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domenica 4 settembre 2011

La chiesa "ascolta" i giovani?

La chiesa "ascolta" i giovani?



È innegabile la disaffezione dei giovani nei confronti della chiesa e verso un certo modo di vivere la fede. La distanza con il mondo degli adulti. La comunità cristiana è chiamata ad "intercettare" il variegato pianeta giovani. Se la chiesa ha ancora "bisogno" dei giovani per avere futuro, è indispensabile che essa ascolti il loro "grido".


«Perché in chiesa di giovani se ne vedono sempre meno e spariscono anno dopo anno i gruppi parrocchiali giovanili?


Perché i ragazzi si dileguano dagli oratori appena diventano "giovani"?


Come giustificare l'analfabetismo cristiano e specialmente biblico delle nuove generazioni, in uno spazio culturale del quale la Bibbia rappresenta senza alcun dubbio uno dei grandi codici di senso e del quale spesso si ricordano le radici cristiane?


Perché, da una parte, sempre più utenti di facebook, nel loro profilo, si assegnano un orientamento "ateo" o "agnostico", mentre, dall'altra, sono in continua crescita i siti web dove "lasciare" una preghiera, "accendere" una candela, "trascorrere" un momento di pace?».


A partire da questi e da altri interrogativi sviluppa la sua preoccupata riflessione don Armando Matteo, assistente ecclesiastico della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), nel suo nuovo libro dal titolo "La prima generazione incredula". Il difficile rapporto tra i giovani e la fede. Il volume interroga con molta chiarezza l'inedito del mondo giovanile che si manifesta nel loro modo di vivere e di credere. L'autore si pone due domande: qual è oggi l'atteggiamento dei credenti nei confronti di questa difficile relazione dei giovani con la fede? Quale priorità riveste questa spinosa situazione nelle strategie pastorali odierne?






La chiesa ha bisogno dei giovani


Secondo don Matteo, «senza giovani cristianamente convinti non sarà più possibile far udire la voce dei credenti nei luoghi dove si decide del bene comune». Oggi sulla questione della «disaffezione dei giovani alle cose della fede» si constata una certa "anomalia" nel contesto di «un tessuto popolare ampiamente ispirato alla religione cristiana». Quando si parla di Dio, di fede, di preghiera e di comunità, la vita dei giovani «accusa una generale sordità», che dice "incredulità", ovvero «un'assenza di antenne per ciò che la chiesa è e compie, quando vive e celebra il vangelo».


Di fronte a questo fatto, l'ipotesi più accreditata è che, nella relazione con i giovani, la chiesa subisce l'influenza della malsana logica che struttura i rapporti intergenerazionali nella società civile, una logica scandita da un continuo parlare dei giovani e dei loro problemi, cui corrisponde un altrettanto costante accumulo di privilegi nelle mani degli adulti, persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro posti di potere, incapaci ormai non solo di prendersi cura del mondo giovanile ma più semplicemente di guardarlo in faccia.


Oggi si assiste al fenomeno di una progressiva "interruzione" del dialogo intergenerazionale: «gli adulti stanno costruendo una società che ruba avidamente spazi e tempi ai giovani e non riesce più a prestare sufficiente attenzione né alla loro reale condizione né alla possibilità del loro futuro sviluppo». In questo modo aumenta una sorta di "risentimento" da parte degli adulti nei confronti dei giovani, dal momento che gli stessi giovani con la loro "pura" presenza «ricordano ciò che gli adulti vorrebbero ad ogni costo dimenticare: lo scorrere del tempo, l'avvicinarsi della malattia, l'inesorabile ora del congedo da questa vita».


Ecco perché gli adulti "condannano" i giovani ad una certa marginalità, soprattutto non lasciando loro «spazi di futuro possibile». Tale "marginalità" consegna i giovani a quello che il filosofo Galimberti definisce come un ospite inquietante dal nome antico, ma dalla vitalità strepitosa che è il nichilismo.


Di fronte ad un tale destino di marginalizzazione si capisce la fatica della comunità ecclesiale a «rivedere strutturalmente il suo dialogo con le nuove generazioni». Oggi vi è necessità di «mettere in discussione un intero modello culturale, politico, economico e sociale. Ed ecclesiale», che assicuri ai giovani un futuro sottratto alle avidità, alle smanie e agli egoismi degli adulti.






Cause della disaffezione giovanile


Mai come oggi la chiesa appare in grado di "differenziare" la propria offerta formativa ed educativa, eppure le parrocchie si svuotano, gli oratori sono affollati "solo" di bambini, ma disertati dai giovani, le associazioni ecclesiali di antica tradizione registrano "rallentamenti" considerevoli per quanto riguarda l'incidenza sulla fascia giovanile. In poche parole, il cristianesimo «non appare più con immediata evidenza "un buon affare", un investimento sicuro su cui puntare»: si constata che, «a una differenziazione dell'offerta delle sue forme, corrisponde una diminuzione della domanda».


