno di Dio in questo mondo.

 
Questi uffici sono di tutto il popolo e di tutti i suoi membri; sicché non soltanto la gerarchia, ma anche tutti i fedeli sono investiti degli uffici del sacerdozio (sacerdozio comune dei fedeli), della profezia (dell'annuncio del Vangelo e pertanto del dovere missionario) e della regalità mediante il servizio (per instaurare il regno di Dio in questo mondo).

2-  Credo la santa Chiesa cattolica

La Chiesa è composta da coloro che professano e vivono il Credo. Il fatto di scoprire che la Chiesa è dove si vive la fede apre a un profondo senso di corresponsabilità sia al suo interno che all'esterno. Al suo interno ci impegna a un dialogo con le diverse realtà educative: oratorio, catechesi, animazione, movimenti, gruppi sportivi. Al suo esterno ci impegna in una prospettiva missionaria: annunciare la fede nel mondo del lavoro, dove i nostri figli studiano, nelle nostre abitazioni, nelle relazioni interpersonali, nelle varie istituzioni in cui possiamo essere presenti, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà e a coloro che ancora devono scoprirsi parte del Popolo di Dio in cammino in questa realtà terrena. Vivere la fede nella Chiesa per le nostre famiglie è partecipare alla comunità cristiana con la consapevolezza che in forza del sacramento del matrimonio ogni famiglia è una Chiesa domestica; realtà nella quale lo Spirito agisce e alla quale ha elargito i suoi doni.

3-  Questa è la nostra fede

Il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti; con la loro stessa esistenza nel mondo i cristiani sono infatti chiamati a far risplendere la Parola di verità che il Signore Gesù ci ha lasciato. L’Anno della fede, in questa prospettiva, è stato un invito ad un'autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo e alla Chiesa Popolo di Dio in cammino quale sacramento di Cristo nel mondo. Nel mistero della sua morte e risurrezione, Dio ha rivelato in pienezza l'Amore che salva e chiama gli uomini alla conversione di vita mediante la remissione dei peccati nella gioia del perdono.

Per l'apostolo Paolo, grazie alla fede e al battesimo l’uomo viene introdotto in una nuova vita e in una comunità di fratelli: la Chiesa corpo di Cristo animata dalla carità. In quanto corpo di Cristo, la comunione è l'anima della Chiesa. La fede in Dio Trinità ci dice che la comunione è possibile ed è un dono che accogliamo da Lui; è grazia e non la somma dei nostri sforzi o il frutto delle nostre buone volontà. Ciò che ci fa diventare costruttori di comunione è prima di tutto il credere all'amore di Cristo, che ha dato il suo sangue per ogni uomo e donna. Ciò significa vivere la comunione come un'esigenza oggettiva della nostra fede, uniti a tutta la Chiesa universale, e senza cadere in arbitrarie selezioni di persone e di compiti ecclesiali. La Chiesa è una: nonostante la diversità di popoli e culture; ci sono vincoli di unità, quali la professione di fede, la celebrazione comune dei sacramenti, la successione apostolica. Sappiamo che ci sono ferite che hanno provocato scismi, come quello con la Chiesa Ortodossa, Protestante o Anglicana. La Chiesa è santa perché santo è il suo fondatore e perché essa stessa strumento di santificazione, nei sacramenti.

La Chiesa è cattolica, cioè universale perché in essa è  pienamente presente Cristo e perché la missione della Chiesa è per tutto il genere umano. Ogni Chiesa locale esprime le caratteristiche della Chiesa universale, unita a quella di Roma che “presiede nella carità”.

La chiesa è presente poi nelle parrocchie e in esse c’è una ulteriore presenza speciale della Chiesa: la famiglia piccola Chiesa o Chiesa domestica. Ogni parrocchie è e dovrebbe sempre più essere una famiglia di famiglie.

4- La Chiesa domestica

La famiglia cristiana è stata chiamata dal Concilio Vaticano II “Chiesa domestica”.  E’ giusto sottolineare  tre analogie fondamentali tra la Chiesa e la famiglia. Come la Chiesa, anche la famiglia è: Vocazione - Mistero - Ministero.

a)  Famiglia come vocazione

Come la Chiesa, la famiglia è una comunità di chiamati dall’amore di Dio alla santità, a fare l’esperienza di un amore più grande. Il Signore chiede agli sposi cristiani di amarsi di un amore che renda presente l’amore di Cristo per la sua Chiesa e per l’umanità (Ef 5,23): amore fedele, irrevocabile, amore misericordioso e gratuito, amore crocifisso, amore aperto a tutti. Dio non chiede nulla senza donare ciò che chiede: Lui ama per primo e ci mette sempre in condizioni di rispondere, se lo accogliamo e diciamo il nostro “sì” fidandoci pienamente di Lui.   L’amore coniugale è partecipazione alla vita trinitaria, è segno dell’amore con cui il Padre e il Figlio si amano, un amore così forte che diventa persona (Spirito Santo) ed è l’amore, la fonte dell’indissolubilità del Matrimonio Sacramento. Questa unione non è un impegno legale, ma una realtà mistica: le Tre Persone abitano il cuore di chi crede e rendono possibile una fedeltà senza ripensamenti se Dio è la fonte perenne ed inesauribile del nostro amore. Il matrimonio è cammino verso questa pienezza: come ogni cammino finirà, ma camminando avremo imparato ad amare. Ogni credente vive un rapporto di coniugalità con l’Assoluto e lo costruisce nella preghiera personale. Ai coniugi sono anche chiesti momenti di preghiera di coppia e di famiglia, perché, come l’amicizia si costruisce con la presenza, con il dialogo, così l’amicizia con Dio si costruisce con la preghiera  e la vita sacramentale che sono il dialogare con DIO.


b)  Famiglia come mistero

Il “mistero” che la famiglia vive in analogia con il mistero della comunità ecclesiale, è l’essere segno e strumento dell’amore che salva. Non sempre la famiglia è ciò che dovrebbe essere, ma conosce momenti di amore e di peccato, di slancio e di arresto, come la Chiesa nel suo cammino verso la Salvezza. E’ la fedeltà di Dio l’unica fonte di speranza. Per l’una e per l’altra,( chiesa e famiglia) nonostante ogni cedimento, rimangono punto fermo i Sacramenti, con i quali si è fortificati ed arricchiti dalla vita di Cristo che ci viene donata. La Chiesa genera, educa, edifica la famiglia cristiana; questa, a sua volta, genera e cresce figli. I figli sono mistero per i genitori, come sono mistero per la Chiesa i suoi figli. La famiglia, come la Chiesa, è sollecita verso ogni figlio, lo segue, lo ama, lo educa, desidera che sia fedele, ma è impotente di fronte ai suoi rifiuti, di fronte al suo allontanamento. Sia la Chiesa che la famiglia devono primariamente avere la capacità di vivere di accettazione, di attesa orante, di accoglienza, di perdono. Modello di questo è Gesù che chiede al Padre di perdonare coloro che non sanno quello che fanno e a Maria di accettare in Giovanni tutti gli uomini, anche chi lo stava uccidendo. Egli continua a chiedere questo a noi, oggi: amore, fedeltà, perdono.

c)  Famiglia come ministero

La famiglia è piccola Chiesa nel suo “ministero”: è comunità di persone chiamate al servizio del mondo. Solo l’amore vero, autentico è un amore aperto a tutti, non chiuso nella piccola cerchia delle mura domestiche, concentrato solo su se stesso, ma aperto e attento ad un orizzonte più ampio.

L’amore che non viene messo al servizio degli altri è un dono destinato a svilirsi, perché è un “egoismo a due” contrabbandato come amore. In base a come si intende e si vive l’amore, il matrimonio esiste o cessa di essere o si interrompe. Spesso la nostra vita è come una strada soggetta a smottamenti. Per riparare una strada si rifà il terrapieno; per ristabilire l’amore si vive il Sacramento della Riconciliazione perché il perdono rifà nuove tutte le cose. La qualità dell’amore determina anche il rapporto con i figli.  Una forzata ed esasperante progettualità su di loro diventa egoismo, perché i genitori a volte dimenticano di essere solo custodi, animatori della loro vita, mai padroni. I figli sono fratelli nella fede, esseri liberi e misteriosi affidati ai genitori, perché diventino adulti secondo i loro talenti. E’ egoismo pretendere o dare per scontato che i fratelli a priori si debbano voler bene l’un l’altro o che siano generosi con gli amici; impareranno a volersi bene e ad essere generosi solo dopo una lenta opera di testimonianza vissuta, che insegnerà loro a riflettere e a scegliere.  La famiglia ricca di fecondità è quella che esce dai limiti della sua casa, si apre alle altre coppie, ai problemi, alle gioie, alle sofferenze degli altri, ai bisogni di giustizia, di solidarietà di tutti, è attenta ai piccoli, ai poveri e fonda il suo essere in Dio Padre dispensatore di ogni bene, è la famiglia che ogni giorno costruisce pazientemente l’amore che vive e in cui crede anche nei piccoli gesti.

Nella comunità cristiana la famiglia porterà il suo stile di accoglienza, di calore, di perdono, e dallo stile della liturgia nella quale sempre e dovunque la comunità si manifesta e rende grazie al Signore, imparerà il mistero della Provvidenza, il valore insostituibile della gratitudine, sarà capace di uno sguardo di benevolenza verso tutti i fratelli, imparerà a rendere grazie per le presenze e le diversità, per le piccole e grandi realtà quotidiane con le loro luci e con le loro  ombre, vivrà la grazia e la gioia del perdono.

Momento di scambio e dialogo comune

Domande per il singolo

1.   Davanti a uno che dice “Cristo sì, la Chiesa no”, fino a che punto sono disposto/a a testimoniare che io “credo la santa Chiesa cattolica”?

2.   Come reagisco alle obiezioni alla santità della Chiesa? Come posso far cogliere il mistero della Chiesa a chi non lo conosce?

3.   Mi sforzo di cogliere il mistero di Chiesa presente nella mia comunità parrocchiale con tutti i limiti che riconosco?


Domande per la coppia

1. Siamo più stupiti o spaventati dal fatto che Dio paragona il suo rapporto con la Chiesa a quello della coppia, quindi della nostra coppia? Che cosa ci stupisce e cosa ci spaventa?

2. Siamo consapevoli che siamo chiesa domestica e che siamo vocazione, mistero e ministero? Quali gesti compio, in famiglia, perché si possa sperimentare che è “Piccola Chiesa”? (perdono - preghiera - servizio - accoglienza -  speranza - ecc.)

3. Le fragilità, le imperfezioni, le incomprensioni che viviamo tra noi sono simili a quelle che si vivono nella Chiesa: ci sforziamo di vivere nella preghiera anche questi “limiti”? Nei confronti dell'altro/a e della nostra comunità, abbiamo uno sguardo fatto di stupore e di accoglienza, di umiltà e di affetto, di dedizione appassionata e fedele?

Domande per il Gruppo familiare

1. Quali punti della dottrina della Chiesa “una, santa, cattolica” troviamo difficili da accettare e cosa facciamo per riuscire ad osservarli anche se ci costa fatica?

2. Qual è il nostro sguardo nei confronti della parrocchia in cui viviamo: la vediamo più come istituzione, organizzazione burocratica, struttura di solidarietà e beneficenza, agenzia educativa... o è altro?

3. È palese, dalle scelte che fa e dai progetti che ha, la sua origine trinitaria? Come possiamo aiutarla, in quanto famiglie, ad essere famiglia di famiglie?

