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lunedì 25 luglio 2011

Il progetto NIP

Breve introduzione al progetto NIP
(Nuova Immagine di Parrocchia)


Il progetto NIP (verso una Nuova Immagine di Parrocchia) è stato elaborato dal Movimento un Mondo Migliore e sperimentato a partire dal 1971 nella parrocchia di Vajont (PD) e poi in circa 1.000 parrocchie del mondo..

• È un progetto di evangelizzazione della cultura di un popolo che offre indicazioni di tappe, criteri operativi presupposti teologico pastorali per il rinnovamento della vita parrocchiale alla luce dell'ecclesiologia alla luce del Concilio Vaticano II°.
• È una proposta di carattere missionario, di permanente e sistematica convocazione di tutti gli abitanti del territorio perché si mettano in relazione reciproca in nome della fede e assumano parte attiva nell'edificazione della Chiesa come corpo di Cristo.
• È un'esperienza di evangelizzazione che porta in sé l'autentica promozione della dignità della persona umana intesa come essere-in-relazione. È un modo di evangelizzare che mentre edifica la chiesa è proclamazione di quanto è chiamata ad essere la società.
Si tratta in realtà di un pre-progetto, che ogni parrocchia ristudia e riapplica alla sua specifica realtà socio-religiosa, dopo un'analisi della situazione, degli ostacoli e potenzialità presenti nella realtà in vista del raggiungimento dell'ideale. Ogni anno la parrocchia, coinvolgendo il maggior numero possibile di persone, effettua una verifica delle attività svolte e fa "il punto" sul cammino fatto. Su questa base tenendo sempre presente l’ideale ultimo da raggiungere, i criteri operativi, viene elaborata una programmazione per l’anno pastorale successivo.

Il progetto NIP è un itinerario catecumenale, di riscoperta della fede in Cristo e del battesimo vissuto dal popolo di Dio in quanto tale. È un cammino che si svolge in tre grandi tappe:
- la prima di convocazione con l’obiettivo di far sperimentare che la salvezza in Cristo avviene nella fraternità;
- la seconda di pre-catecumenato (o di evangelizzazione in senso stretto) con l’obiettivo che la comunità cristiana faccia la sua opzione per Cristo e la sua professione pubblica di fede in lui
- la terza di catechesi e approfondimento del senso di Chiesa del servizio dei sacramenti, con l’obiettivo di far si che la comunità credente assuma coscientemente e liberamente l’impegno battesimale e raggiunga la sua maturità di comunità apostolica al servizio del Regno di Dio, il suo essere chiesa che vive e celebra l’amore del Padre per Cristo nello Spirito.