Sembra che i giovani non abbiano più "antenne" per Dio, per la fede e per la chiesa. Secondo don Matteo sono tre i "segni" più evidenti di quella che viene definita "la prima generazione incredula": «una profonda ignoranza biblica; una scarsa partecipazione alla formazione cristiana post-cresimale; una notevole disinvoltura nel disertare l'assemblea eucaristica domenicale».






La maggior parte delle parrocchie presenti sul territorio nazionale sequestrano i "pochi" giovani presenti in una qualche forma di servizio a favore dei più piccoli. Questo dato ingenera l'idea che l'"andare in chiesa" si identifica immediatamente con il "fare le cose della chiesa", che cioè la sequela debba coincidere necessariamente con la diaconia. Da qui la domanda: «e se uno proprio non se la sente di fare le "cose della chiesa", perché dovrebbe continuare ad andarci?».


Nel campo della catechesi giovanile si è diffusa in questi ultimi anni una sorta di "autogestione": essa assume un livello didattico piuttosto spicciolo e solo raramente sa adattarsi ai nuovi linguaggi e ai nuovi media tanto in uso presso i giovani, come assai di raro assume un carattere di formazione culturale sui dibattiti attuali sulla fede o sui problemi relativi al disagio giovanile. L'impressione è quella che la chiesa sia fondamentalmente un luogo "specializzato" per il mondo dell'infanzia.






I preti e i giovani


Inoltre, il calo ormai irreversibile delle vocazioni induce un onere eccessivo per i preti in termini di tempi stretti: ecco perché nell'ambito della pastorale giovanile il presbitero non ha letteralmente le forze né il tempo da dedicare a loro, assorbito dai molti oneri pastorali e burocratici. Inoltre, il lavoro sproporzionato dei preti diventa una sorta di autentica "distrazione" da quelle priorità pastorali a cui dovrebbe rispondere. Ci si trasforma sempre più in "preti di corsa", il cui lavoro pastorale è limitato al gestire la routine per "sopravvivere" agli stress e alle fatiche. Anche l'aumento dell'età media del clero non agevola la necessaria attenzione al mondo giovanile.






Una pastorale "diversa"?


Secondo don Matteo, la lontananza dei giovani dalla chiesa è dovuta al fatto che «le parrocchie (e in parte le associazioni e i movimenti) sono essenzialmente luoghi di "esercizio della fede": luoghi che presuppongono in coloro che li frequentano una fede nel vangelo già presente e una qualche dimestichezza con la prassi della preghiera».


Se oggi entrasse in una delle molte parrocchie italiane una persona qualsiasi che non sapesse che cos'è la fede, non troverebbe alcuno spazio dove elaborare e auspicabilmente superare tale ignoranza. Inoltre, appare evidente che molte delle esperienze rivolte al mondo giovanile sono sempre "fuori dall'ordinarietà" e dalla ferialità e non intercettano, in linea di massima, i due milioni di studenti universitari e più del triplo di giovani lavoratori, verso i quali la comunità cristiana non assicura ancora un'affidabile compagnia del vangelo.


Il punto nevralgico del rapporto giovani e fede riguarda «la mancata elaborazione della "distanza" effettivamente esistente tra il giovane, destinatario ideale delle iniziative ecclesiali poste in essere, e il profilo reale dei giovani di oggi». Si tratta di una "distanza" offuscata dal recente uso identitario della religione da parte degli stessi giovani nel solco del modello dell'"appartenenza senza credenza", ovvero di un singolare e moderno slogan "chiesa sì, Cristo no". Basta trincerarsi dietro la frase assicurativa: "i giovani non sono più quelli di una volta"?






Di fronte a questi giovani, la comunità dei credenti è chiamata a trasformarsi e a farsi solidale. Il passo da compiere è quello di «trasformare le comunità ecclesiali in "luoghi" dove si "impara" a credere e dove si "impara" a pregare; luoghi nei quali si può decidere di credere; luoghi di generazione alla fede; luoghi a misura di quei laboratori della fede auspicati da Giovanni Paolo II; luoghi in cui gli stessi giovani possano affrontare la loro ignoranza rispetto al Gesù dei vangeli, le loro pretese in riferimento alla loro esistenza e alla chiesa; luoghi di respiro, di libertà, di passaggi e di paesaggi da contemplare, da ammirare, da interrogare e da mettere alla prova; luoghi in cui elaborare il disagio culturale che li attanaglia; luoghi facilmente transitabili, sottratti alla mania clericale della diaconia ad ogni costo.


Quindi la pastorale giovanile non è chiamata a concentrare la sua attenzione su "una" azione specificamente progettata per i giovani, ma sul tessuto quotidiano e feriale, che la comunità cristiana deve sapere abitare maggiormente.