Concludiamo pregando

(Credo nel popolo di Dio, Professione di fede pronunciata da papa Paolo VI il 30 giugno 1968 alla chiusura dell'Anno della fede e nel diciannovesimo del martino dei santi Apostoli Pietro e Paolo)

Noi crediamo nella Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro.  

Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza.

È con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del Mistero della Morte e della Risurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione.

Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della sua santità.

Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo e il dono dello Spinto Santo.

Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica.

Noi nutriamo la speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l'unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore. 

 

Vivere la fede

Organizziamo un incontro col parroco nelle nostre case per condividere i contenuti di questo incontro e decidere insieme cosa può fare la nostra famiglia per sentirsi corresponsabile della comunità, chiesa domestica nel senso pieno del termine.

 

 

 

 

 

                                                                    

sabato 17 novembre 2012


Parrocchie di San Rocco e San Lorenzo martire

Parrocchia Comunità in Cammino nella Comunione

Nel mese di settembre la vita della parrocchia si ricompone nella ricerca di crescita nella propria identità e nell’impegno di qualificare sempre meglio le proprie espressioni: nella chiesa locale si è chiamati ad essere - in prospettiva di insieme - segno e strumento della comunione degli uomini con Dio e degli uomini fra di loro. Le tematiche che riguardano la parrocchia sono molte: su quali pilastri costruire la vita parrocchiale, come rivalorizzare e rivitalizzare le sue strutture, come attrarre nuovi animatori disposti ad un impegno di collaborare attiva con le strutture parrocchiali, con quali iniziative aiutare chi si accosta ai sacramenti per riceverli con frutto per  la crescita spirituale, come rendere la nostra comunità parrocchiale scuola di fede e di liberazione dagli incombenti mali di oggi, in che modo prendersi cura dei suoi aspetti caritativi e liturgici, in quali condizioni ha possibilità di incidere sul mondo in cui è collocata, in quale rapporto  si colloca con la società contemporanea. Dovendo portare attenzione sulla dimensione-base necessaria all’inizio del nuovo anno pastorale, è opportuno concentrarsi su un solo argomento: l’importanza della comunione in parrocchia. E’ qui infatti che si trova anche la radice della sua crescita spirituale, della fecondità del suo impegno di evangelizzazione, della sua incidenza storica e sociale.

Il senso della comunità

Sono  di per sé una risposta ed un valido aiuto le espressioni che il Magistero riserva alla parrocchia per definirne il cammino. Papa Paolo VI°, dopo aver affermato "che la sorte della evangelizzazione è certamente legata alla testimonianza di unità data dalla Chiesa", sottolineava - nei riguardi della parrocchia - "che ogni azione è prospera ed efficace se è unitaria", per cui se "prima si chiedeva alla parrocchia che si radunasse per la Messa della Domenica, adesso da essa si esige che sia unita in forma permanente, e che abbia in grado superiore il senso della comunità. Allora non è sufficientemente coltivata la norma, l’ansia per la comunità". Giovanni Paolo II°, in un incontro con  gli animatori di pastorale parrocchiale provenienti dai cinque continenti, dava questa prospettiva: "Oggi la parrocchia può vivere una nuova e grande stagione. Spesso smarrito e disorientato, l’uomo contemporaneo cerca la comunione. Avendo non di rado visto frantumarsi o disumanizzarsi il suo contesto sociale, anela ad una esperienza di autentico incontro e di vera comunione. Ebbene, non è questa la vocazione della parrocchia, di essere cioè una casa di famiglia, fraterna ed accogliente, una fraternità animata dallo spirito di unità, la famiglia di Dio in un posto concreto. La parrocchia non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio: ma riscoprirsi comunità. Cristiani non si è da soli. Essere cristiani significa credere e vivere la propria fede insieme ad altri e così essere chiesa".Tenendo presente che nelle grandi parrocchie i vari gruppi diversificano gli aspetti di vita ecclesiale, Paolo VI° suggerisce questa bella immagine: "Questa evoluzione della parrocchia che si esprime in piccole comunità e gruppi ci fa pensare ad una comparazione: quella del concerto vocale e strumentale. Ognuna delle piccole comunità (o gruppi) è un po’ differente dalle altre, come le voci e gli strumenti. Però tutte ed ognuna, per essere autenticamente chiesa, devono essere molto attente di rimanere in comunione"

La forza coesiva della carità

Una descrizione di una autentica realtà ecclesiale presente in un determinato posto è fatta da Paolo VI° visitando la parrocchia di Maria Consolatrice in Roma. "Come si chiama questa forza coesiva atta a tenere insieme il corpo ecclesiale? Lo sanno tutti: si chiama carità. E’ la grande legge costitutiva della chiesa. Sono uniti i fedeli nell’amore, nella carità di Cristo? di certo questa è una parrocchia vitale; qui c’è la vera chiesa; giacché è rigoglioso allora il fenomeno divino-umano che perpetua la presenza di Cristo fra noi. Sono i fedeli insieme unicamente perché iscritti nel libro dell’anagrafe o sul registro di battesimo? Sono aggregati solo perché si trovano, la Domenica, ad ascoltare la Messa, senza conoscersi, facendo magari di gomito gli uni contro gli altri? Se è così, la chiesa non risulta, in quel caso, compaginata; il cemento che di tutti deve formare la reale, organica unità, non è ancora operante. Ricordate le parole solenni di Cristo. Vi riconosceranno veramente per miei discepoli, autentici seguaci e fedeli, se vi amerete gli uni gli altri: se ci sarà questo calore di affetti, di sentimenti: se vibrerà la simpatia voluta più che vissuta, creata da noi, più che spontanea, con quella larghezza di cuore e quella capacità di generare Cristo in mezzo a noi, derivanti, appunto, dal sentirci uniti in Lui e per Lui.” Che cosa sarebbe infatti una comunità senza la carità? Che cosa sarebbe se non attuasse quello che il Concilio ha chiamato la legge del nuovo popolo di Dio: il precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati? Che cosa sarebbe senza la piena comunione con i vescovi ed i sacerdoti? Questa carità inoltre deve farsi visibile. Essa deve permeare ed ordinare tutti gli aspetti propri della comunità, in modo che la vita spirituale sia capace di unire l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

Corresponsabilità ecclesiale

L’impegno di "edificare la chiesa" è compito di tutti. Non tutti lo compiono allo stesso modo, ma secondo vocazioni, doni, carismi, diversi e con varietà di servizi e di attività; ma tutti sono chiamati a compierlo nell’amore che tutto crede, tutto sopporta, tutto giustifica. Esortava San Paolo le prime comunità di credenti: "Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato.  Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l'insegnamento, all'insegnamento; chi l'esortazione, all'esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda.” (Rom. 12, 3 e ss.).C’è una distinzione di servizio e di grazia tra il ministero sacerdotale e l’impegno laicale: ma l’uno e l’altro concorrono - organicamente - ad attuare il disegno di Dio sulla umanità. Il rapporto fraterno fra tutti conduce più profondamente alla ricerca della concordia e a far sì che ogni carisma ed ogni attività venga esercitato in accordo con coloro che presiedono nella chiesa. Il cammino ecclesiale richiede, certo, dedizione di cuore e di opera, con unità di intenti e con ricerca di organicità di disegno: ma chi vive l’impegno ecclesiale ha la certezza di essere chiamato ad un progetto di grande significato, come umile e necessario strumento dell’Unico Architetto e Costruttore che ha affermato "Io edificherò la mia Chiesa".In questo senso si può affermare che la parrocchia attua, o è chiamata ad attuare,  la presenza di Gesù in mezzo ai suoi fedeli e in tal modo, lo stesso popolo cristiano diventa, si può dire, sacramento, segno sacro della Presenza del Signore.

Come in una famiglia

La comunità, nel suo senso più profondo, è costituita dall’unità dei credenti con Gesù e tra di loro. Questa unità - parola-chiave dell’insegnamento della chiesa nata dal Concilio - il Papa ed i Vescovi l’hanno posta più volte a base della vita che si svolge in parrocchia. Gesù prega "perché siano una cosa sola. Come Tu, Padre, sei in me e Io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato" (Gv 17,21).Con queste parole Gesù ci ha suggerito - come dice il Vaticano II° - "una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità". La luminosa vocazione della comunità parrocchiale, è di sforzarsi di divenire in se segno-strumento visibilile di quella famiglia di Dio in un determinato tempo e luogo, capace di fondere insieme tutte le differenze umane dell’essere e dell’agire.

La parrocchia “Comunità di Credenti in Cristo”, potrà così far risplendere in qualche modo il volto del Risorto  in se ed esercitare un’azione efficace e credibile nei confronti delle anime da avvicinare al Vangelo.  Coloro che prima di noi hanno contribuito ad edificare passo dopo passo la comunità con opere materiali e spirituali e che ora, realtà della Chiesa Celeste pregano per tutti noi,  per la riuscita del nostro cammino di popolo di Dio in San Rocco e San Lorenzo, sono per  noi oggi, esempio, “memoria”  della fede e degli impegni vissuti, e dalla comunità sentiti in un rapporto fraterno in  cui essi restano e sempre saranno parte attiva per la riuscita del disegno di Dio sulla comunità e per l’umanità, disegno che invita tutti gli uomini oggi, allora e sempre ad essere un'unica famiglia nella verità e nella carità per mezzo dello Spirito, in Cristo, a lode e gloria di Dio Padre.  

                                                                                               m.z.

mercoledì 31 ottobre 2012


PARROCCHIA E FAMIGLIA

DAL DIALOGO ALLA CORRESPONSABILITA’

 

 

 

Premessa

 

Il tema in esame, ad una prima lettura superficiale sembrerebbe richiedere dei suggerimenti su come far interagire i due soggetti in questione: la famiglia e la parrocchia; o meglio ancora su come porre in atto una sinergia che veda insieme la pastorale familiare e quella parrocchiale.

            Mi sembrerebbe una riflessione che rischia di risolversi in qualche buon consiglio di carattere organizzativo e di valore estremamente limitato nel tempo e nello spazio, oltreché di grande debolezza. Infatti la pastorale parrocchiale ha una tradizione consolidata con una struttura delineata (vedi aspetto catechistico-liturgico-sacramentale, con la figura del presbitero al centro), anche se mostra i segni di grandi fatiche ed è in costante ricerca di rinnovamento; dall’altra la pastorale della famiglia che ha fatto i suoi primi passi negli anni ’70 quando sono iniziati i primi segni di difficoltà (referendum sul divorzio 1974 e legge sull’aborto 1978).

            Prima di allora si dava per scontata la “tenuta” della famiglia, ed era collaudata una sua integrazione con l’organizzazione pastorale della parrocchia. Ora dopo questi 30 anni la pastorale familiare contempla al suo attivo i “corsi di preparazione al matrimonio” obbligatori e più o meno ritoccati in questi anni e, dove si è riusciti, qualche iniziativa per le giovani coppie; l’istituzione di gruppi sposi e un appuntamento annuale - dove si fa - di festa diocesana della famiglia.

            Per il resto una valanga straordinaria di indicazioni pastorali del magistero che non trovano attuazione nella vita ordinaria della parrocchia. Una pastorale familiare perciò che vede la famiglia come oggetto passivo coinvolta per ricevere servizi che vengono offerti e non pensata come soggetto; con la ritornante motivazione che non è matura, non è preparata, che le coppie disponibili sono poche.

