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sabato 21 settembre 2013


Cristo e’ la nostra speranza
 

« Paolo, servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo, per la fede ... e nella speranza della vita eterna, che Dio, il quale non mentisce, promise fin dai tempi antichi, e che a tempo opportuno manifestò la sua parola, per mezzo della predicazione che è stata affidata a me, per ordine di Dio nostro salvatore ... » (Tit. 1, 1-3)


Noi cristiani siamo chiamati ad annunziare la “Buona Novella”, non cattivi presagi, né dottrine catastrofiche, oppressive e punitive. La speranza cristiana, fondamento del nostro annuncio, non è l’ottimismo suicida dell'autorea­lizzazione dell'uomo senza Dio e neppure è la passività e il conformismo di chi pensa che le cose si faranno da sole o che Dio le farà al posto nostro. Ci sono persone che si pongono sempre come interlocutori di problematiche di cui, qualsiasi risposta, è sempre  solo esasperante; la speranza cristiana si fonda sull'annunzio di Dio amore, per mezzo del quale, sempre, in qualsiasi circostanza, si può fare il meglio: “ AMARE”.

La nostra speranza si fonda su Cristo crocifisso, risorto e asceso al cielo: ma che ora vive nella Chiesa per portare al Padre l’umanità e la creazione. Vivere  verso il Padre è il fondamento della nostra speranza.

L'apostolo Paolo si definisce come predicatore della speranza, speranza che  aiuta a vivere il “ già e non ancora “ della restaurazione in Cristo. Questa serena tensione esistenzia­le, da significato alla vita. L'uomo ha bisogno che gli parlino di questa speranza.

Di altre cose è stato già scritto abbastanza ed anche meglio di quanto possiamo dire noi.

Non si sa e non si è credibili nel predicare la speranza cristia­na quando questa non è vissuta, creduta sperimentata e praticata in prima persona; la testimonianza del predicato­re è parte integrante della Parola, ammesso che della Parola colui che predica ne sia segno personale e non semplicemente la voce che asetticamente annuncia, ma grazie ad un carisma intimamente vissu­to, pur con tutti i limiti della persona, ne sia annuncio e testimonianza, consapevole che non le sue parole, ma la Parola è la sola che arriva al cuore dell’uomo, la sola che converte e salva.

Chi non vive la dinamica della speranza, in una tensione verso un incontro defini­tivo e verso un battesimo o immersione in Cristo, avrà bisogno di parlare di altro: ma questo non è predicare Cristo, è predicare se stesso, le proprie convinzioni, le paure che ci assillano. Chi non ha incontrato Cristo come speranza, cerca miti, immaginazioni, profeti, rivelazioni e scoperte eclatanti su cui appoggiarsi. Surrogati e contraffazioni ce ne saranno sempre e verranno sempre presentati come la rivelazione della verità nascosta e finalmente resa nota.  Di pseudo profeti dell’ultima ora che asseriscono di aver scoperto, capito e di dover diffondere arcani e archetipi o quello che altri hanno tenuto nascosto, ne è piena la storia di ieri, di oggi e lo sarà quella di domani.

Paolo non ebbe biso­gno di predicare altro: "Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede... e voi siete ancora nei vostri peccati" (1 Cor. 15,14.17). Con queste forti parole della prima Lettera ai Corinzi, san Paolo fa capire quale decisiva importanza egli attribuisse alla risurrezione di Gesù. In tale evento sta infatti la soluzione del problema posto dal dramma della Croce. Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia, indicazione dell'assurdità dell'essere. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso "è risorto il terzo giorno secondo le Scritture" (1 Cor. 15,4) - così attesta la tradizione proto cristiana. Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L'intero insegnamento dell'apostolo Paolo parte dal e arriva sempre al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte. La risurrezione è un dato fondamentale, quasi un assioma, un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente (cfr 1 Cor. 15,12), in base al quale Paolo può formulare il suo annuncio (kerygma) sintetico: Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l'immenso amore di Dio per l'uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi.

E' importante cogliere il legame tra l'annuncio della risurrezione, così come Paolo lo formula, e quello in uso nelle prime comunità cristiane. Qui davvero si può vedere l'importanza della tradizione che precede l'Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare. Il testo sulla risurrezione, contenuto nel cap. 15,1-11 della prima Lettera ai Corinzi, pone bene in risalto il nesso tra "ricevere" e "trasmettere "…… io vi trasmetto ciò che a mia volta ho ricevuto”. San Paolo attribuisce molta importanza alla formulazione letterale della tradizione; al termine del passo in esame sottolinea: "Sia io (Paolo) che loro (gli Apostoli) così predichiamo" (1 Cor. 15,11), mettendo con ciò in luce l'unità del kerigma, dell'annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo. La tradizione a cui si ricollega è la fonte alla quale attingere. L'originalità della sua “cristologia” non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione. Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo; ogni sua argomentazione muove dalla tradizione comune, in cui s'esprime la fede condivisa da tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa. E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione. Il suo compito è aiutarci a comprendere oggi, dietro le antiche parole, la realtà del "Dio con noi", quindi la realtà della vera vita oggi come allora, oggi e sempre, oggi nella concretezza del vissuto quotidiano.