Gli adulti di fronte ai giovani


Ad un osservatore distratto, l'affermazione che oggi i giovani stiano male potrebbe apparire poco realistica, dal momento che mai come ai nostri giorni è stato consentito loro un tenore di vita così alto, arricchito da mille opportunità sociali, culturali e relazionali. Da dove scaturisce quello che qualcuno definisce il "malessere" dei giovani? Assistiamo oggi ad una forma di "male dell'anima" e di "isolamento patologico" dei giovani che vivono sulla soglia di un "presente sospeso", dove «il presente diventa il tutto e contemporaneamente diventa il niente».


Oggi nei giovani vi è un assenza "patologica" di futuro sul quale è "proibito" scommettere: esiste un loro blocco verso il futuro che è la causa dell'emergenza educativa, frutto della mancata maturazione di una coscienza responsabile di fronte a sé, agli altri e al mondo.


In tale prospettiva si richiama agli adulti una testimonianza più credibile sul versante della vivibilità e dell'amabilità della vita: i giovani osservano gli adulti e da loro devono prendere il vero senso della vita e del suo futuro. Per questo motivo è necessaria un'autentica conversione del mondo degli adulti: essi sono chiamati a passare «da un amore viscerale per la giovinezza e il suo irresistibile fascino a un amore e cura per i giovani con il loro bisogno di adulti-testimoni». Dal momento che gli adulti sono autoreferenziali, attaccati alle loro posizioni di prestigio e di potere, abbacinati dalla loro impossibile giovinezza, «l'emergenza educativa, intorno alla quale si inizia finalmente ad interrogarsi, possiede radici molto profonde e la sua soluzione richiede di conseguenza all'intera società un nuovo orientamento complessivo».






Una fede più giovane


Secondo don Matteo, la fede deve riscoprire la sua "giovinezza", anche perché «il cristianesimo non è sempre esistito», ma «è nato in un momento preciso della storia del mondo e ne sta condividendo un tratto che, sull'asse dell'evoluzione complessiva della specie umana, appare relativamente breve». Quindi, quella cristiana, anche storicamente, è un'esperienza "giovane", in quanto non si è mai arroccata nella difesa di un'immutabile declinazione delle forme della sua presenza storica, ma ha sempre mantenuto uno spirito giovane che l'ha guidata ad un continuo "stare al ritmo" dei cambiamenti epocali della sensibilità diffusa.


Per questa caratteristica della fede, oggi anche per essa «è tempo di dieta», la quale a sua volta chiede «una razionalizzazione e gerarchizzazione degli interessi». Nella chiesa non ci si può interessare di tutto e di tutti e non si possono più mantenere in piedi strutture e istituzioni per le quali mancano le persone che le possano abitare. Nella comunità cristiana occorre favorire una sorta di nuova "geografia della salvezza", cioè dell'interrogarsi sulla «questione del dove e come ci si presenta ai giovani, con quali energie e con quali facce, con quali sinergie e con quali e quanti progetti».


La "prima generazione incredula" chiede alla chiesa l'essenzialità nell'annuncio per quanto riguarda i suoi apparati istituzionali e per dare maggiore spazio ad una fedeltà creativa, che i giovani invitano a non trascurare. I giovani non amano i compromessi e le ambiguità, non fanno sconti, neppure a loro stessi: per questo sono soggetti ad acute depressioni. Sul versante della fede creativa, la chiesa dovrebbe spendersi di più per accogliere quella "scioltezza" ed "elasticità", sconosciuta alle epoche passate, che si esprime nel governare con maestria i mezzi di comunicazione, la musica, la fotografia, la danza, il canto, il web e il mondo dei blog, luoghi dove maggiormente abitano i giovani.


Tutto questo interpella la comunità dei credenti che intende muoversi nella direzione dei giovani. Al momento abbiamo a disposizione un'immagine di vita cristiana poco differenziata, fatta di tappe e di scansioni precise, di sacramenti e di impegni definiti e una visione della chiesa che, approntata all'immatricolazione, resta a disposizione come una "stazione di servizio" dove procedere ogni tanto al "tagliando dell'anima".






Per intercettare maggiormente il mondo giovanile, la comunità cristiana deve dotarsi di una nuova "configurazione", passando da un "modello cronologico" (battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio…) a uno di tipo "kairologico". Un tale cristianesimo si preoccuperà più della trasmissione della "grammatica" della vita cristiana che non dell'indicazione di un "modello unico" di dichiarazione della propria fede, come nel «mettere in mano ai giovani quei codici-sorgente e quelle note, attraverso i quali la loro creatività possa trovare canali di espressione originale e, perché no, di inedite forme di testimonianza in questo nuovo secolo».


La chiesa è chiamata a "raccogliere" quel grido che i giovani lanciano al mondo degli adulti perché possano "sentirlo meglio": si tratta di un grido che chiede speranza per il futuro, per il loro e per il nostro. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede rappresenta una sorta di "ultima" battaglia: se non viene "vinta", a perdere non saranno solo i giovani. È inutile nascondersi che senza i giovani la chiesa è destinata a "scomparire", almeno in Europa.


Matteo A., La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, ed. Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2010,






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