            Tale impostazione è comprensibile perché nella mentalità e nel vissuto ecclesiale (e ancor più in quello sociale) la tipologia dei soggetti chiamati ad interagire si ferma a due: da una parte la singola persona e dall’altra la comunità (parrocchia, società civile, aggregazione, club) con la conseguente impostazione pastorale che vede il rapporto articolato tra parroco e fedeli, parroco e gruppi di vario genere. È la stessa modalità che noi vediamo frequentemente nelle pubblicazioni di tipo pastorale o sociale, dove la famiglia sembra essere chiamata in causa o per le persone che la compongono, o perché fa parte di una comunità, ma non in virtù della propria identità. Ora, la famiglia, cioè la coppia sposata, comprensiva di figli desiderati e/o presenti, non è assolutamente riconducibile al fatto di essere solamente una somma di due persone o più, né è identificabile con la comunità, qualsiasi essa sia. La famiglia ha una sua identità-soggettività con connotazioni originali proprie ed esclusive e totalmente diversa e distinta dai due soggetti di diritto sopradescritti (persona-comunità):

-    è un soggetto unitario nel quale la reciprocità uomo-donna diventa “una caro”;

-  è una comunità intergenerazionale con relazioni di “sangue”, parentali, che si esprime in interdipendenza, trasversalità di valori, di esigenze, di funzioni e di ruoli;

-   ha una sua continuità: la famiglia non è mai qualche cosa di isolato nel tempo. Ha sempre un prima (di chi ha generato) e un dopo (di chi cresce e si riproduce), è quindi una realtà dinamica in continuo divenire dove avviene una continua integrazione di passato presente e futuro;

-  ha un suo codice di vita, quello dell’amore, che la qualifica in modo originale in tutto il suo percorso, positivo e/o negativo;

-   per noi cristiani c’è poi una “novità” che rilancia la soggettività sopra descritta con: “la dignità sacramentale del matrimonio”.

(1).Lo stesso evolversi storico della famiglia in modalità diverse, accentuando l’uno o l’altro aspetto, non ne ha modificato la sostanza

(2). È per questo motivo che la Familiaris Consortio definisce la famiglia una “società che gode di un diritto proprio e primordiale”, e per tale motivo la società e lo stato sono “gravemente obbligati ad attenersi al principio di sussidiarietà”-

(3). Noi rischiamo di chiedere allo stato e alla società civile di riconoscere la priorità della soggettività della famiglia prima ancora di averla attuata noi nelle nostre parrocchie.

 

- Che dire perciò del rapporto parrocchia-famiglia?

Sappiamo storicamente che la famiglia, pur nelle varie modalità assunte storicamente, era nella società e nella Chiesa, una struttura molto forte, coesa e influente: un soggetto di azione sociale economico e religioso così affermato da reggere gli stessi travolgenti passaggi critici della storia. Lo stesso organizzarsi della pastorale nel tempo non poteva che dare per scontata questa soggettività forte (pur con le sue fatiche, debolezze, contraddizioni) ed offrire un servizio di sostegno, aiuto e integrazione al ruolo da essa svolto. L’articolarsi della pastorale per fasce di età (ad esempio inizialmente con il catechismo dei bambini e poi via via negli anni fino a quello degli adulti) era, nella maggior parte dei casi, un collocarsi accanto alla famiglia per contribuire a completare e perfezionare una formazione religiosa, ma senza che cessasse il dialogo tra la comunità e la famiglia con il suo ruolo riconosciuto. In questi ultimi decenni la situazione è radicalmente cambiata: la famiglia, nella maggior parte dei casi, non è più così. Eppure si continua a dare per scontata una certa forma dell’istituto familiare. Viene inevitabile la domanda:

     Viene messo in atto un processo formativo e responsabilizzante perché essa possa svolgere il suo ruolo?

            Non sono mancati in questi anni tentativi (anche se limitati) di singole diocesi o parrocchie che, per la creatività di parroci di buona volontà, hanno realizzato nuove forme di collaborazione, che vedono la famiglia maggiormente coinvolta nella parrocchia e parrocchie più attente alla famiglia. Ma queste innovazioni rischiano di essere più legate al carisma delle persone che alla prassi pastorale ordinaria.

            Credo che il confronto-incontro tra parrocchia e famiglia, non possa esprimersi solo nel promuovere qualche iniziativa in più “per” la famiglia, salvo poi raccogliere frequenti delusioni, o nel partire dal capitolo della pastorale per famiglie cosiddette irregolari.

            Mi sembra invece che la domanda più profonda e ultima che viene posta da questo titolo sia:

perché questa interazione delle due pastorali?

Quale l’obiettivo finale?

Chi sono i soggetti pre-pastorali che sono chiamati ad interagire e perché?

La risposta a quest’ultima domanda farà luce anche sulle due precedenti e illuminerà il tema che si  sta affrontando.

            I due soggetti in questione sono i presbiteri e gli sposi.

È vero che la pastorale parrocchiale non coincide con il suo parroco, ma è altrettanto vero che per il ruolo che gli è conferito per l’ordine sacro e per la collaudata esperienza in atto, chiedere il dialogo alla pastorale parrocchiale significa primariamente chiederlo al sacerdote. Facciamo però attenzione che non ci chiediamo come costruire relazioni tra sacerdoti e sposati perché, per grazia di Dio, ci sono testimonianze di legami profondi tra essi, fino alla costruzione di significative amicizie e di buone collaborazioni pastorali. Ma non è certamente questa la radice, anche se è un’ottima condizione, per una nuova progettazione della pastorale che veda interagire sacerdoti e sposi in virtù del dono-missione che scaturisce dalla loro rispettiva identità sacramentale. Solo a questo punto saremo in grado di stabilire il dialogo tra la soggettività della famiglia e la comunità parrocchiale.

 

1. Ordine e matrimonio alla luce del Magistero

 

Innanzitutto va detto che ci troviamo in una situazione “sbilanciata”. Per motivi storici, culturali e sociali, ma anche ecclesiali, si è sviluppata una produzione teologica e pastorale abbondantissima e curata riguardo il ministero ordinato, rispetto ad una riflessione meno articolata sul matrimonio e sul ministero (o servizio o compito) originale degli sposi proprio in forza del sacramento che hanno ricevuto, cioè in quanto coppia e famiglia.

Questa situazione, di fatto, ci pone nella condizione di poter raccogliere molto materiale sul sacerdozio, mentre ci crea qualche difficoltà riguardo la teologia del matrimonio e il rapporto tra il ministero presbiterale e quello coniugale, chiamati ad essere per la comunità via privilegiata per la edificazione della Chiesa.

             In questo contesto sono significativi alcuni testi magisteriali che vi propongo.

            “L’ordine e il matrimonio significano e attuano una nuova e particolare forma del continuo rinnovarsi dell’alleanza nella storia. L’uno e l’altro specificano la comune e fondamentale vocazione battesimale e hanno una diretta finalità di costruzione e di dilatazione del popolo di Dio. Proprio per questo vengono chiamati sacramenti sociali”.

“Due altri sacramenti, l’ordine e il matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio”

. Lo stesso Catechismo degli adulti così titola la parte dedicata al sacerdozio e al matrimonio: I sacramenti per il servizio della vita comunitaria, spiegando poi che: “Abbiamo imparato a dire «padre» non solo a chi ci ha generato, ma anche al sacerdote. Due paternità, una biologica e spirituale, l’altra solo spirituale. Due sacramenti, il matrimonio che consacra la coppia e fonda la famiglia, l’ordinazione che inserisce nell’ordine o collegio di pastori: l’uno e l’altro direttamente finalizzati a formare e dilatare il popolo di Dio, l’uno e l’altro segno dell’amore sponsale di Cristo per la Chiesa”.

 

            Credo che bastino poche sottolineature ad evidenziare questi testi.

 

a) Ordine e matrimonio specificano la comune vocazione battesimale. Nulla è superiore al fatto di essere diventati “Figli di Dio” e poterlo chiamare col nome di Padre. Da questa dignità altissima che si condivide con tutto il popolo di Dio, “si scende” a servire, “a lavare i piedi”, specificandosi in un servizio che scaturisce da ciascuno dei due sacramenti.

b) Il sacramento dell’ordine è conferito ad una singola persona per il servizio; il sacramento del matrimonio per il servizio è dato ad una “unità di persone”: è la “relazione” che diventa sacramento.

c) Ambedue attualizzano in due modi essenzialmente diversi lo stesso realizzarsi della alleanza di Dio con l’umanità e di Cristo con la Chiesa. Sono “partecipazione e diversificazione” dell’unica sponsalità di Cristo con la Chiesa.

d) Ambedue sono chiamati con ministerialità diverse ad edificare, costruire il popolo di Dio. Cristo ha voluto due sacramenti per “costruire” la Chiesa e nessuno dei due sacramenti può pensare di costruire “Chiesa” da solo.

 

È necessario esplicitare un minimo di fondamento teologico di tale complementarietà tra il ministero ordinato e il matrimonio, che specifici la relazione di questi due sacramenti, come tali pari in dignità. L’intera Chiesa, in quanto “sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” realizza in molteplici stati di vita la propria realtà di Sposa dell’Agnello e deriva dall’unico mistero eucaristico, che essa ad un tempo realizza ed esprime. È dunque in riferimento all’unità sacramentale della Chiesa che dobbiamo percepire la complementarietà dei due sacramenti.

Nell’ambito di una ecclesiologia articolata è l’unico mistero pasquale di Cristo che si partecipa alla persona dei credenti in diversa modalità, ad un tempo soggettiva ed oggettiva, realizzando così l’intima partecipazione a Cristo dell’intera Chiesa, che “è il suo corpo” (Ef 5,23; Col 1,18).

Il mistero di Cristo morto e risorto dono alla persona umana il suo vero destino, unendolo a sé nella relazione misterica e reale del corpo mistico. Nel battesimo la persona umana attinge il suo significato più autentico e definitivo, corrispondente a quello iniziale della creazione, divenendo persona “cristiforme” ( testimonia San Paolo: “ non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me” (Gal. 2,20).

Nel realizzare la pienezza del suo corpo che è la Chiesa il Risorto dona alla sua sposa i doni necessari per realizzare la pienezza della sua natura, che coincide con la relazione stessa che essa – una, santa, cattolica ed apostolica, trova in Lui.

Il ministero ordinato tende per sua natura alla costituzione e santificazione di ogni credente, cioè al compimento della sua relazione con Cristo. Esso trova quindi nel “in persona Christi” la sua più autentica dimensione. Cristo stesso, nella forma sacramentale dei ministri – secondo il loro ordine e grado – realizza e compie per il suo popolo il mysterium salutis. Tale mistero è mistero di relazione sponsale, secondo la teologia dell’alleanza e dell’amore dell’Antico Testamento ripresa e rimeditata in chiave cristologica dal Nuovo Testamento, soprattutto da Giovanni, sia nel Vangelo, che nelle Lettere e nell’Apocalisse. Tale orizzonte sponsale fu recepito dall’intera patristica e si riversò come chiave ermeneutica nell’itinerario di santità che la tradizione ecclesiale ci trasmette. (L'ermeneutica è in filosofia la metodologia dell'interpretazione. La parola deriva dal greco antico ἑρμηνευτική (τέχνη), in alfabeto latino hermeneutikè (téchne), traducibile come (l'arte della) interpretazione, traduzione, chiarimento e spiegazione. Essa nasce in ambito religioso con lo scopo di spiegare la corretta interpretazione dei testi sacri). Così che “in persona Christi” viene a coincidere con “in forma Sponsi”. Il sacerdote esprime sacramentalmente la presenza di Cristo sposo della Chiesa.