E' qui opportuno precisare: san Paolo, nell'annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un'esposizione dottrinale organica, non vuol scrivere quasi un manuale di teologia, ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dalle comunità dei fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta, di certezze radicate. Vi si riscontra una concentrazione sull'essenziale: noi siamo stati "giustificati", cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto: quel mattino di Pasqua, fu contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un'esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni percepiscono e attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò, come i quattro Vangeli,  fondamentale rilevanza al tema dei segni e delle apparizioni, condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La risurrezione è un fatto storico e non semplicemente un pensiero, un ideale filosofico, un artifizio formulato a posteriori.  I  primi Cristiani  seppero anche affrontare la morte per il loro credo in Gesù Cristo perché  erano convinti del fatto storico della risurrezione di Gesù, erano certi nel credere e affermare che senza ombra di dubbio Gesù Cristo era il Figlio di Dio, l’unico Salvatore del mondo. Di conseguenza, il messaggio della Chiesa primitiva era sempre incentrato sul fatto storico della risurrezione e questo non era un semplice mito teologico che iniziò a circolare tra i discepoli di Gesù Cristo 20 o 30 anni dopo di esso, ma era l’archetipo su cui si fondava il messaggio proclamato sin dal primo mattino del terzo giorno.

La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi e fondamento dell'annuncio evangelico, come punto culminante di un itinerario salvifico unico e irripetibile. Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è “essere testimone della risurrezione”.  Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: "Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti" (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s; 4,13-18; 5,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-16; 1 Cor 9,1).

Ma possiamo domandarci:

qual è, per san Paolo, il senso profondo dell'evento della risurrezione di Gesù?

Che cosa dice a noi a distanza di duemila anni  l'affermazione che "Cristo è risorto" ?

Perché la risurrezione è per lui e per noi oggi un tema così determinante?

Paolo dà solennemente risposta a queste domande all'inizio della Lettera ai Romani, dove esordisce riferendosi al "Vangelo di Dio ... che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti" (Rm 1,3-4). Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall'umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio "con potenza". Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra" (Mt 28, 18). E' realizzato quanto dice il Salmo 2, 8: "Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra". Perciò con la risurrezione comincia l'annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli , con la risurrezione comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della Verità, dell'Amore e del Perdono.

La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l'autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio! Per san Paolo la segreta identità di Gesù, più ancora che nell'incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione.

Mentre il titolo di Cristo, cioè di “Messia,  in san Paolo tende a diventare il nome proprio di Gesù e quello di Signore specifica il suo rapporto personale con i credenti, ora il titolo di Figlio di Dio viene ad illustrare l'intimo rapporto di Gesù con Dio, un rapporto che si rivela pienamente nell'evento pasquale. Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi (cfr Rm 14,9; e 2 Cor 5,15) o, in altri termini, il nostro Salvatore (cfr Rm 4,25).

Tutto questo è pieno di importanti conseguenze per la nostra vita di fede: noi siamo chiamati a partecipare fin nell'intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo. Dice l'Apostolo: siamo "morti con Cristo" e crediamo che "vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,8-9). Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E' ciò che è avvenuto anche a san Paolo, la cui personale esperienza è descritta nelle Lettere con toni tanto accorati quanto realistici: "Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,10-11; cfr 2 Tm 2,8-12).

La teologia della Croce non è una teoria, è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità, l'amore e il perdono, implica la consapevolezza a volontarie quanto  coscienti rinunce ogni giorno,( ..non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Rom .12,2), implica saper accettare anche le sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente ma consapevole, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce solo nell’affidarsi completamente a Lui, credendo in Lui come condizione primaria per ogni scelta, in ogni frangente, prima di ogni pensiero. “ ..non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”( Gal. 2,20).

Afferma Sant'Agostino: Ai cristiani non è risparmiata la sofferenza, anzi a loro ne tocca un po' di più, perché vivere la fede esprime il coraggio di affrontare la vita e la storia più in profondità. Tuttavia solo così, sperimentando la sofferenza, conosciamo la vita nella sua profondità, nella sua bellezza, nella grande speranza suscitata da Cristo crocifisso e risorto. Il credente si trova perciò collocato tra due poli: da un lato, la risurrezione che in qualche modo è già presente e operante in noi (cfr Col 3,1-4; Ef 2,6); dall'altro, l'urgenza di inserirsi in quel processo che conduce tutti e tutto verso la pienezza, descritta nella Lettera ai Romani con un'ardita immagine: “.. come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell'attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione” (cfr Rm 8,18-23).

In sintesi, possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr Rm 10,9). Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede "tocca" il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, viverla, pur con le mille cadute, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia. In questo modo infatti il cristiano si inserisce in quel processo grazie al quale il primo Adamo, terrestre e soggetto alla corruzione ed alla morte, va trasformandosi nell'ultimo Adamo, quello celeste e incorruttibile (cfr 1 Cor 15,20-22.42-49). Tale processo è stato avviato con la risurrezione di Cristo, nella quale pertanto si fonda la speranza di potere un giorno entrare anche noi con Cristo nella vera nostra patria che sta nei Cieli.

                                                            

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