La pastorale è... 
Possiamo definire la concezione di pastorale soggiacente al progetto NIP in questo modo; Pastorale è:
• il servizio proprio della Chiesa
• alle persone e alla comunità-popolo
• di un tempo (epoca) e di un luogo (cultura)
• perché rispondano progressivamente alla propria vocazione, alla comunione con Dio, alla santità, in quanto persone e in quanto comunità-popolo
• raggiungendo la salvezza-liberazione in Cristo
• e così avvenga e si dilati il regno di Dio
La pastorale è, prima di tutto, un atto di fede nella presenza di Dio operante nella storia, intesa come «luogo teologico» essa parte dalla lettura dei segni della presenza di Dio nella storia (GS 4,14,44).
Per fare pastorale è necessario conoscere la situazione di un tempo (epoca) e di un luogo (cultura) e scoprire gli avvenimenti, i significati della coscienza collettiva e la carica di futuro contenuti nella situazione in esame.
Questi avvenimenti vanno letti alla luce della Parola di Dio per riconoscere in essi quali sono i segni della presenza di Dio e i segni della presenza del mistero dell’iniquità
La pastorale è un servizio a Dio nell’uomo e all’uomo nella sua relazione con Dio. Si tratta non di fare cose buone per gli altri, ma di compiere ciò di cui gli altri hanno bisogno perché diano la propria risposta a Dio e così realizzino la propria vocazione. È un atto di carità teologale. Si tratta di convertirsi permanentemente dal potere al servizio; dalla comodità e fissità della disinstallazione e alla peregrinazione; dall’avere alla povertà; dall’attivismo all’apostolato; dal verticalismo e dal clericalismo alla partecipazione di tutto il popolo di Dio; dal ritualismo, dal sacramentalismo e dal moralismo all’evangelizzazione e al catecumenato permanente; dall’individualismo alla comunità-popolo.
La finalità della pastorale è che l’uomo, tutto l’uomo come persona, gruppo, popolo dia la sua risposta libera alla Buona Notizia e raggiunga la sua pienezza personale e comunitaria, cioè con la comunione con Dio. Questa pienezza vissuta nella carità è la santità alla quale tutti sono chiamati come persone, come comunità, come popolo di Dio. La dimensione missionaria della Chiesa esige che l’annuncio giunga a tutti gli uomini. La pastorale tende a porre ogni uomo di fronte alla propria responsabilità, davanti a Dio e per il Vangelo.
Il servizio della pastorale è proprio di tutto il popolo di Dio, secondo i diversi ministeri, doni e carismi, e non solo nella gerarchia. Il popolo di Dio e in esso ogni cristiano è responsabile di tutto il Vangelo per tutti gli uomini.
Il servizio della pastorale che si realizza mediante: la Parola, la liturgia e l’orazione, la fraternità, per essere autentica esige, come condizione indispensabile, strutture di partecipazione e di comunione, metodi di analisi, di riflessione, di discernimento, di pianificazione e di revisione. La pastorale deve essere organica e pianificata.
La pastorale, in conclusione, è un profondo atto di fede in ogni momento storico come un momento di salvezza e si traduce in una azione che ne rende possibile la rivelazione, l’attualizzazione e la celebrazione festosa.

Il metodo con cui il progetto è stato elaborato è il metodo prospettico.
La prospettiva consiste anzitutto in un atto di anticipazione, attraverso il quale ci si pone mentalmente nel futuro, un futuro «desiderabile». Essendosi poi situati mentalmente su tale futuro, come su di un osservatorio, si riflette sulla realtà attuale allo scopo di ordinare e di accelerare il processo progressivo di trasformazione del presente nel futuro cui aspiriamo. Non si tratta cioè di indovinare il futuro probabile, ma piuttosto di preparare il futuro desiderabile.
Il nucleo fondamentale e dinamico di una nuova immagine di parrocchia ideale è che questa sia: comunione organica e dinamica del popolo di Dio, delle comunità ecclesiali di base e delle famiglie in un processo catecumenale permanente, presieduta da un presbitero, nella Chiesa locale.
Il fine ragione e giustificazione ultima di tutto il progetto è che la parrocchia sia il popolo di Dio nel quale «si fondono in unità tutte le differenze umane che vi si trovano e vengono inserite nell’universalità della Chiesa» (AA 10) di modo che essa possa «rappresentare in un certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra» (SC 42), come popolo pellegrino verso la casa del Padre.

Una comunità ecclesiale risultante dalla comunione organica e dinamica del popolo di Dio, delle comunità ecclesiali di base (CEB), delle famiglie, presieduta dal presbiterio-parroco in nome del Vescovo e nella quale:
• il popolo in quanto tale si è identificato come popolo di Dio che vive la carità, nella comunione con Dio in servizio ai fratelli
• ogni CEB è assidua nell’ascolto della Parola, nella celebrazione dell’Eucarestia, nella comunicazione dei beni, nell’orazione e nello zelo apostolico
• ogni famiglia è una Chiesa domestica
• ogni persona vive profondamente l’esperienza della comunione con Dio, della comunione fraterna, dell’integrazione di tutta la realtà nell’unità della propria vita


Questi criteri costituiscono i presupposti che orientano ogni attività pastorale:

Primo criterio
Il rinnovamento della parrocchia deve partire fin dall’inizio con tutti i battezzati; si devono convocare tutti e sempre in forma sistematica perché se qualcuno non vuole accogliere il messaggio deve essere lui a separarsi.
Secondo criterio
L’azione pastorale non deve partire da ciò che noi crediamo sia bene per il popolo, ma dai segni della presenza di Dio nel suo popolo. La pastorale deve assecondare l’azione di Dio e deve quindi partire da quanto c’è di bontà e di verità in ogni persona e nell’insieme del gruppo umano concreto nel quale operiamo. Si tratta, insomma, di offrire ciò che aiuta a fare un passo, a crescere in modo che il popolo sia in grado di accogliere ciò che gli si propone perché è alla sua misura, a misura della sua crescita nella fede, perché è ciò che il popolo si attende: tutta l’azione pastorale deve essere «dosata».
Terzo criterio
L’azione pastorale deve perciò partire dai poveri, da coloro che sono portatori di speranza, da quell’immensa maggioranza che «non sa», «non può», «non pratica», «non corrisponde», «non possiede»... ; se i poveri non sono evangelizzati, l’evangelizzazione e di conseguenza il piano pastorale non sono autentici. I poveri devono arrivare ad essere i protagonisti del piano pastorale.
Quarto criterio
Non si deve distruggere nulla di ciò che esiste, ma piuttosto orientare tutto - persone, associazioni ecc. - verso gli obiettivi proposti.
Quinto criterio
Si deve distribuire il maggior numero di responsabilità al maggior numero di persone; è molto meglio che molti facciano poco che pochi facciano molto. Si devono creare spazi perché sorgano nuovi leaders dall’azione si formino nell’azione; volerli formare in anticipo sarebbe rischiare di chiuderli alla collaborazione o alienarli dal loro ambiente.
Sesto criterio
Il cammino che proponiamo è lento, progressivo e globale. Lento perché il ritmo lo impone il popolo, la sua capacità di crescita fino alla pienezza della sua vocazione.Progressivo perché comporta la crescita verso una vita più umana e sempre più coerente con la fede; è un processo collettivo di conversione delle persone, delle loro relazioni e delle organizzazioni la cui anima è la vocazione universale alla santità. Globale perché coinvolge tutti i battezzati, abbraccia tutte le azioni pastorali e coordina tutto in un unico processo.
Settimo criterio
Si deve costruire il piano pastorale non partendo dal passato, né semplicemente dai problemi che ci impone il presente, ma partendo dal futuro desiderato e voluto, frutto cioè di una opzione libera.


1. Pastorale della moltitudine
• Non è la pastorale della religiosità popolare dal momento che questa non ha solo manifestazioni collettive, ma anche individuali.
• Non è la pastorale di massa perché si tratta di un popolo che si esprime e non di una somma di anonimi.
• È la pastorale della moltitudine, nel senso che tende a coinvolgere l’insieme in quanto tale, come popolo di Dio; si dirige cioè a tutti, indistintamente.
• È l’evangelizzazione della cultura.
• È la religiosità popolare nelle sue espressioni collettive.

2. Pastorale delle piccole comunità
È lo stesso popolo organizzato in piccoli gruppi, in armonia con i criteri espressi nell’ideale, dove si parla delle CEB.
Ogni incontro si tiene presso una famiglia.
Il ritmo degli incontri è mensile.

3. Pastorale familiare
È la famiglia e l’insieme delle famiglie della parrocchia che vivono un itinerario catecumenale per giungere ad essere «Chiesa domestica». È l’ambito primario nel quale ogni persona vive la sua esperienza di comunità e di comunità di fede. Lo scopo è quello di creare un movimento generale di tutte le famiglie.
I contenuti devono servire simultaneamente al cammino catecumenale e ai problemi specifici dei coniugi fra loro e in relazione ai figli.

4. Pastorale settoriale o dei movimenti specializzati
Sono le realtà e i problemi specifici che le persone hanno in relazione: all’età (bambini, adolescenti); all’attività e al ruolo che svolgono nella società (operai, agricoltori, professionisti, militari, professori, politici....); a interessi religiosi (ecumenismo).