In questa luce sponsale il matrimonio si colloca come luce che illumina e sacramentalmente esprime, compiendolo, il mistero nuziale di Cristo e della Chiesa. Cristo stesso, come e più che alle nozze di Cana, dice e compie se stesso, il proprio mistero di morte e risurrezione (il che ci rimanda alla radice battesimale) nella unità duale dell’uomo e della donna, nella verità del loro mysterium nuziale.( non più due, ma una sola carne. Marco 10:7 “I) Essi esprimono dunque, per l’intera Chiesa e per il corpo intero dell’umanità il mistero nuziale di Cristo, già in radice contenuto nell’atto creativo ed affondante la sua origine nel mistero stesso della Trinità, comunione ipostatica di Amore. (Nel Cristianesimo il concetto neoplatonico di ipostasi svolse un ruolo fondamentale nella formulazione della dottrina trinitaria: i caratteri specifici di Padre, Figlio e Spirito Santo furono definiti come ipostasi (sostanza personale), ma posti a un livello paritario e non più gerarchico. Il termine "ipostasi" fu così consacrato dal concilio di Calcedonia (451) che affermò l'esistenza in Cristo di un'unica ipostasi-persona in due nature: umana e divina). Così gli sposi compiono e testimoniano, secondo l’intima vocazione della natura del sacramento del matrimonio, la relazione stessa di Cristo con ogni uomo ed ogni donna credente. La loro “persona coniugale”, la loro intima unidualità sacramentale si esprime, a differenza del ministero ordinato, “in forma amoris sponsalis”. Gli sposi infatti esprimono sacramentalmente, nella loro unità sponsale, la relazione di Cristo con la Chiesa, pasquale e salvifica.

L’unico mistero e l’unica relazione con Cristo specifica, secondo due volti dell’unico mistero, che solo in Cristo si fonda e solo il Risorto vive nella pienezza dell’unità senza frammentazioni, due sacramenti che, vissuti nell’unità della sacramentalità della Chiesa, contribuiscono a dare alla Chiesa stessa il volto della sua pienezza. I due sacramenti sono su questa matrice partecipi, secondo volti e modi diversi, ontologicamente e sacramentalmente differenti, anche della missionarietà della Chiesa, secondo una diversa soggettività ecclesiale, ma costituendo entrambi, in quanto sacramenti, un elemento essenziale della missione. È in questo modo che essi contribuiscono a costituire quella “pienezza del suo corpo, che è la Chiesa” (Ef 1,21-23).

Sponsalità della persona umana e sponsalità della Chiesa si illuminano dunque a vicenda ed illuminano l’intima relazione tra i due sacramenti dell’ordine sacro e del matrimonio. E si comprende anche che qualcuno pensi alla loro relazione in chiave di una complementarietà che diviene reciprocità, poiché le due specificità non solo si completano, ma trovano l’una nell’altra un più pieno significato della propria identità.

 

Poiché entrambi costituiscono elementi essenziali dell’essere della Chiesa e della sua missione si comprende lo sforzo che qualche teologo realizza di ricondurli, secondo il dettato conciliare, all’unico mistero eucaristico, coincidente con l’identità ecclesiale, che essi esprimono. Secondo il Mazzanti infatti ordine e matrimonio derivano dall’unico mistero eucaristico, unitamente all’intera dinamica sacramentale della Chiesa, e ad esso riconducono.

 

Fermiamoci ora a contemplare i doni:

“I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, che proclamano autorevolmente la parola, che ripetono i gesti del perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col battesimo, la penitenza e l’eucaristia, che esercitano l’amorevole sollecitudine fino al dono totale di sé per il gregge che raccolgono nell’unità e conducono al Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito”.

Gli sposi sono, in virtù del sacramento del matrimonio “segno e riproduzione di quel legame che unisce il Verbo di Dio alla carne umana e il Cristo capo della Chiesa suo corpo nella forza dello Spirito”.

            “Per i battezzati il patto coniugale è assunto nel disegno salvifico di Dio e diventa segno sacramentale dell’azione di Grazia di Gesù Cristo per l’edificazione della sua Chiesa”.

            “Nell’incontro sacramentale Gesù Cristo dona agli sposi un nuovo modo di essere per il quale sono come configurati a Lui Sposo della Chiesa e posti in un particolare stato di vita entro il popolo di Dio”.

           

            Saper cogliere il dono straordinario che è dato all’uomo che è consacrato presbitero deve renderci simultaneamente capaci di cogliere il Mistero di Dio presente nel sacramento del matrimonio, la novità che inizia con il rito e permane nella vita degli sposi. Così scrive lo Scheeben: Il matrimonio cristiano, sta in relazione reale, essenziale, intrinseca col mistero dell’unione di Cristo con la Chiesa; ha la sua radice in esso, è intrecciato organicamente con esso, e quindi partecipa della sua natura e del suo carattere soprannaturale. Non è semplicemente il simbolo di questo mistero, o un esemplare che rimane fuori del medesimo, bensì una copia germogliata dall’unione di Cristo con la Chiesa, prodotta e impregnata della medesima, dato che non solo raffigura quel mistero, ma lo rappresenta in se stesso realmente, ossia mostrandolo attivo ed efficiente dentro di sé”.

            Si può concludere questa breve riflessione con le parole del Card. D. Tettamanzi: “Se questo è il profilo teologico, ben diverso è quello pastorale, perché il più delle volte la vita vissuta e la prassi pastorale non manifestano affatto la «pari dignità» dei sacramenti. Per questo la relazione tra i due sacramenti – ordine e matrimonio – da dato oggettivo deve diventare dato soggettivo, deve cioè entrare e stabilirsi nella coscienza, nella mentalità, nel costume, nell’agire concreto. Occorrerà poi allora iniziare pazientemente e coraggiosamente con il «restituire» nella prassi pastorale la rilevanza sacramentale al matrimonio, che – ripeto – non può essere pensato unicamente come un «dato naturale». In un certo senso è questione di «giustizia», di giustizia soprannaturale, che dev’essere assicurata da tutti: dagli sposi stessi, anzi tutto, e dagli altri, a cominciare dai presbiteri. Significativo al riguardo è l’appello rivolto da Giovanni Paolo II agli sposi: “Parafrasando S. Leone Papa non posso evitare di dirvi «Sposi cristiani, riconoscete la vostra eminente dignità!».

 

2. Ordine e matrimonio alla luce della prassi pastorale

 

Oltre alla differenza di approfondimento teologico che vede la teologia del sacramento del matrimonio e ancor più quella della famiglia molto meno sviluppata rispetto a quella del sacerdozio, possiamo dire che anche la pastorale, per altri motivi, mette in evidenza che il matrimonio sacramento e la famiglia sono “soggetto debole” rispetto al presbitero.

Questa lettura in parallelo dei due sacramenti non vuole assolutamente sminuire la diversità essenziale che esiste tra i due ed il ruolo totalmente diverso che hanno nella Chiesa e nella società, ma semplicemente prendere in esame la prassi pastorale a partire dal fatto che sono due sacramenti che dicono una presenza efficace di Cristo nella Chiesa per il mondo, per verificare se vi è espressa la stessa fede conseguente.

 

a) La preparazione al sacramento

 

            Nella preparazione al sacerdozio c’è un obiettivo preciso: far crescere un adulto nella fede perché “rispondendo alla chiamata ad attualizzare Cristo Pastore, sia reso capace di esprimere questo dono a servizio della comunità. L’obiettivo è di formare un soggetto attivo nella vita della Chiesa per il mondo”. Vengono messe in atto strategie educative perché il “chiamato” impari ad agire “in persona Christi”, a comportarsi in modo da testimoniare, far trasparire il “mistero di Cristo” che è in lui.

            Nella preparazione al sacramento del matrimonio quale obiettivo si propongono i “corsi”?

È una domanda indispensabile perché dalla definizione dell’obiettivo scaturiscono poi i modi, i tempi e i contenuti per realizzarlo.

Guardando la prassi, gli obiettivi che sembrano alternarsi sono:

a)     dare un minimo di preparazione per garantirsi come Chiesa la coscienza che non abbiamo dato un sacramento della fede a degli adulti senza far loro sapere che cosa fanno;

oppure

b)     non spegnere il “lucignolo fumigante” e tentare di recuperare culturalmente qualche elemento essenziale della fede;

c)     proporre un cammino di riconciliazione e riavvicinamento alla Chiesa offrendo un buon cammino di fede;

d)     ricordare le norme morali che sono chiamati a vivere gli sposi nel matrimonio.

 

Sono tutti obiettivi che stanno sotto la soglia della verità del matrimonio sacramento. Per esso infatti gli sposi sono chiamati a partecipare dell’amore sponsale che unisce Cristo alla Chiesa ed a testimoniarlo nella modalità laicale.

Sono chiamati ad essere un “soggetto ecclesiale” che è memoria, attuazione e presenza di ciò che è accaduto sulla croce.

Sono “trasportatori attivi” nelle strade del mondo, mediante la loro unione coniugale, del “mistero grande” (Ef 5,32): “soggetto sociale”.

            La domanda da porsi davanti ad una coppia che chiede il matrimonio in Chiesa è:

che cosa è chiamata a “diventare” con il sacramento del matrimonio?

 

La differenza con la preparazione al sacerdozio si manifesta lampante perché mentre i seminaristi rimangono in seminario con un obiettivo preciso verso cui tendere e tutto è finalizzato ad esso, chi va al corso per fidanzati quale finalità si trova proposta?

           

Anche per questo il Direttorio di pastorale familiare parlando della pastorale prematrimoniale arriva a scrivere che “essa si trova di fronte ad una svolta storica. Essa è chiamata ad un confronto chiaro e puntuale con la realtà e ad una scelta: o rinnovarsi profondamente o rendersi sempre più ininfluenti e marginali”.

 

b) Formazione permanente

 

Bastano pochi cenni per capire la diversità di impostazione tra il sacramento del sacerdozio e quello del matrimonio.

           Nel primo caso non si risparmia tempo, energia e passione per aiutare il presbitero fin dai primi anni a tenere viva la sua dimensione sacramentale, a ricordargli che pur nell’abitudine di ruoli e servizi egli è “segno visibile” di un mistero d’amore, di una presenza viva di Cristo nella Chiesa. (Ritiri, esercizi spirituali, incontri, appuntamenti, guide spirituali, fraternità sacerdotali, collaborazioni, letture, ecc.)

Per gli sposati nel Signore si perde di vista immediatamente la novità dell’essere stati costituiti sacramento; basta che ci sia un minimo d’amore che li fa rimanere insieme, riducendo la coscienza e la grazia sacramentale al solo dato naturale.

 

La dimensione sacramentale negli sposi proprio perché inerisce pienamente al dato umano ha bisogno ancora più di essere tenuta viva, fatta crescere, nutrita di Parola e di Pane eucaristico perché sono stati chiamati ad annunciare Cristo. Proprio perché la vita stessa di coppia è segno sacramentale della “presenza e testimonianza della grazia del Salvatore, che purifica, rinnova ed eleva la realtà umana” dovrà essere tenuta più viva la dimensione sacramentale.

 

c) Ruolo dei due sacramenti nella prassi pastorale

 

            Il ruolo del presbitero è ormai precisato e consolidato anche se non mancano fatiche nell’esercizio di ciò che è specifico del sacerdozio e di ciò che è gestione di una organizzazione necessaria. Per quanto riguarda il matrimonio, accanto ad enunciati magisteriali non vi è questo approfondimento del ruolo specifico che scaturisce dal sacramento e ancor meno la sua affermazione nella prassi.

            Oltre a ciò va fatta un’altra osservazione. La parola “Pastorale”, senza cattiva volontà di nessuno, è finita per essere intesa nel vissuto comune come “tutto ciò che si fa attorno alla parrocchia o al presbitero”.

