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lunedì 7 febbraio 2011

“La virtù della pazienza”



Tutto va male, le cose non funzionano, gli amici sono indiscreti, in famiglia non ci si capisce, la vita, la società, il lavoro spesso sono insostenibili, basta un niente perché tutti si mettano a gridare, a difendere le proprie ragioni, a parlar male degli altri, a erigere un muro sempre più insormontabile d’inascolto, d’incomprensione, di scontro, di pazzia.
E ognuno, da una parte e dall’altra di questo muro, parla solo nella propria lingua, ripropone quella Babele in cui non c’è posto per l’intelligenza, per la tolleranza, per il confronto, per la pazienza.
Si incomincia sin dalla mattina, in un lavorio incredibile di supposizioni, ipotesi, imprecazioni e bestemmie contro l’altro che in qualche modo ci ha stuzzicato, ci ha offeso, ci ha frodato, non capisce, invade i miei spazi e limita il mio agire.
In una società in cui ognuno dice la sua, ha ancora senso parlare della pazienza? Lo vediamo dalla cronaca e dai midia: la gente litiga, uccide e si uccide, provoca disastri e conta sulla permalosità e sull’irascibilità dell’altro, capita così in tutti gli angoli del mondo.
Trova terreno fertile e approvazione il discorso del male, la giustificazione della guerra, l’intolleranza espressa contro il diverso, l’emarginato che vive ai bordi nelle nostre città e che con la sua disordinata miseria deturpa, nella società civile, nella società della super comunicazione, la società del mito del super io e il suo apparente efficientismo programmato.
Ma allora chi è paziente? Che cos’è la pazienza? Ne parliamo perché va di moda? No, la pazienza, l’intelligenza, l’umiltà non vanno mai di moda; sono e restano e sempre saranno virtù degli uomini grandi e umili, di quelli che lasciano la loro traccia nella storia, di quelle persone che hanno orecchie per il silenzio, occhi per chi passa loro a fianco lungo i sentieri del quotidiano, sempre tempo per il confronto.
Queste virtù non sono popolari, nell’accezione più negativa che si dà a questo temine, perché non appartengono a tutti.
Ciascuno però è in grado di formarsi, di provarsi e di vincere, ne ha le potenziali capacità, è fondamentalmente una questione che riguarda ciascuno nella sua particolarità e nella sua specificità, nel suo divenire, nello scoprire il suo interiore spirituale, il suo essere “fatto a immagine”; è una virtù che la si acquista con lo studio, con il lavoro, con il dialogo, con il confronto, ma soprattutto con la speranza, con la fede, con la preghiera, imitando Colui che da sempre è paziente verso tutti.   
Imporsi di parlare solo “ nella propria lingua” è facile; ognuno può dire la sua e aggiungere rumore a rumore, confusione, spreco, arroccandosi sempre più nel non ascolto e nel rifiuto del confronto e dell’incontro.
Esercitare la virtù della pazienza è difficile: occorre essere formati alle difficoltà della vita e intendere che la vita non è mai facile per nessuno, anche se così può erroneamente e superficialmente qualche volta apparire.
m.z.

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