5. Servizi pastorali
Sono i servizi che hanno come finalità diretta e immediata l’evangelizzazione, la catechesi, la liturgia e la preghiera, l’aiuto fraterno e la missione.
Ognuno ha un suo obbiettivo e contenuti propri.

6. Pastorale ministeriale
È la formazione dell’insieme delle persone che collaborano nei diversi livelli e che promuovono i diversi servizi e movimenti, compresi coloro che sono impegnati in movimenti che corrispondono a carismi, in quanto il loro servizio diventa ministero se è assunto organicamente nella vita della parrocchia.

7. Strutture di decisione
Sono l’assemblea parrocchiale e zonale e le équipe di coordinamento parrocchiale e zonale.

8. Strutture di elaborazione
È un organismo che, al servizio dei processi e degli organi decisionali, elabora piani, progetti, sussidi.

9. Comunicazioni

10. Economia e finanze

11. Servizi tecnici
I primi tre livelli corrispondono alle tre esperienze «comunitarie» che ogni cristiano è chiamato a vivere: nel popolo, nella CEB, nella famiglia.
I livelli dal settimo all’undicesimo riguardano le strutture, al servizio dei livelli superiori. In particolare i livelli settimo e ottavo si riferiscono alla partecipazione del popolo nei processi di decisione e di elaborazione; livelli nono, decimo, undicesimo riguardano le infrastrutture relative alle comunicazioni, all’economia e ai servizi tecnici.

È una comunità formata da 25-30 persone adulte - senza contare i bambini piccoli - in cui sono riuniti, prevalentemente, anche se non esclusivamente, nuclei familiari; è così possibile stabilire delle relazioni autenticamente interpersonali, di tutti con tutti.
È una comunità cristiana, di fede, speranza e carità, vissute in fraternità e unità di spirito nella povertà e nella disponibilità di persone e cose, nella partecipazione e nella corresponsabilità.
È una comunità di fede che confronta la vita con il Vangelo, si comunica le esperienze personali di fede; assume su di sé la responsabilità di formare i nuovi cristiani, bambini e adulti; dà testimonianza della propria fede all’interno del suo ambiente; educa permanentemente i suoi membri nella fede.
È una comunità di culto e di adorazione che celebra nei sacramenti e nell’Eucarestia la sua speranza; si pone alla scuola della Parola e dà gloria a Dio.
È una comunità di carità e di servizi che incarna nella comunicazione dei beni - personali, culturali, materiali - la fraternità da cui è animata e che la spinge al servizio e all’azione missionaria a favore di tutti gli uomini.
Il fine di questa comunità è incarnare il mistero della Chiesa intesa come comunione degli uomini con Dio e fra loro, cioè come evento salvifico, nell’ambito più vicino possibile alla propria esperienza quotidiana per visibilizzare questo mistero.
Le comunità ecclesiali di base, di conseguenza, si differenziano dagli altri gruppi o comunità ecclesiali in quanto queste manifestano un aspetto peculiare della Chiesa, corrispondente ad un determinato dono o carisma, mentre le CEB sono quell’ambito nel quale si integrano tutte le differenze umane nell’unità, e questo nel livello più vicino all’esperienza storica della persona. Solo con questa distinzione chiara i diversi carismi possono essere promossi e, allo stesso tempo, integrati in una comunità.
Le piccole comunità sono quindi gruppi che costituiscono una parte del dinamismo più ampio del rinnovamento della parrocchia; allo stesso tempo la loro promozione è determinante per il dinamismo complessivo. Sono i piccoli gruppi, infatti, che danno un senso di chiesa alla portata di tutti, di chiesa laicale, di gente desiderosa di approfondire e vivere il Vangelo.
I gruppi costituiscono l’asse portante del definirsi della comunità di fronte a Cristo e alla chiesa. Sono loro che con il loro contributo di idee ed esperienze permettono alla comunità di vivere in costante crescita verso la santità di popolo di Dio.

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