Per questo proporre a degli sposati di collaborare nella pastorale è immediatamente sinonimo dell’aver tempo (poco o tanto) da dare per l’attività che si svolgono in parrocchia. È certo che la parrocchia ha un suo posto importantissimo, ma se prendiamo tante affermazioni del Concilio riscopriamo che è tutta la comunità, in tutti i suoi membri, che sono soggetto pastorale là dove vivono e operano.

“Pastorale” è il rendersi presente ora di Cristo Pastore risorto mediante il suo corpo (la Chiesa, comunità di credenti), per salvare, per lavare i piedi, per incontrare, per illuminare, per andare a pranzo con Zaccheo, per offrire il suo Corpo, la sua Riconciliazione.

In questo orizzonte c’è uno straordinario spazio “pastorale”, non solo in parrocchia, ma anche fuori per tutti gli sposi che nel loro vissuto normale possono essere “presenza di Cristo” che ama, costruttori di relazioni, costruttori di Chiesa che vive nel territorio.

 

d) Visione riassuntiva

 

            Se vogliamo condensare questa diversità tra ordine e matrimonio nella prassi pastorale potremmo dire che i sacerdoti, per il sacramento ricevuto, sono sempre pensati e attivati come “soggetto, risorsa per la vita della Chiesa”. Anche se talora mostrano nel vissuto difetti o contraddizioni rimangono a pieno titolo una “risorsa”. Dall’altra parte il sacramento del matrimonio è considerato come un “oggetto della pastorale” e rischia di rimanere tale. La famiglia è convocata per circostanze (inizio della catechesi, prime comunioni, cresime, ecc.) ma non è considerata parte organica e strutturale alla vita della parrocchia, è più vista nell’ottica del costituire un “problema” piuttosto che una risorsa pastorale. Molto spesso abbiamo progettazioni pastorali che non tengono in nessun conto la presenza e il ruolo sacramentale del matrimonio e la sua specificità viene diluita nella dizione “laici” fino a scomparire.

            Alla luce della prassi si possono elencare diverse iniziative o comportamenti o celebrazioni che dicono la fede della comunità cristiana nel sacerdozio e dall’altra parte non intravedo, nell’insieme dei gesti della stessa comunità, ma che dicano la fede nel sacramento del matrimonio (solo qualche volta la celebrazione del rito), che mostrino attenzione al mistero di Cristo che in esso si manifesta. Sembra che tutto sia solamente un dato umano che non ha bisogno di “fede” per essere compresa, aiutata, valorizzata come “risorsa” per l’evangelizzazione e la pastorale.

 

3. Dal dialogo alla “Complementarietà” tra il Ministero ordinato ed il “servizio specifico” che scaturisce dal sacramento del Matrimonio

 

            Innanzitutto vorremmo fare alcune precisazioni circa le parole usate.

            Complementarietà” non significa che ciascuno dei due sacramenti è in sé incompleto o inefficace senza la presenza dell’altro, ma che ambedue sono complementari in ordine al fine che si propongono:

tutti e due sono doni essenziali, costitutivi e permanenti per la costruzione del Regno.

 

Mentre ciò viene immediatamente in evidenza per il sacerdozio, non sembra altrettanto per la dimensione sacramentale del matrimonio.

Non basta che sia “celebrato” il sacramento del matrimonio per dirne tutta la verità e il significato, ma va promosso nel suo significato costitutivo.

            Così scrive il Card. Tettamanzi: “Per questo il ministero della coppia cristiana nella Chiesa deve dirsi ordinario e permanente: ordinario non certo nel senso di secondario o marginale, ma nel senso di ministero connesso con la struttura stessa della Chiesa e quindi come elemento essenziale e costitutivo della Chiesa; e permanente, non solo e primariamente in rapporto alla singola coppia il cui ministero è permanente in quanto connesso con uno stato stabile di vita, ma anche e soprattutto in rapporto alla Chiesa come tale, nella quale il ministero coniugale è qualcosa di costitutivo e perciò stesso ineliminabile”.

            L’altra precisazione che va fatta è attorno alla parola “ministero” usata per gli sposi.

Vi è una diversità di opinioni teologiche. Da una parte chi preferisce non usarla, perché più specificatamente legata al sacramento dell’ordine. Dall’altra un costante uso che se ne è stato fatto nel Magistero, particolarmente nella Familiaris Consortio. Ma al di là degli approfondimenti teologici il dato è certo e inequivocabile: dal sacramento del matrimonio scaturisce una missione, un compito originale e specifico degli sposi nella Chiesa e nel mondo.

            La deliberazione conclusiva dei Vescovi italiani del 1975 affermava

 “Insieme al sacramento dell’ordine, il matrimonio è costante punto di riferimento per l’edificazione e la vita della comunità cristiana”.

 

A queste affermazioni fanno eco quelle del Convegno Ecclesiale di Palermo (1995) che così si esprime nella sintesi conclusiva del quarto ambito sulla famiglia:

“Esplicitare il ministero coniugale e rendere più cosciente la famiglia dei suoi compiti. Gli sposi, in quanto ministri del sacramento, sono portatori di una specifica ministerialità, che si manifesta nella vita della famiglia (nella fedeltà, fecondità, comunione, educazione) e che li rende vero soggetto protagonista della vita ecclesiale e sociale, in quanto dotati di un carisma particolare”.

            Come si realizza questo “insieme”?

a)     È solo un accostarsi rispettoso, un dialogo o c’è una organicità di relazione in ordine alla Chiesa e al suo essere nel mondo?

b)     È per organizzarsi pastoralmente o c’è un dialogo tra le identità per poi armonizzarsi per la missione?

           

Per non formulare ipotesi pastorali fantasiose propongo una strada sicura sotto il profilo magisteriale. La Presbiterorum Ordinis descrive tutto il ministero specifico del presbitero secondo i “tria munera”.

Il documento post-sinodale Familiaris Consortio così esprime per sintetizzare il compito della famiglia:

“Perciò la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come immagine e partecipazione del patto di amore del Cristo e della Chiesa, renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore del mondo e la genuina natura della Chiesa, sia con l’amore, la fecondità generosa, l’unità e la fedeltà degli sposi che con l’amorevole cooperazione di tutti i suoi membri. Posto così il fondamento della partecipazione delle famiglie cristiane alla missione ecclesiale, è ora di illustrare il suo contenuto nel triplice e unitario riferimento a Gesù Cristo Profeta, Sacerdote e Re, presentando la famiglia cristiana come: comunità credente ed evangelizzante, come comunità in dialogo con Dio, comunità a servizio dell’uomo”.

            Va precisato che la triplice configurazione a Cristo Profeta, Sacerdote e Re per gli sposi acquisisce per la grazia del sacramento del matrimonio una specificazione di quello battesimale. Per la “ comunione di persone” dei coniugi queste tre dimensioni assumono una modalità ed un contenuto specifico nuovo che è dato dalla vita stessa di coppia. Perciò il servizio e la testimonianza di uno/a sposato/a non è solamente quello di un laico qualsiasi, ma di chi è stato segnato da una grazia e da una missione propria e originale.

Come esplicita la Familiaris Consortio: “La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè al servizio della Chiesa e della società se stessa, nel suo essere ed agire, in quanto intima comunità di vita e di amore”.

            Una lettura sinottica dei “ tre doni” (sacerdotale, profetico e regale) nell’ordine e nel matrimonio, metterà in evidenza come famiglia e sacerdote possono far crescere l’autentica comunità cristiana che vive in un territorio.

 

Ø Dimensione profetica

 

Il sacerdote per il sacramento è costituito maestro autorevole nell’annuncio. Così si esprime il Concilio: “I presbiteri in quanto cooperatori dei Vescovi hanno come primo dovere quello di annunciare a tutti il Vangelo di Dio, cosicché, seguendo il mandato del Signore: ‘Andate nel mondo intero e predicate il Vangelo a ogni creatura’ (Mc 16,15), possono costituire e incrementare il popolo di Dio”.

L’annuncio del Vangelo da parte del presbitero non può non intersecarsi con quello che è affidato alla famiglia cristiana, che così è descritto dalle parole di Paolo VI “La famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati.

I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo. profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita”.

Le modalità di annuncio sono straordinarie:

La coppia è “immagine-parola” con la quale Dio ha scelto fin dall’inizio di autopresentarsi, di autocomunicarsi, di farsi conoscere.

La coppia uomo-donna è la prima porta di ingresso alla conoscenza di Dio. “A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

Il Santo Padre Giovanni Paolo II chiama il matrimonio il “sacramento primordiale”, perché è la prima visibilizzazione di chi è Dio.

È un’impronta che Cristo non ha cancellato.

Certo, Gesù è il Verbo fatto Carne, è manifestazione di Dio, ma Egli non annulla questa iniziale modalità di Dio di autoesprimersi.

 

In questa epoca delle immagini, siamo arrivati a farci un’infinità di modi di presentare Dio, facendo però a meno di quella che Lui ha scelto.

Non solo Cristo non ha cancellato la parola-immagine primordiale dell’uomo e della donna, ma ha reso il loro vincolo partecipe della novità di Cristo: “Perciò la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come immagine e partecipazione del patto d’amore del Cristo e della Chiesa, renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa”.

Possiamo dire che i due sposi per il sacramento del matrimonio sono costituiti:

 “parola-carne”,

“parola-parlata” che testimonia,

“parola che racconta” il mistero grande dell’alleanza,

“parola che incarna” il mistero che unisce Cristo alla sua Chiesa.

 

Con il sacramento delle nozze umane gli sposi partecipano del vissuto di Cristo e lo possono esprimere mediante le loro persone nelle loro vicende nuziali/familiari; possono dare volto e storia alla Parola stessa fatta carne. Il Santo Padre arriva a dire nella Lettera alle famiglie: “Non si può, pertanto, comprendere la Chiesa come Corpo mistico di Cristo, come segno dell’Alleanza dell’uomo con Dio in Cristo, come sacramento universale di salvezza, senza riferirsi al ‘grande mistero’, congiunto alla creazione dell’uomo maschio e femmina ed alla vocazione di entrambi all’amore coniugale, alla paternità e alla maternità. Non esiste il ‘grande mistero’, che è la Chiesa e l’umanità in Cristo, senza il ‘grande mistero’ espresso nell’essere ‘una sola carne’ (cfr Gen 2,24; Ef 5,31-32), cioè nella realtà del matrimonio e della famiglia. La famiglia stessa è il grande mistero di Dio. Come ‘chiesa domestica’, essa è la sposa di Cristo. La Chiesa universale, e in essa ogni Chiesa particolare, si rivela più immediatamente come sposa di Cristo nella ‘chiesa domestica’ e nell’amore in essa vissuto: amore coniugale, amore paterno e materno, amore fraterno, amore di una comunità di persone e di generazioni”.

 

È un evangelizzare a livello di “essere” prima ancora che dell’”operare”.

“La vita cristiana degli sposi deve perciò essere un’evangelizzazione credibile ed efficace”. Essa si pone nella lunghezza d’onda del vissuto di tutti gli uomini e donne, parla con la vita e il linguaggio della sponsalità e delle famiglie comprensibile a tutti. “È per questo che la parola centrale della Rivelazione, ‘Dio ama il suo popolo’, viene pronunciata anche attraverso le parole vive e concrete con cui l’uomo e la donna si dicono il loro amore coniugale”. L’attualizzazione di questi principi apre uno spazio consistente:

 

1)     Come la parola-carne, parola-parabola, parola-immagine che è il matrimonio e la famiglia può essere dono dei coniugi tra loro, del rapporto con i figli, con le altre famiglie?

2)     Quale formazione e quale identità-ruolo sono chiamati ad assumere nelle varie situazioni della vita pastorale?

3)     Come sono chiamati ad essere “parola-parlante” mediante il loro essere nella comunità civile, dal condominio alle istituzioni culturali?

Forse prima di tutte queste domande dobbiamo porne una decisiva: quanto e come le nostre coppie e famiglie cristiane sanno di essere “Parola-carne” manifestativa e comunicativa del mistero di Dio in modo efficace?

I nostri sposi conoscono la “specificità” di grazia del sacramento del matrimonio per il quale sono resi idonei a testimoniare il Vangelo mediante la vita di coppia e di famiglia, “conduttori in carne ed ossa” della parola di Dio-Amore?

 

Possiamo così comprendere quanto e come gli sposi e le nostre famiglie “nutrite dalla parola” annunciata dal sacerdote ne sono la prima attualizzazione anche perché c’è una profonda sintonia tra la parola “amore” annunciata e l’identità della coppia scaturita da Dio.

 

Ø Dimensione sacerdotale

 

“I presbiteri sono consacrati da Dio, mediante il vescovo, in modo che, resi partecipi in modo speciale del sacerdozio di Cristo, nelle sacre celebrazioni agiscano come ministri di colui che ininterrottamente esercita la sua funzione sacerdotale in favore nostro nella liturgia, per mezzo del suo Spirito. Essi infatti, con il battesimo, introducono gli uomini nel popolo di Dio; con il sacramento della penitenza, riconciliano i peccatori con Dio e con la Chiesa; con l’olio degli infermi sollevano gli ammalati; e soprattutto con la celebrazione della messa offrono sacramentalmente il sacrificio di Cristo”.

In Familiaris Consortio, 55 leggiamo: “Anche la famiglia cristiana è inserita nella chiesa, popolo sacerdotale: mediante il sacramento del matrimonio, nel quale è radicata e da cui trae alimento, essa viene continuamente vivificata dal Signore Gesù, e da lui chiamata e impegnata al dialogo con Dio mediante la vita sacramentale, l’offerta della propria esistenza e la preghiera. È questo il compito sacerdotale che la famiglia cristiana può e deve esercitare in intima comunione con tutta la Chiesa, attraverso le realtà quotidiane della vita coniugale e familiare: in tal modo la famiglia cristiana è chiamata a santificarsi ed a santificare la comunità ecclesiale e il mondo.

Quale dialogo si può stabilire tra queste due identità sacramentali?

La strada più semplice è passare in rassegna i singoli sacramenti.

 

Battesimo: Cristo unisce a sé come suo corpo i figli dell’uomo per renderli partecipi della sua pienezza di vita (Gv ?). Gli sposi genitori sono coinvolti in modo straordinario per due motivi principali: sono attualizzazione di questa unione sponsale che unisce Cristo al suo Corpo, la Chiesa. Essi inoltre, generando una nuova vita che è orientata a questa appartenenza piena a Cristo, avranno l’impegno di farla crescere non solo fisicamente, ma in quella stessa vita nuova della quale loro sono memoriale vivo e profezia.

Per gli sposi, ogni battesimo dei figli per è un “ravvivare” la grazia che è in loro, e una nuova chiamata ad esprimerla nel far crescere la vita che è nata per condurla alla pienezza della maturità, che è l’unione totale con Cristo. Ma nel contempo si apre l’orizzonte del servizio alla vita proprio di ogni coppia di sposi. È un servizio che è qualificato dal “conoscere” che ogni vita viene da Dio e a Lui è destinata. I genitori sono così costituiti edificatori della vita non solo nel farla nascere ma anche nel farla crescere unitariamente nella sua dimensione naturale e spirituale (padri e madri nella carne e nello spirito). È l’esercizio di una maternità e paternità che, sperimentata nella sua origine e nel suo fine si allarga ad ogni figlio/a di questo mondo, cosicché “Mio figlio/a/i” sono solamente l’inizio della paternità grande di Dio, della quale i genitori sono stati resi partecipi e della quale sono chiamati ad essere nella Chiesa e nella società un segno, una testimonianza viva, leggibile e sperimentabile. Quanto padri e madri sono chiamati a dare alle nostre comunità cristiane il volto della paternità e della maternità di Dio! Quanto la nostra società ha bisogno di padri e madri che nel tessuto del vivere ordinario dicano la preziosità e si prendano la responsabilità per l’originalità di ogni vita, dal suo concepimento al suo termine naturale! Oggi rischiamo di rimanere con un elenco di principi sulla vita da difendere, più che con un esercito di padri e madri che in forza di un’esperienza straordinaria, che è la partecipazione alla paternità di Dio siano difensori della vita e collaborino con chiunque perché ogni vita sia accolta e fatta crescere fino a maturità.

È su questa risorsa di sposi e genitori che si può ravvivare un dialogo tra parroci e famiglia per una rinnovata attenzione e servizio ad ogni vita. Va riconosciuto che è stata nella storia la presenza di queste famiglie che ha dato alla Chiesa santi preti e laici. L’esperienza di molti parroci può testimoniare cosa significa la presenza di una famiglia di questo tipo in parrocchia.

 

Cresima: è il dono dello Spirito perché il figlio viva la sua responsabilità e testimonianza cristiana nella sua vocazione. Lo Spirito Santo, accolto come “artefice” del cammino di configurazione della vita del battezzato a quella di Cristo Signore, fino alla maturità. È lo stesso Spirito Santo che, donato agli sposi nel sacramento del matrimonio e operante in essi in modo permanente, li accompagna non solo nel donarsi la vita reciprocamente ma anche perché nel generare, conformino la loro vita di padri e madri attualizzando per i figli la “presenza” del Padre che è nei Cieli per educarli alla pienezza della maturità in Cristo. Chi ha generato la vita e la riconosce animata dallo Spirito sa che essa è chiamata a diventare un dono per gli altri; sa che c’è la “chiamata”, la vocazione ad “occupare un posto” non da spettatore, ma da protagonista nella Chiesa e nella società per costruire il Regno di Dio. Da qui scaturisce la responsabilità diretta e successivamente la corresponsabilità dei genitori che sono invitati a collaborare nella formazione cristiana dei figli, con modi e forme diverse, perché arrivino a capire e vivere la propria vocazione nella Chiesa e nel mondo. Senza questa dimensione di servizio i figli rischiano di rimanere sempre “bambini” che devono essere serviti da altri nella loro vita di Chiesa e finiscono per “servirsi degli altri” nella vita sociale.

La stessa pastorale vocazionale talora è intesa da qualcuno solo legata al sacerdozio e alla vita consacrata, facendo più leva sulla disponibilità dei genitori a donare i loro figli per la consacrazione religiosa, che intrecciare il percorso dei genitori con quello del divenire dei figli per renderli capaci di amare e servire, aprendosi alla molteplicità della vocazione. “La famiglia deve formare i figli alla vita in modo che ciascuno adempia in pienezza il suo compito secondo la vocazione ricevuta da Dio “.

 

Eucaristia: non credo necessario approfondire il legame del presbitero con l’eucaristia perché è un argomento ampiamente trattato e per molti costituisce anche la fonte di una grande spiritualità.

Richiamo solamente il legame tra matrimonio ed eucaristia perché può motivare e far crescere il dialogo-collaborazione tra sacerdoti e sposi, per una pastorale con la famiglia. “Nella cena eucaristica ‘prende carne’, si realizza il simbolo delle Nozze tra Dio e l’umanità, tra Cristo e la sua sposa: i due saranno una carne sola”. E questo in modo che si compie in maniera insuperabile la realtà nuziale. Se c’è un luogo e un momento in cui si può vedere e comprendere il cuore della realtà nuziale questo è, secondo alcuni padri della Chiesa, l’eucaristia, mistero nuziale per eccellenza. “Convito nuziale del suo (Figlio) Amore” Per cui leggere l’eucaristia è leggere insieme la nuzialità, sua interna dimensione; ma anche, a sua volta, la comprensione della nuzialità implica e comporta l’approfondimento eucaristico, perché nell’eucaristia la nuzialità umana ha il suo fondamento e, perciò stesso, il suo riferimento archetipale”. Sulla stessa lunghezza d’onda si pronuncia l’esortazione post-sinodale sulla famiglia: “L’eucaristia è la fonte stessa del matrimonio cristiano. Il sacrificio eucaristico, infatti, ripresenta l’alleanza d’amore di Cristo con la Chiesa, in quanto sigillata con il sangue della sua croce. È in questo sacrificio della nuova ed eterna alleanza che i coniugi cristiani trovano la radice dalla quale scaturisce, è interiormente plasmata e continuamente vivificata la loro alleanza coniugale”. Ne consegue che il “mistero d’amore” e di alleanza che Cristo ci offre con il suo corpo per unirci a sé, è attualizzato e reso presente in modo efficace anche “mediante” la coniugalità degli sposi. Infatti la loro alleanza d’amore è “abitata” dall’alleanza di Dio con l’umanità e di Cristo con la Chiesa e con la loro relazione d’amore rendono presente sacramentalmente lo stesso mistero d’amore che si cela nell’eucaristia. Non attualizzano solamente l’essere “corpo donato per amore” l’uno per l’altro, ma con la loro unità sono “nutrimento” d’amore per le relazioni ecclesiali e sociali, sono ‘esportatori di alleanza divina’. La coppia è chiamata con e come l’eucaristia ad essere “pane spezzato” per la Chiesa e la società, perché Cristo le compenetri totalmente.

Alla luce di queste semplici riflessioni si può immaginare cosa significhi preparare e accompagnare un figlio alla prima comunione ed ancor più, cosa significhi la partecipazione della coppia e della famiglia alla messa domenicale. Vanno all’eucaristia per rinnovarsi, rimodellarsi dall’intimo del cuore fino all’espressione più esterna per poter essere loro stessi, singolarmente e come coppia, “corpo donato per amore”. Questo non solo nella reciprocità uomo-donna ma, ciascuno dei due è corpo-persona che dovunque è presente per qualsiasi motivo è un “segno eucaristico”: persona-dono. Ciò esprime la stretta coerenza interna e continuità tra eucaristia, vita di coppia-famiglia, vita di società, vita di parrocchia. Anche gli sposi per “un solo corpo ricevuto” diventano costruttori di comunità cristiana, di fecondità relazionale e di socializzazione nella società civile.

 

Riconciliazione: Per questo sacramento, mentre vi è un rapporto unico e singolare con il sacerdote perché in lui si attualizza il mandato di Gesù a riconciliare i peccatori, per il matrimonio i coniugi sono chiamati a vivere la riconciliazione come dono dato dallo Spirito alla loro vita di coppia. Il primo ‘agente’ di riconciliazione nella coppia è il coniuge, non solo per un perdono ‘a misura umana’, ma anche per il dono di un maggiore amore nei confronti dell’altro. Ciò significa anche che questa dinamica di conversione tocca non solo colui o colei a cui viene perdonato, ma anche chi ha subito il torto. Egli è chiamato ad una accoglienza spirituale, si assiste alla trasformazione spirituale del coniuge che perdona.

E’ questo anche il luogo, reale e simbolico per la natura del sacramento del matrimonio, dove si esprime la fedeltà all’amore e la fedeltà dell’amore.

Tale dimensione di riconciliazione, che ha modalità e tempi diversi dalla riconciliazione sacramentale, ma che è pervasa dalla stessa natura dell’amore purificatore, trova nella famiglia il luogo non solo di riconciliazione “tra” membri della famiglia, ma anche “con”: con i vicini, con ogni persona (si pensi ad esempio a rancori tra parenti, conoscenti, alle faide familiari, e alla portata sociale di gesti di perdono dei familiari delle vittime della violenza e della mafia).

Un’osservazione di carattere più sacramentale: il perdono che il coniuge offre (anche nel caso estremo del coniuge che perdona chi ha tradito o chi ha voluto il divorzio) mette in atto il dono dello Spirito Santo dato ai due; non è solo un esercitare la fedeltà giuridica al proprio matrimonio, ma una grazia di riconciliazione ricevuta e sempre offerta. Senza la riconciliazione come contenuto e regola di vita si finisce per “adattarsi alla situazione” o difendendosi quando le richieste dell’altro e dell’altra sorpassano la misura dovuta, come in una buona cooperativa dove si spartiscono a metà guadagni e fatiche.

La relazione, componente essenziale della vita coniugale per poter accedere al dono di amarsi “l’un l’altro come Cristo ci ha amati”[1][48], deve passare inevitabilmente dalla riconciliazione. Se questa è la struttura di vita della coppia, la comunità parrocchiale sarà permeata, mediante le coppie e le famiglie, da un evidente stile di riconciliazione, accoglienza, perdono reciproco a tutti i livelli a tal punto da far riscoprire e vivere in pienezza il sacramento della penitenza come il luogo celebrativo di una riconciliazione che viene da Dio stesso ma che si è potuta respirare nella comunità parrocchiale riconciliante con tutti. A questo aspetto intraecclesiale va aggiunto lo stile di riconciliazione e di pace che gli sposati sono chiamati a portare nella società e nei vari ambienti di vita in virtù della grazia di riconciliazione che sono “costretti” a vivere perché sono sacramento dell’alleanza eterna. Condividono con loro lo stile e la missione della riconciliazione gli stessi figli.

 

Unzione dei malati: è Cristo che si fa presente là dove c’è una vita che soffre e mediante il ministero del sacerdote porte il suo conforto e sostegno. Oggi sempre di più, questo mandato del presbitero, rischia di essere un esercizio “solitario”, una testa senza corpo che dice l’attenzione di Cristo alla vita sofferente. Anche in questo caso il dialogo tra presbiteri e coppia/genitori si fa collaborazione e condivisione di missione. Chi ha generato la vita e è stato reso partecipe della paternità di Dio creatore è chiamato ad esprimere il suo amore e la sua attenzione alla vita soprattutto quando essa è messa alla prova e incontra le difficoltà della sofferenza, della malattia. I primi “curatori” della vita ammalata sono coloro che hanno generato la vita. Chi ha goduto e sofferto un parto, chi conosce sulla propria pelle il valore di una vita (di un figlio, di un marito) non può non intravedere in ogni vita il dono prezioso che viene dall’alto; anzi si muoverà perché tutta la comunità ecclesiale e sociale ponga il massimo di attenzione ad ogni vita. La cura amorevole degli sposi/genitori a chi è malato in parrocchia precederà e seguirà ogni unzione dei malati.

 

Per completare la descrizione della dimensione sacerdotale nel presbitero e negli sposi dovremmo parlare della preghiera. Pur non potendo sviluppare questo argomento mi permetto solamente di invitare noi sacerdoti, in vario modo impegnati nella liturgia a porre attenzione ad una espressione della Familiaris Consortio: “Il matrimonio cristiano… è in se stesso un atto liturgico di glorificazione di Dio in Gesù Cristo e nella Chiesa”[1][49]. In quest’ottica prende significato particolare educare alla preghiera e trasformare tutta la vita in sacrificio spirituale.

 

Ø Dimensione regale

 

La descrizione di questo compito per i sacerdoti viene così espressa dal Concilio: “Esercitando l’ufficio di Cristo Capo e Pastore per la parte di autorità che spetta loro, i presbiteri, in nome del vescovo, riuniscono la famiglia di Dio come fraternità animata nell’unità, e per mezzo di Cristo la conducono al Padre nello Spirito”[1][50]. Per questo mandato egli svolge il suo servizio in varie modalità con l’attenzione di non limitarsi alla cura dei singoli ma di impegnarsi nella formazione di una autentica comunità cristiana.

Per quanto riguarda i laici, punto di partenza significativo è quanto dice il Concilio: “Fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre, Cristo è entrato nella gloria… Questo suo potere Cristo l’ha comunicato ai discepoli, perché anch’essi siano stabiliti nella libertà regale… perché servendo Cristo anche negli altri, conducano umilmente e pazientemente i loro fratelli a quel re, servire il quale è regnare”.

Questa dimensione di servizio è segnata per il sacramento del matrimonio da una modalità e da un contenuto specifico nel loro essere dono per la Chiesa e la società: “La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere ed agire in quanto intima comunità di vita e di amore. Se la famiglia cristiana è comunità, i cui vincoli sono rinnovati da Cristo mediante la fede e i sacramenti, la sua partecipazione alla missione della Chiesa deve avvenire secondo una modalità comunitaria: insieme, dunque, i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia, devono vivere il loro servizio alla Chiesa e al mondo. Devono essere nella fede ‘un cuore solo e un’anima sola’ (At 4,32) mediante il comune spirito apostolico che li anima e la collaborazione che li impegna nelle opere di servizio alla comunità ecclesiale e civile”.

“In questa prospettiva è facile comprendere quanto sia necessario promuovere la comunione tra le famiglie cristiane nella diocesi e nella parrocchia, chiamata quest’ultima a divenire veramente ‘famiglia di famiglie’,…Una parrocchia è fedele alla sua missione pastorale nella misura in cui aiuta concretamente le famiglie a vivere nella comunione la vita comunitaria secondo la ricchezza delle sue molteplici espressioni. In tal modo si introduce nella comunità ecclesiale uno stile più umano e più fraterno di rapporti personali che della Chiesa rivelano la dimensione familiare, e del mistero della Chiesa, la sua ‘maternità’, il suo esser ‘famiglia di Dio’: potrà così destarsi negli uomini divisi e dispersi la nostalgia dell’«unico gregge sotto un solo pastore»

Vi è quindi un apporto sacramentale specifico dei coniugi e della famiglia alla costruzione della comunità. Le componenti essenziali del vivere della famiglia, complementarietà, corresponsabilità, compresenza, compartecipazione, possono diventare apporto essenziale nel costruire la famiglia dei figli di Dio fino ad essere la famiglia stessa “a dare forma” alla comunità ecclesiale e civile.

Il dono comunionale della coppia e della famiglia è risorsa permanente per costruire ed animare le relazioni dei figli di Dio che formano l’unico corpo di Cristo. Diventa comprensibile allora l’espressione della Familiaris Consortio: “Per questo la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità, di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa”[1][54].

È interessante notare che la famiglia, fonte e luogo di comunione, è chiamata a svolgere il suo compito simultaneamente nella comunità ecclesiale e civile esprimendo così la coincidenza perfetta tra identità (cristiana, ecclesiale) e la missione (l’essere nel mondo, nel territorio). In questo suo compito la famiglia non ha bisogno di tempi o di ruoli particolari, ma è missione semplicemente manifestando e partecipando ciò che è.

Tali contenuti vengono ben esplicitati nel Direttorio di Pastorale Familiare, nel capitolo sulla missione della famiglia nella Chiesa e nella società. Ne riporto solamente la parte relativa al fondamento sacramentale e sociale del compito della famiglia cristiana: “Per la famiglia cristiana, inoltre, la partecipazione alla vita della società affonda le sue radici nella stessa grazia del sacramento del matrimonio, il quale, assumendo pienamente la realtà umana dell’amore coniugale, abilita e impegna i coniugi e i genitori cristiani a vivere la loro vocazione di laici, e pertanto a cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Di conseguenza il compito sociale e politico della famiglia cristiana rientra in quella missione regale o di servizio, alla quale gli sposi cristiani partecipano in forza del sacramento del matrimonio, ricevendo a un tempo un comandamento ai quali non possono sottrarsi ed una grazia che li sostiene e li stimola”.

Se queste sono le verità conosciute e proclamate, si può progettare la pastorale o promuovere un dialogo tra pastorali, o parlare di costruzione della comunità ecclesiale o civile prescindendo dalla famiglia o parlando solo genericamente di laici? Accanto a questa dimensione di “servizio alla comunione” per la Chiesa e per la società, andrebbe sviluppato il servizio alla “persona” del quale abbiamo già dato qualche spunto di riflessione parlando del battesimo e che vede la famiglia coinvolta in tutto ciò che riguarda la vita, le persone nella loro singolarità, dal concepimento alla loro morte naturale. Per un approfondimento organico di questo tema rimando al documento Familiaris Consortio e alla Evangelium Vitæ.

Mi permetto di concludere questo aspetto della regalità richiamando un particolare che può costituire non solo luogo di incontro e complementarietà tra preti e sposi, tra parrocchia e famiglia, ma può diventare strumento di pastorale: la casa.

Le case delle famiglie cristiane dei primi secoli erano il luogo dell’incontro, della costruzione di relazioni cristiane, di conversione di parenti e amici, fino alle celebrazioni dell’eucaristia. Oggi le case rischiano di essere supercurate per se stesse e non per la preziosità del sacramento che vi “abita”. Vengono benedette, sono talora incontro per gruppi familiari ma raramente sono il luogo della “buona notizia”, della comunicazione e testimonianza di fede, della dimostrazione di fraternità e amicizia.

La casa, pur piccola, va riportata nel vissuto della famiglia cristiana e della comunità parrocchiale ad essere “strumento pastorale”, mezzo per l’edificazione del Regno di Dio. “Nel nostro tempo, così duro per molti, quale grazia essere accolti in questa piccola Chiesa, secondo le parole di S. Giovanni Crisostomo, entrare nella sua tenerezza, scoprire la sua maternità, sperimentare la sua misericordia, tant’è vero che un focolare cristiano è il volto ridente e dolce della Chiesa!”[1][56].

 

4. Quale percorso pastorale per una corresponsabilità tra parrocchia e famiglia e soprattutto per una pastorale “con” la famiglia.

 

Preliminari

 

q La prospettiva pastorale sopra descritta passa dalla conversione. Si tratta di ravvivare la nostra coscienza nella dimensione “misterica” della Chiesa e in essa del significato e ruolo sacramentale non solo del sacerdozio ma anche del matrimonio. Si tratta di riesprimere la fede nella presenza di Cristo che agisce “nel e col” sacramento del matrimonio, non meno di quanto agisce, sia pur in modo diverso, nel sacerdozio.

q In questo contesto di recupero veritativo-fondamentale per la pastorale va ripensata la relazione tra verginità e matrimonio per riscoprire che in ciascuna delle due forme di vita si compie il disegno di Dio “La rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza all’amore: il matrimonio e la verginità. Sia l’uno che l’altra nella forma loro propria sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo essere a immagine di Dio”.

q Nello stesso tempo va promosso un approfondimento teologico della relazione tra i due sacramenti dell’ordine e del matrimonio in vista della missione. Questo consentirà innanzitutto di ampliare la teologia del matrimonio e della famiglia ma, nello stesso tempo, di avere più possibilità di affrontare alla radice la motivazione sottesa alla “corresponsabilità” dei due sacramenti per il Regno. Senza questo contributo si rischia di ridurre la relazione ad un “coordinamento” pastorale. Mi permetto di suggerire che siano inviati agli studi teologici superiori su matrimonio e famiglia anche persone sposate o coppie, perché con la loro sensibilità e la loro vita possono dare un contributo significativo di riflessione teologica e di modalità espressiva, oltreché poter essere poi trasmettitori efficaci del “vangelo del matrimonio” a fidanzati e sposi.

q Va data più attenzione alla formazione teologica e pastorale dei seminaristi intorno al matrimonio e alla famiglia. “I compiti che attendono i futuri sacerdoti in questo campo del ministero sono, rispetto al passato, molto più delicati, più esigenti e soprattutto più complessi. Si tratta da una parte di annunciare la novità e la bellezza della ‘verità divina sulla famiglia’ (cfr Giovanni Paolo II, Lettera Gravissimum sane alle famiglie, 1994, 18. 23), di accompagnare la famiglia cristiana verso la perfezione della carità e dall’altra di fronteggiare situazioni di crisi…”[1][58]. La novità e la bellezza della famiglia è proprio la sua soggettività pastorale voluta da Cristo con il sacramento del matrimonio. I seminaristi rischiano di essere formati ad un esercizio nel sacerdozio come “sacramento solitario” nella prassi pastorale, prescindendo dalla risorsa che è il matrimonio per la pastorale. Mi permetto di segnalare su questo argomento un significativo contributo di Pino Scabini[1][59].

q Un ultimo elemento che dovrebbe precedere e accompagnare la pastorale con la famiglia è la promozione di una dimensione sponsale della spiritualità del presbitero, in ordine al fondamento teologico che sopra abbiamo indicato. L’immagine della Chiesa Sposa e di Cristo Sposo – di origine biblica, realizzata già nella creazione, cara ai Padri e quindi non confondibile con altro tipo di “analogia” od immagine – che sta a fondamento della verità stessa del matrimonio cristiano (cfr Ef 5, 31-32) può divenire feconda in ordine alla interiorizzazione del ministero ordinato, come sopra abbiamo indicato sommariamente. Ed inoltre essa diviene feconda in ordine alla reciproca comprensione dei due misteri: il sacerdote che si pensi Sposo della Chiesa in persona Christi guarderà al sacramento del matrimonio come alla forma personale dell’amore nuziale di Cristo e della Chiesa e le implicanze pastorali di questo, che riconducono all’unico mistero eucaristico, sono facilmente intuibili. In questa luce sarà più facile per il presbitero vedere nel sacramento del matrimonio e nelle sue varie dimensioni una forma elettiva del mistero nuziale che eucaristicamente celebra e guardare al concreto della coppia/famiglia come al paradigma di una ecclesialità relazionale e viva. L’orizzonte della comprensione teologica pone al di là degli immediati ostacoli psicologici e di quelli stratificati dalla storia. Ma su questo ci proponiamo di riflettere in un intervento specifico di prossima pubblicazione. La percezione della famiglia come “modello” relazionale dell’essere Chiesa opera una significativa trasformazione dell’approccio pastorale del sacerdote nei confronti della famiglia, un approccio che ne valorizza ad un tempo l’ecclesialità e la soggettività e la cui fecondità pastorale appare evidente, con un minimo di riflessione, agli occhi di tutti. Il presbitero “è chiamato, pertanto, nella sua vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo Sposo nei riguardi della Chiesa sposa. La sua vita deve essere illuminata e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede di essere testimone dell’amore sponsale di Cristo, di essere quindi capace di amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele, e insieme con una specie di gelosia divina (cf. 2 Cor. 11,2), con una tenerezza che si riveste persino delle sfumature dell’affetto materno, capace di farsi carico dei ‘dolori del parto’ finché ‘Cristo non sia formato’ nei fedeli (cf. Gal. 4,19)[1][60].

 

 

Proposte

 

q Verso percorsi differenziati. Nel panorama delle famiglie e dei fidanzati che vengono a chiedere di sposarsi in chiesa, abbiamo una grande diversità di collocazione nella fede e talora nella stessa maturazione umana. La nostra proposta, invece, è uguale per tutti. Abbiamo individuato un “minimo” da offrire che salvi l’identità del matrimonio che dobbiamo dare e la nostra coscienza pastorale si sente a posto. Va superato questo schema, cominciando ad offrire, almeno a qualcuno, a chi vuole o a chi è disponibile, “tutto” del sacramento del matrimonio e mettendoli poi nelle condizioni reali di poterlo vivere con un accompagnamento ed una spiritualità specifica. Non si può ipotizzare di promuovere la soggettività del sacramento del matrimonio se non vi è la formazione adeguata. Detto in altre parole, la famiglia in vari momenti è “oggetto” di attenzione e servizio pastorale della Chiesa per poter diventare ed essere permanentemente un “soggetto”. Quindi non deve venire meno l’offerta di “servizio” (parola, eucaristia, riconciliazione, catechesi specifica per gli sposi e la famiglia) ma il tutto deve essere finalizzato al far diventare la famiglia una risorsa per la Chiesa del territorio.

q In questa pastorale differenziata e alla luce della teologia del sacramento del matrimonio e in particolare della storia del rito del matrimonio va ripensato il fidanzamento come tempo di vera e propria iniziazione formativa per preparare ad una “missione specifica”. È la proposta di superare, almeno per alcuni, i corsi di preparazione al matrimonio e far coincidere la crescita umano-affettiva dei fidanzati con la crescita spirituale-pastorale mettendo in atto la dinamica vocazionale: “Dall’amore come sacramento (fidanzamento) al sacramento dell’amore (il matrimonio”. Con lo stesso criterio per cui mentre si propone qualcosa a tutti si cerca di offrire tutto a chi vuole, cioè la possibilità di approfondire la propria grazia sacramentale e cominciare ad esercitare in parrocchia e nel territorio la missionarietà specifica. Si tratta così di offrire realmente esempi ed ideali di vita per tracciarne il cammino per le nuove generazioni. Creare perciò una formazione permanente approfondita e specifica.

q Iniziare con alcune coppie/famiglie a progettare insieme la pastorale o nel suo insieme, o in parte. Ad esempio prendere un aspetto della pastorale come un camposcuola o una festa o un percorso catechistico e progettarlo insieme con qualche famiglia. Naturalmente in questa progettazione va tenuto in conto lo specifico che è chiamato a dare il presbitero ma anche quello che può dare la coppia di sposi o la famiglia. È l’obiettivo che si propone un Convegno che si terrà a Cagliari (22-26 giugno 2001) e che avrà per tema: “Progettare la pastorale con la famiglia in parrocchia”. Si cercherà, mediante lezioni e laboratori, di fare interagire il contenuto teologico del sacramento del matrimonio e i compiti che ne derivano con il vissuto concreto di una parrocchia. Individuare, approfondire insieme, sacerdoti e laici sposati, ciò che di specifico sposi e figli possono apportare di “dono-risorsa” nel loro essere nel territorio in tutte le sue espressioni di vita sociale.

q Mentre si inizia a valorizzare e specificare il dono sacramentale che è il matrimonio e la famiglia per la pastorale va data attenzione alle situazioni matrimoniali difficili e irregolari.

q Va anche promossa la formazione di “operatori di pastorale familiare” da distinguere in modo netto da una “operatività” che è chiamata ad avere ogni famiglia. Anzi si può meglio dire che, l’obiettivo di ogni operatore di pastorale familiare è quello di promuovere la soggettività di ogni famiglia che è chiamata ad essere “soggetto” anche senza far nulla di specifico in parrocchia o dintorni. La finalità di questi operatori è di collaborare in modo più stretto con i sacerdoti e la parrocchia particolarmente per quegli aspetti che riguardano la famiglia stessa: formazione dei fidanzati, accompagnamento delle famiglie, accostamento delle famiglie in difficoltà, pastorale generale, pastorale familiare, catechesi con la famiglia, pastorale dei malati[1][62]. Va posta molta attenzione a tenere un alto livello di formazione per questi operatori, proprio per l’obiettivo che si propone il loro servizio.

 

5. Questo contesto culturale “invoca” il matrimonio e la famiglia vissuto e testimoniato come Dio lo ha definito: “Cosa molto buona” (Gen 1,31)

 

La più semplice descrizione circa la situazione della cultura odierna, credo ci venga offerta significativamente da una pubblicazione intitolata “Vado a scuola” (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento degli Affari Sociali, Osservatorio Nazionale per l’Infanzia, pubblicato nel novembre 2000, che è stato distribuito ai genitori degli alunni delle scuole pubbliche del I anno della scuola di base) che vuole aiutare i bambini a capire che cosa è la famiglia oggi. “Uno dei fenomeni più rilevanti del nostro tempo è la trasformazione della famiglia. Un tempo vi era un unico modello di nucleo familiare, quello formato da padre, madre, figli. Ora le famiglie sono molte: oltre a quelle tradizionali, vi sono famiglie formate da un solo genitore, separate, risposate, adottive, affidatarie. I genitori possono essere sposati, conviventi oppure vivere ciascuno per conto proprio. Il panorama è vario e in evoluzione, tanto più che gli immigrati portano in Italia costumi e tradizioni molto lontani dai nostri. I bambini, che sono i primi a cogliere i mutamenti, l’hanno ormai capito: non vi è una regola che valga per tutti e il matrimonio o la convivenza dei loro genitori non sono necessariamente eterni. Può sempre accadere che papà e mamma che oggi si vogliono bene, domani si separino…” Credo inutile ogni commento al testo ma si evidenzia ancor più che il matrimonio e la famiglia cristiana è in questo momento storico un “buon annuncio” che viene offerto per “salvare” l’uomo e la donna nella loro identità e nella loro relazione. Infatti prima ancora del matrimonio è messo oggi in questione il “genere” (maschile-femminile), il fatto di sposarsi, con chi sposarsi, quando sposarsi, per quanto tempo, fino al “se vale la pena sposarsi”. Si vanno allungando le fila di coloro che temono il matrimonio, più che vederlo come un ideale di vita, il luogo del realizzarsi del maschile e del femminile, se le statistiche indicano un calo di “nuzialità” che si avvia verso il 30% della popolazione[1][63].

Se i monasteri hanno salvato e diffuso la “cultura”, oggi le famiglie cristiane sono chiamate a salvare la “natura” e diffondere la bellezza della coniugalità. Perciò, pur preoccupando pastoralmente la crescita in percentuale delle situazioni cosiddette “irregolari”, devono preoccuparci molto di più quelle famiglie e coppie che “non sanno di niente”, sale senza sapore, non sono “cosa buona”, ma solamente la conservazione di un “istituto di diritto”, senza mostrare la forza ideale nella quale si vede il riflettersi dell’immagine di Dio e il coinvolgimento dell’amore di Cristo per la Chiesa.

Per questo il Santo Padre nel discorso tenuto ai Vescovi italiani nell’Assemblea Generale (maggio 2001) ha nuovamente sollecitato: “Occorre incrementare la pastorale della famiglia, non limitandola al periodo della preparazione al matrimonio o alla cura di qualche specifico gruppo. È indispensabile che le famiglie stesse diventino maggiormente protagoniste nell’evangelizzazione e nella vita sociale…”. Per i sacerdoti e per la parrocchia interagire con la famiglia significa aver capito che il futuro dell’evangelizzazione dipende in gran parte dalla famiglia. Perciò l’invito conclusivo è che mentre crescono le varie forme di ministerialità che si affiancano al faticoso compito dei presbiteri è tempo di valorizzare il sacramento del matrimonio come dono prezioso che il Signore ha fatto alla sua Chiesa nel mondo.

 
 PARROCCHIA E FAMIGLIA  comunità parrocchiale San Rocco e San Lorenzo Martire